Alzò la mano sudaticcia e si sentì sfinito. Sfinito. Sfinito dal grasso di sé, appiccicoso. Si sentiva annegare in quel suo stesso grasso in cui la gola vorace sempre più lo spingeva, lo ficcava. Qualcosa di lui avrebbe voluto gridare ma vide solo la sua mano che gli schiacciava in bocca un’altra frittella sudata di sciroppo.
Là, dietro la nuca, un istinto di sopravvivenza gli stava dicendo che era il solito incubo, ma questo non era ancora sufficiente a svegliarlo. Provò a girarsi di lato, ma il peso glielo impediva. Ancora un po’ e si sarebbe svegliato, ne era certo, ma non ne aveva ancora abbastanza.
Il grasso era dentro e fuori di lui e ancora la sua gola gridava – Io voglio! – Uno schifo potente lo prese e lottò con se stesso per domare la smania di altro cibo, di altro mosto e miele. Si prese per la gola e cercò di strapparsi da sé. – Ancora, ancora una! – , si implorava, molle e vile, con una voce in falsetto che non riconosceva come sua.
–Dammi un lokum, un altro lokum almeno!
Si inchiodava allora alla propria volontà, – Mai più!– ma con ceppi traballanti, già pronti ad aprirsi. Una lotta che lotta non era, una lotta insincera. E senza misericordia. Senza altro orizzonte all’infuori di sé. Una carie, una carie delle ossa, già tumore alle ossa, fragili come stecchi sotto tutto quel peso vigliacco.
Dov’è l’uscita? Uscire da chi? Da me? E come, se il peso di tutto questo grasso tremante mi opprime, mi schiaccia, mi ottura le vene di sugna e focaccia? Non ho più voce, il grasso mi strozza, mi strozza la voce, mi ammazza, mi macella la strozza.
–Dammi, dammi ancora!
Ho un mostro in gola e se lo nutro s’abbuffa, e mi strozza. È la gola che violenta la bocca, che anela, che ammazza le ossa. È la gola che infetta la bocca, che ingolla, cha affolla. La mia bocca è pulita, è bocciolo di rosa, è profumo di viola. Ma sotto è la gola. Gola che di vizi mi affolli, mi sfibri e mi strazi.
–È solo peccato di gola!
Santo Dio, sei senza perdono, sei senza ritegno. Il perdono invece è là fuori, basterebbe una voce. Ma la voce s’affloscia, s’affossa, s’angoscia. Si impasta di glassa, si unge di crema, si spalma e si affanna, si crepa di panna. La gola impazza, la voce si strozza.
Si sporse su un fianco e scoprì d’essere sull’orlo di un vasto cerchio di buio, molle e profondo. Tutt’intorno una corona di pietre bianche, aguzze, fameliche e dal fondo saliva un fiato lento di morte. Un’enorme debolezza gli premeva le tempie, svuotandogli le vene, mentre il cuore batteva veloce e a tratti lungamente taceva. Sentì tutto il peso del vuoto sopra di lui: buia era la notte e senza stelle. Conobbe l’attrattiva del vuoto sotto di sé e nel piatto nero davanti ai suoi occhi vide riflesso il suo volto, il suo volto soltanto.
Ansimò, supino. Si sforzò e guardò di nuovo torcendosi oltre l’orlo del baratro. Vide una gola stretta, di rocce nere, piena di tentazioni, di richiami, di voglie. Tese l’orecchio per meglio intendere la voce che lo chiamava, piena di fascino e fiele: lo chiamava a cadere là in fondo, certo voleva la sua morte. Si sporse, si lasciò cadere, era l’unica maniera.
E qui si svegliò.
Il mal di testa era atroce, ma quantomeno non era l’incubo. Non c’era da dubitare di un dolore così. Si portò la mano davanti agli occhi e la ritrovò scarna e forte. Si strappò allora via le coperte, confidando nella sferza della bassa temperatura che si imponeva in camera. Saltò su a spalancare le finestre e l’aria pungente lo investì, piena solo d’odore di gelo. Respirò a pieni polmoni, trenta volte, come ogni mattina. Nella coda dell’occhio la massa bianca e vuota delle lenzuola in qualche modo lo imbarazzava. Non era di buon umore. Di più: si sentiva in colpa. Proprio a lui doveva capitare di fare quei sogni, lui che di vita sana e alimentazione moderata aveva fatto un credo per sé e per gli altri! Scrollò la testa mentre roteava le spalle muscolose. R09; Pensieri malati, anzi Il Male – li definì nella sua testa. In bagno si sporse verso lo specchio e guardò la pelle ancora soda, frizionandosi con l’acqua gelata. Stilò a memoria l’elenco dei cereali da ordinare per il negozio: orzo, farro e quinoa, e intanto alzava il labbro superiore scoprendo gengive arrossate. La sessione dall’igienista dentale del giorno prima era stata come al solito dolorosa, ma ne valeva la pena. Sciolse del bicarbonato nel bicchiere e ci massaggiò le gengive con un dito.
Durante la frugale colazione le immagini di quell’incubo ricorrente lo turbavano ancora. – Ne devo parlare all’analista – pensò raccogliendo col dito inumidito le poche briciole di fette integrali.
Poco dopo era già alla porta. Posò il pesante borsone da ginnastica e si palpò tutte le tasche in cerca delle chiavi. Aprì le mani vuote davanti a sé come in una muta preghiera di desolazione.
È che non si sentiva contento. Non era contento.
–Mi manca qualcosa. Qualcosa. – Vide le chiavi sulla mensola.
Mentre chiudeva la porta tese l’orecchio e esitò un attimo. Ma sapeva troppo bene che nessun rumore gli sarebbe giunto.
–O è qualcuno che mi manca.
Se foste stati lì nell’istante in cui le porte dell’ascensore si chiudevano davanti a lui come una bocca vorace, se foste stati lì nell’istante in cui la gola in cui scorre la cabina lo stava inghiottendo, se foste stati lì lo avreste sentito mormorare: –Forse non è nemmeno un male.
E non sapeva di dire così bene.
Di Andrea Bonvicini su BooksBrothers puoi leggere anche "Linate"
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