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Satana in tournée, di Antonio Gurrado.
Spolverate gli occhi, liberate la mente, affilate le meningi: Gurrado affronta una gara di spregevolezza con Satana e quasi la vince. (mc)
[ Area Creativa ]

 SATANA IN TOURNEE
di Antonio Gurrado

 

 

Tu non pensavi ch’io loïco fossi!
(DANTE, Inferno, XXVII.123)


Tre volte mi è capitato di incontrare il demonio e, benché persona in fin dei conti spregevole, devo ammettere che si è comportato nei miei confronti con la massima cortesia.
La prima volta avvenne durante i mondiali di calcio quando, sotto la calura di giugno, ero stato costretto a recarmi da un professore desideroso di fornirmi imprescindibili consigli sulla tesi proprio nell’ora e tre quarti in cui all’altro capo del mondo giocava l’Italia. L’orario era insolito, le strade deserte; tornavo a capo chino portando sotto il braccio un faldone di bozze corrette alle quali il professore aveva apposto sapidissime chiose derisorie. Il demonio si presentò in cappotto, poiché doveva fargli freddo, nella stradina che passa sotto tre delle superstiti torri pavesi. Fermo al centro dell’acciottolato, sembrava un turista che avesse smarrito la strada; si avvicinò chiamandomi per nome.
A me, sia ben chiaro, era parso di averlo già visto. In pochi istanti lo squadrai: viso smunto, occhi svagati, barbetta a punta e naso adunco. Non sapevo però come chiamarlo. Anche dopo che mi fermai, non estrasse le mani dalle tasche del cappotto; e considerando la situazione - la desertificazione della città, il malloppo di bozze da rivedere, il sole battente, l’Italia che, a giudicare dalle urla soffocate che provenivano dai bar, presumibilmente stava perdendo - mi veniva da sudare al solo guardarlo così conciato.
Da persona civile, mi chiese come stessi e dove me ne andassi di bello alle tre del pomeriggio. Timoroso, non riuscendo a ricostruire chi fosse, mi tenni sul vago e accennai a impegni precedentemente assunti senza sapere della partita. Indicò il faldone chiedendomi: “E la tesi procede bene?”. Mi sentii in scacco: mi conosceva alla perfezione senza che nemmeno un minimo ricordo di lui affiorasse nella mia mente per guidarmi nella conversazione. Non appena risposi mendacemente di sì, prese a parlare di quanto trovasse Voltaire un argomento affascinante, e mentre annuivo parossisticamente arrovellandomi sulla sua identità giunse fino ad augurarsene lo studio obbligatorio a partire dalle medie inferiori. Poi tacque, evidentemente sperando che dicessi qualcosa. Non dissi nulla, così indagò se Irene si fosse ripresa bene.
Quest’Irene, va specificato, nel preciso momento in cui ero bloccato sotto le residue torri medievali doveva trovarsi in qualche baretto nei paraggi a guardare la partita con gli amici suoi; e, non capendo di calcio più di quanto io m’intenda di dotti bizantini, per non sfigurare doveva  muggire commenti adeguandosi alle espressioni di coloro che la circondavano. Lo sapevo con certezza perché già più volte mi era capitato che, quando la costringevo a guardare un po’ di calcio insieme, invece che verso la partita si rivolgeva alla mia faccia cangiante provvedendo a fornirle adeguata colonna sonora. Le perdonavo quest’insopportabile atteggiarsi tenendo presente che, nel periodo culminante del nostro rapporto irrisolto, era stata colpita da un piccolo tracollo per eccessivo stress da lavoro, quello che in gergo chiamavamo sovraesposizione alla bomba. Benché già magra, si era ulteriormente dimidiata e aveva preso a non dormire affatto notte dopo notte.
Con quella rapida allusione, l’invecchiato giovanotto aveva dimostrato non solo di sapere a menadito di me e delle mie frequentazioni ma addirittura di conoscere nel dettaglio questioni non chiare a me medesimo. Perché aveva chiesto proprio a me di Irene? La vedevo quotidianamente per quasi tutto il giorno, il suo lavoro e la mia tesi permettendo, ma il nostro rapporto, lungi dall’essere definito, si pasceva delle sue stesse inconcludenza e clandestinità. Non ci saremmo mai azzardati, ad esempio, a uscire insieme una sera se non in più ampia compagnia e, nelle ore e ore trascorse insieme al chiuso che con qualsiasi altra sarebbero degenerate in eccessi bacchici, non c’era scappato mai nemmeno un bacetto.
Farfugliai, colto in fallo. Il demonio giovanotto abbassò gli occhi e sorrise, ad intendere: “Forse sono stato indiscreto”. Il mio silenzio divenne imbarazzante, credo perfino di essere arrossito. Mi salutò molto cordialmente, chiamandomi ancora per nome - casomai non l’avessi notato la prima volta - e andandosene pian pianino verso l’università vuota. Rimasi immobile finché il suo cappotto non divenne invisibile; avvertii un brivido e sentii cadermi sui capelli alcuni fiocchi di neve. Con un boato l’Italia pareggiò.
 



La seconda volta, come temevo, si fece donna e per di più parigina. Stavo prendendo un caffè per conto mio, mi si sedette accanto dicendomi in Italiano incerto che era appena arrivata e non conosceva nessuno. Sospettai qualcosa ma i capelli corvini e gli occhi verdi mi fecero desistere da ogni protesta; accese una sigaretta e me ne offrì una che accettai.
Assumendo sembianze femminili, il demonio dovette anche verosimilmente sacrificare gran parte della freddezza che aveva dimostrato nell’occasione precedente. Rischiò infatti di compromettere la riuscita dell’operazione, impegnata com’era a torturarsi un ricciolo, criticando troppo precocemente la mia repentina scelta di trascurare la filosofia dedicandomi agli studi storici: non ne avevo ancora fatto motto a nessuno. Restai perplesso, con l’impressione di uno sgradito dejà vu; si rifece accarezzandomi l’avambraccio in segno di stima incondizionata.
Mi chiese di mostrarle Pavia, cosa che feci con estremo piacere. Mi allungò la sua guida turistica, sulla quale aveva cincischiato tutta la piantina topografica con tentativi di itinerari inverosimili. Le dissi che non serviva, le avrei indicato io come muoversi; gettò allora la guida in mezzo alla strada, con una scrollatina di spalle, nonostante che in quell’istante un ciclista in precario equilibrio le urlasse che era un’assassina. Le chiesi se avesse già visto le torri medievali; rispose di no e le dissi che era la prima cosa da vedere. “D’accordo”, replicò senza erre, e partì di scatto nella direzione giusta. La seguii.
Senza scendere nel dettaglio di come trascorremmo il resto del pomeriggio prima e della serata poi, finimmo a letto ubriachi entrambi. Fumava una sigaretta dietro l’altra e solo a stento riuscivo a tenere il ritmo di una mia ogni sette sue. A mezzanotte ci guardavamo felici negli occhi senza parlare. All’una ero ubriaco come non mai. Alle due mi mancava il respiro e la facevo ridere per quanto tossivo. Alle tre le cinsi la vita perché mi appoggiasse la testa sulla spalla, e pur non reggendomi in piedi la accompagnai a casa.
Mi vergogno un po’ a riferirlo, ma fu più difficile del previsto. Da un lato era parecchio che non bevevo così tanto, non essendo più un ragazzino, e non ero ben consapevole di cosa stessi combinando. D’altra parte, nell’anno trascorso da quando avevo ferocemente litigato con Irene - indubbiamente entrambi esasperati dalla persistente astinenza e dalla prolungata vicinanza - non avevo più toccato donna. Né aiutava l’atteggiamento della parigina, la quale si lasciò baciare dicendosi sicura che mi comportassi così con tutte le forestiere che mi capitavano a tiro; fu nuda in men che non si dica ma poi prese a schermirsi coprendosi con le mani fin dove poteva; mi leccò lungo tutto il corpo e mi disse che ero un porco; mi salì sopra rivelandomi che non ero il suo tipo di uomo e che non voleva far l’amore con me. Concluse la sceneggiata scendendo dal letto, e raggomitolandosi sui nostri vestiti lasciati cadere sul pavimento. Solo quando le assicurai che mi sarebbe piaciuto comunque star lì a dormire con lei, anche senza combinare niente di che, si fece accogliere nel proprio letto e mi accarezzò finché resistetti. Poi si girò e finse di dormire: non ci voleva un grande ingegno a capire che il suo russare, benché potesse essere causato dalle sigarette a profusione, fosse simulato e artificiale. Alla lunga inevitabilmente crollai.
Al mio risveglio, poche ore dopo, il demonio signorina era completamente nudo - o nuda - e mi guardava sdraiato - o sdraiata - sulla pancia, il mento appoggiato a un polso sul mio petto. Mi salutò con un bacetto sulle labbra; le presi la mano cercando di costringerla a un amplesso come si deve, ma si districò pur restandomi accanto. Traduco per comodità, ma di qui in poi parlò esclusivamente in Francese, lingua che comprendo ma non sono in grado di utilizzare a modo, così che nel corso del dialogo mi sentii ulteriormente ridicolo e ben a ragione. Mi disse che le sembravo più grande, non credeva che avessi la mia età - che, per inciso, era anche la sua. Le chiesi come si chiamasse: rispose dandomi un nome falso e annaspò per raccogliere dalla sua borsetta documenti veridici, con tanto di vidimazione della République. Disse senza mezzi termini che non si fidava di me, e che sentiva di avere commesso un grosso errore. Poiché rimasi senza parole, mi schioccò un bacione sulla guancia e mi disse che se desideravo concedermi una doccia il bagno era di là. La guardai ancora, mentre girava su se stessa, notando come non avesse un neo che sporcasse neanche un centimetro del suo corpo perfetto, come dipinto. Mi diressi verso il bagno ma scendendo dal letto mi chinai a baciarle le natiche. Rise.
Aveva voglia di pizza, pertanto uscimmo a cercarne una nonostante fosse ancora metà mattinata. La mangiò con manifesta soddisfazione nel lasso di tempo in cui io giravo il cucchiaino nel cappuccino, che poi non bevvi. Riprese a fumare, mi guardò di sottecchi e affermò: “Tu stasera vuoi portarmi fuori”. Non sapevo, sinceramente: aprii la bocca ma non proferii verbo. Iniziò una tiritera per dirmi che se speravo di avere un rapporto fisso con lei evidentemente ero un illuso, perché era appena arrivata e non aveva intenzione di legarsi a una persona che nemmeno conosceva, e poi chissà cos’avrebbe detto il suo fidanzato che era a Parigi ignaro di tutto, anche perché ella si definiva uno spirito libero ed era stata con un’infinità di uomini - li elencò nel dettaglio arrivando all’ordine della terza cifra - e che sebbene alcuni di questi uomini fossero da considerarsi presi simultaneamente (très amusant, si concesse di considerare nostalgica) io ero un ragazzino che non poteva pretendere di aspirare ad eguagliare il peggiore di tutti costoro, tanto che se avessi insistito per rivederla sarebbe sparita nel nulla: cosa che fece immediatamente, paventando evidentemente un mio contrattacco, ma grazie a Dio non prima di aver saldato il conto.
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Infine, la terza volta, ormai me l’aspettavo. Appena sveglio, com’è mio costume, andai a guardarmi allo specchio e non vidi la mia immagine; mi fu facile prevedere allora cosa sarebbe accaduto. Intorno alle undici infatti, mentre per ingannare il tempo fingevo di scrivere un articolo nella vana speranza che qualche rivista accademica si accorgesse del suo intrinseco valore, mi vidi arrivare dal corridoio. Il diabolico me stesso fumava  disinvolto le mie sigarette e si diceva molto critico riguardo alla vestaglia con la quale era stato costretto a coprirsi, non trovando di meglio a portata di artiglio, benché me ne scusassi ripetendo che me l’avevano regalata parenti dai gusti oltremodo dubbi. “Sarà”, ammise il mio sembiante guardandosi le maniche, “ma parliamo di cose serie.” Mi chiese se mancasse molto a terminare il mio saggio. “Non tantissimo”, risposi, ma con un gesto evasivo mi fece intendere che non avrei avuto tempo di concluderlo. Poi si grattò in testa e mi apostrofò: “Non sapevo che avessi tanta forfora, vedi che non si finisce mai di imparare?” Mi trattenni dal ribattere che puzzava, un po’ perché è fra le sue più rinomate caratteristiche infernali, un po’ perché indossando il mio corpo poteva agevolmente capovolgere l’accusa. Chiesi invece il permesso di infilarmi un maglione di più, visto che da quando era entrato c’era un po’ di corrente e temevo per la mia salute.
“Allora faresti meglio a prendere la giacca a vento, compare”, disse ridendomi in faccia. Lo guardai da vicino: non avevo nemmeno potuto farmi la barba, data la mia assenza dalle superfici riflettenti, e ora ero ridotto in quella maniera. Dall’ampia manica della vestaglia - della quale, in effetti, non avevo affatto da andare orgoglioso - estrasse una foto e porgendomela chiese: “Di’ un po’, te la ricordi questa?” Irene era stata ritratta, da me se non erro, mentre durante una vacanza assieme - dov’era, in Irlanda? - cercava la posizione per fotografare intero il campanile di una chiesa gotica. Era di spalle, magrissima, coi capelli scarmigliati dal vento che, pur non apparendo nell’immagine, moveva le nubi bianche e grigie; sullo sfondo, illuminato da un casuale raggio di sole, c’era tutto quanto il campanile. Sì che me la ricordavo.
“E sai com’è finita?”, insistette il mio sembiante. Le varie ricostruzioni in verità erano incongruenti poiché Irene viveva da sola. Riversa sul letto stringeva ancora in mano il flacone di sonniferi di cui si serviva fin troppo; sotto l’accappatoio mezzo schiuso era nuda ma non c’erano segni di violenza e l’autopsia la confermò vergine. Alcuni dirimpettai giuravano di aver visto allontanarsi da casa sua qualcuno che non conoscevano o non riconoscevano, ma le due escoriazioni sulla fronte vennero addebitate al maldestro tentativo di riparare un tubo difettoso sotto il lavandino, pratica della quale si vantava a detrimento della mia cultura umanistica. Non ero ancora stato abbandonato dall’assurdo senso di colpa pur percependo distintamente che accusandomi mi sopravvalutavo.
Il demonio me stesso pareva a disagio con il mio polpaccio, al quale fino alla sera prima avevo avvertito un fastidioso formicolio che era svanito proprio in mattinata. “Problemi di circolazione”, spiegai. “Avresti dovuto uscire di più, fare un po’ di moto”, mi rimproverò grattandosi accovacciato. Allargai le braccia: “Siamo nati per soffrire.” “Fossi in te”, suggerì sarcastico, “non mi lamenterei. In fondo hai ottenuto tutto quello che desideravi, no? Non sarai questa gran bellezza, insomma, però c’è ben di peggio. I libri ce li hai, e pure tanti. Volevi il gran sesso disinteressato: pronto in tavola. Il Milan ha vinto lo scudetto. Ti hanno anche assegnato il dottorato con borsa, e non sai quanto mi è costato… Fossi in te non mi lamenterei.”
Ci guardammo. “Allora andiamo?”, gli chiesi incerto sul da farsi. Cavò di tasca un orologio a cipolla, che mai avevo posseduto: “Andiamo, allez”, mi esortò, e si incamminò verso il corridoio. Non nascondo che, indottrinato dal suo sermoncino, non avevo alcuna voglia di protestare e anzi lo seguii di buon grado; solo gli chiesi una curiosità che nutrivo da tempo. Mi spiegò: “No, non ero sempre io, siamo tanti e non per niente ci chiamano Legione. La mano d’opera, grazie a Dio, non è mai mancata. Vuoi sapere chi eravamo, tutti e quattro?” Trasalii, ma non detti a vederlo, lasciando che proseguisse. “Il giovanotto, se proprio ci tieni, era l’unico di noi a cui non interessasse il calcio. La signorina era un fresco acquisto, a dire il vero ancora in prova: te l’abbiamo spedita perché bene o male ci parevi un compito facile facile per iniziare ma da brava isterica stava comunque rovinando tutto il piano. L’abbiamo fatta sparire al momento giusto. Io, come vedi, sono te fra qualche anno, visto che non sottostiamo alla volgare cronologia e facciamo un po’ quel ci pare e piace. Tutti bassa manovalanza, senz’offesa alcuna, benché ben coordinati.” La mia curiosità non era paga: “E Lucifero, allora, o Belial, Arimane, il Signore delle Mosche, il Principe delle Tenebre, il Serpente, l’Anticristo, il Maligno, l’Avversario - il Capo, insomma - che fa? Vi sfrutta e resta inoperoso?” Il mio sembiante tacque. Lo scossi per un lembo della vestaglia: avevamo varcato la soglia di casa e ormai poteva dirmi tutto, ma lo definì una specie di segreto di Stato. Insinuai malizioso: “Sta’ a vedere che era Irene.” Emise un peto fragorosissimo, dantesco.

 

Gravina in Puglia, 22 novembre 2004
 

05/10/2009
Postato il 06/10/2009 09:42 da Pino De Padova
Non ho trovato particolarmente spregevoli nessuno dei due (o cinque, per stare alla storia). I protagonisti, anzi, suscitano immediata simpatia - tranne Irene, per la verità, che dev'essere una riscrittura del personaggio di Maria - e la prosa di Gurrado è davvero felice. La chiusa, poi, è geniale: diabolica, direi
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