Censura Bibliotecaria (Lettera ad un Sindaco) 22 Oct 2009
[A Musile di Piave, un paesino del veneto, il sindaco ha vietato la presenza de "La repubblica" in biblioteca in quanto giornale politicizzato (www.gazzettino.it/articolo.php?id=76217&sez=NORDEST). Ringrazio Gherardo Bortolotti che mi ha segnalato questo ulteriore caso di "civiltà" settentrionale. A I]
Il Presidente dell’Associazione Italiana Biblioteche
Prof. Mauro Guerrini
Spett.le Sig. Sindaco,
sono venuto a conoscenza dalla stampa (’Il Gazzettino’, sabato 10
ottobre 2009, Cronaca di Venezia, p. 1) delle disposizioni impartite
alla biblioteca del Comune da Lei amministrato, tendenti a eliminare
dalle raccolte bibliotecarie la presenza di pubblicazioni periodiche
ritenute ‘politicizzate’.
Questo tipo di provvedimenti è in netto contrasto con le finalità della
biblioteca pubblica, che è strumento essenziale per la democrazia solo
se viene garantita la pluralità delle opinioni e l’accesso senza filtri
o pregiudiziali ideologiche ‘a ogni genere di conoscenza e
informazione’, come recita il Manifesto Unesco per la biblioteca
pubblica.
Le raccolte di ogni biblioteca che voglia realmente essere al servizio
della comunità locale dovrebbero riflettere tutti gli orientamenti
attuali e l’evoluzione della società , così come la memoria
dell’immaginazione e degli sforzi dell’uomo, senza essere soggette ad
alcun tipo di censura ideologica, politica o religiosa, né a pressioni
commerciali. In realtà si assiste sempre più spesso a forme di malinteso spoil system, in base al quale chi prevale si sente in diritto di imporre la propria visione del mondo cancellando le opinioni della parte
avversa.
Le Sue disposizioni sembra mettano in luce la sfiducia che la Sua
amministrazione nutre nei confronti dei concittadini, che evidentemente
non sono ritenuti in grado di formarsi un giudizio critico e che quindi
devono essere messi sotto tutela, al riparo dall’informazione di parte o
politicizzata, un concetto peraltro assai discutibile in sé. Credo che
qualsiasi amministratore pubblico non possa che convenire sulla
necessità opposta, ovvero ampliare la dotazione di quotidiani di tutte
le tendenze e provenienze, per garantire il pluralismo e consentire a
chiunque di formarsi liberamente un’idea sui fatti del mondo.
La tutela del bene comune rappresentato dall’accesso alle opinioni – a
tutte le opinioni – è il presupposto che mette tutti noi in condizione
di formarci in proprio convinzioni e idee. Questo diritto, sancito
dall’art. 19 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo,
dovrebbe essere in cima alle preoccupazioni di ogni amministratore
locale che desideri il bene della comunità che l’ha eletto.
Le biblioteche sono l’emblema stesso della libertà e della democrazia,
sono un patrimonio di tutti. La censura è la negazione delle ragioni per
cui le biblioteche vengono finanziate dalla collettività : i problemi si
risolvono affrontandoli con il dialogo e il confronto fra i diversi
punti di vista sul mondo e sulla vita, ma non apponendo divieti e
minacciando sanzioni.
Per queste ragioni l’Associazione Italiana Biblioteche (AIB) si oppone
e denuncia ogni tentativo di censurare, limitare e sviare la loro
funzione culturale e sociale.
A nome dell’AIB, la invito a riconsiderare le sue decisioni e a
guardare con fiducia al ruolo delle biblioteche pubbliche, che sono e
devono restare luoghi per il libero confronto delle idee e per la
formazione delle opinioni, non terreni di scontro ideologico.
Il pluralismo, come ha ricordato proprio oggi il Presidente della
Repubblica, Giorgio Napolitano, celebrando la giornata
dell’informazione, “è un valore insostituibile”.
Il Presidente dell’Associazione Italiana Biblioteche
Prof. Mauro Guerrini
Roma, 16/10/2009
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Censura Bibliotecaria (Lettera ad un Sindaco)
C’ho altri cazzi per la testa! 21 Oct 2009
un accorato e spartano appello, senza link e senza immagini,
di Gianni Biondillo
Probabilmente (anzi: sicuramente!) è quello che vogliono. Che ne parli. Comunque sia: questo post è “un uso privato di blog collettivo”. Potete pure -dico ai frequentatori di NI- evitare di leggerlo.
Comunque sia:
A Jiunius28, che mi ha fatto arrivare oggi una raccomandata, spedita dal Veneto, con dentro un cellulare e un messaggio pseudoanonimo (inviato il 17. Quattro giorni per una raccomandata. Le poste italiane non collaborano all’esperimento!)
A quelli del Letenox, falso farmaco (sedativo memoriale),
Alla ragazza della fintapubblicità che ha una dizione padanamente imbarazzante,
A chi recita (tra l’altro malissimo. Credibilità zero!) la parte del perseguitato paranoico nei video pseudocarbonari che si susseguono in rete (è Jiunius28? Non lo è? Boh!),
A quello di Frammenti,
A Current Tv, qualunque cosa essa sia,
A chi ha pensato a questa operazione di marketing virale, amanti di Lost, che credo -ma magari sbaglio!- lavorino per Sky (che NON ho. Sono anni che ogni tre mesi c’è qualcuno di Sky che cerca di affibiarmi l’abbonamento. Al primo che ce la fa, probabilmente, gli daranno un premio produzione e una medaglia)
Al buon Eviltree che mi manda messaggini e mi invita ad andare sul suo sito,
A Simone che anche lui mi manda sms accorati sul cellulare (”chi sei? Sei di Nazioneindiana? Sai chi sono gli altri?”) e sta scoprendo, ora dopo ora, chi sono i destinatari degli otto (o dieci, non mi ricordo) cellulari,
A Marco -fra i destinatari- guru massmediatico che m’ha telefonato entusiasta su quel numero di cellulare (”è una figata, mi sto divertendo un mondo”), ma avuto la carineria di non chiedermi chi fossi io,
A tutti gli altri coinvolti in questo esperimento…
Non metto in dubbio che il gioco sia divertente. Sono certo che parleranno di voi nei prossimi mesi: forse entrerete nella storia della comunicazione. Sicuramente GQ, Max, Wired, Marie Claire, Donna Moderna, Oggi, Stop, etc. etc. faranno articoli su di voi colmi d’entusiasmo (per soldi sono pronto a scriverene pure io uno). Siete cool, siete ok, siete sul pezzo.
Ma mi conosco. Se ci entro con tutti i piedi non ne esco più.
Ho perduto una mattinata per colpa vostra. Non ho tempo per giocare. Ho 43 anni, una vita. Ho una moglie, due figlie, un affitto da pagare. Luce, gas e telefono. Devo fare la spesa. Ho delle scadenze, delle consegne di lavoro. Avete spedito il cellulare a me seguendo chissà quale logica di marketing. Probabilmente avrete previsto anche questa mia reazione (per come la vedo dovevate coinvolgere un altro redattore di NI, non io). Non lo so, non mi interessa.
Vi auguro fortuna e divertimento. Ma io ho davvero altro da fare. Lasciatemi perdere. Ho altri cazzi per la testa. Non sono cool, non sono ok, non sono sul pezzo. Non c’ho manco l’account su facebook. Sono un bradipo webbico.
Solo una cosa vi chiedo: ma cazzo! Già che c’eravate, nel pacco, mi potevate allegare anche il caricatore del cellulare nuovo!!!!
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C’ho altri cazzi per la testa!
Editoria digitale, ebook e mercato italiano 21 Oct 2009

Antonio Tombolini (Simplicissimus.it) commenta l’uscita dell’ebook-reader di Barnes&Noble (Nook, concorrente di Amazon Kindle) e dopo aver analizzato le strategie dei due editori USA, offre il suo punto di vista sul mercato dell’editoria in Italia. Da leggere con attenzione. Jan Reister
Scrive Tombolini:
[...]
- un’idea per gli autori: cominciate a scrivere il vostro prossimo libro pensandolo come innanzitutto digitale, e quindi in rete, e quindi in grado di sfruttare l’integrazione con tutto quello che la rete offre. Se il libro è in qualche modo una realtà parallela, e se nella realtà di ogni giorno la rete sta integrando una augmented reality, attraverso cui ogni individuo può abbinare alla realtà dei luoghi e dei momenti che vive le informazioni e i tool che a quei luoghi e a quei momenti la rete abbina. Bene: scrivete tenendo presente la possibilità che il lettore possa integrare una augmented reality anche nel mondo e nelle vicende che state raccontando.
- un’idea per editor e agenti letterari: aiutate gli autori a pensare al libro come sopra, diventando voi stessi esperti di ciò che la rete può offrire, e valutate caso per caso se non sia forse possibile autopubblicare il proprio ebook, sperimentando anche modalità di rapporto nuovo con i lettori
- un’idea per gli editori, anzi due: la prima, rilasciate subito tutto il vostro catalogo in formato ePub, cribbio, cosa state ancora aspettando? E se avete il fegato per farlo, senza DRM, ché tanto sappiamo già tutti che tra due anni, forse meno, saremo lì a toglierli (noi di Simplicissimus vi suggeriamo SBF STEALTH, con i Social DRM, col nostro tool di watermarking, che consente una personalizzazione dell’ebook aggiungendo sul frontespizio del libro un vero e proprio ex-libris digitale, col nome e cognome dell’acquirente); se però non ne avete il fegato, metteteci pure i DRM (tanto tra due anni, forse meno, li toglierete), e rilasciate subito ’sto benedetto catalogo! Seconda idea, smettetela di dire agli autori che il vostro ruolo non morirà mai perché siete voi a dare autorevolezza ai loro libri appiccicandoci il vostro brand. Già oggi nessun lettore cerca un libro in base al marchio dell’editore (ma semmai autore, titolo, argomento, prezzo… tutto tranne che l’editore!). Concentratevi invece in quello che era il vero mestiere dell’editore, e di cui ci sarà sempre più bisogno nell’epoca dell’abbondanza digitale: la ricerca e scoperta di talenti nuovi, e la loro cura, offrendo piattaforme di scrittura innovative, in grado di dare all’autore la padronanza di tutte le possibilità che la rete offre fin dalla ideazione del suo libro, offrendo piattaforme ricche di interazione e condivisione diretta coi lettori, … imparando insomma un nuovo-vecchio mestiere: quello di padroneggiare la tecnologia per cavarne tutti i tool, gli attrezzi del mestiere, più adatti a coltivare i talenti di un autore e il suo rapporto coi lettori
- un’idea per i tipografi: dedicatevi alla stampa su carta di qualità elevata, anzi no, di qualità altissima; e per il pane quotidiano attrezzatevi per stampare ebook di qualità professionale nei vari formati. L’ebook non è il vostro nemico, è il vostro futuro!
- un’idea per i distributori: cambiate (progressivamente) mestiere, quello che fate attualmente è destinato a rimpicciolirsi drammaticamente. Siete voi quelli che soffriranno di più dal cambiamento: ci sarà sempre meno carta da trasportare avanti e indietro. Del resto è anche logico che sia così: siete stati voi quelli che hanno guadagnato di più negli ultimi 50 anni, proprio portando avanti e indietro montagne di carta. E magari dedicatevi di più a fare gli editori (coi soldi che avete guadagnato avete spesso comprato molti editori vostri clienti) o riconvertitevi alla distribuzione digitale degli ebook: ma fatelo solo se avete spalle larghe, ché di distributori digitali non ne servono molti, sono i bit a dover essere immagazzinati e distribuiti, mica pallet di carta!
- un’idea per i librai brick&mortar: siete ancora lì senza neanche un ebook reader da vendere? Siete ancora lì senza neanche una connessione wifi da offrire gratuitamente ai vostri visitatori? Siete ancora lì senza neanche una poltroncina su cui sedersi, un salottino in cui leggere e chiacchierare, un caffè a cui rifocillarsi? Siete ancora lì senza avere qua e là un computer con la connessione pronta e attiva a disposizione dei visitatori? Siete ancora lì ad ammucchiare copie su copie di libri di carta, invece di aver già attrezzato una sezione ebook, una specie di tabellone con su le sole copertine dei libri e il link per il download immediato dell’ebook corrispondente da comprare lì, seduta stante? E siete ancora lì senza aver allestito la vostra e-dicola, da cui consentire l’acquisto a tutti i quotidiani e periodici disponibili in formato ebook?
- un’idea per i librai online: aprite subito, ma subito subito, una sezione ebook e cominciate a venderli. Siete privilegiati, grazie alle piattaforme di distribuzione non dovete investire un solo euro per farlo. Se non in termini di dedizione, di arricchimento di contenuti, di tool, di informazioni da offrire al cliente. Ed è un business in cui la logistica la fanno le piattaforme di distribuzione di cui vi servite, non vi servono magazzini, corrieri, spedizioni… ci state ancora pensando?
- un’idea per i lettori: smettetela di fare i bambini capricciosi, ah ma vuoi mettere la carta e l’inchiostro e il profumo… tutte balle, il 95% della carta stampata che maneggiate fa schifo, è stampata male, puzza, vi sporca le dita, i caratteri sono troppo piccoli e da una pagina vedete in trasparenza quella successiva. E pesa. E… insomma, piantatela: date soddisfazione al vostro feticismo spendendo dei bei soldoni in qualche realmente bella edizione cartacea, e correte a comprarvi un ebook reader, e cominciate a rompere le scatole a librai ed editori perché si decidano a pubblicare tutti i loro libri anche in formato ebook. Cosa ne otterrete facendo così? Che leggerete di più, come, guarda un po’, da quando c’è il lettore mp3, ascoltate più musica.
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Editoria digitale, ebook e mercato italiano
La coazione a godere – Su “Leggere Lacan” di Slavoj Žižek 21 Oct 2009
di Isabella Mattazzi
« Le Roi est mort, Vive le Roi ! » Ogni morte, si sa, comprende già in sé la propria rinascita. A fare da spoglia regale, in questo caso, sembra essere oggi il corpo ingombrante di uno dei saperi più rivoluzionari del secolo appena passato: la psicoanalisi. Condannata a morte, data per persa dal nuovo modello cognitivista-neurobiologico della mente umana e dallo strapotere contemporaneo della “pillola” sulla parola. Risorta (o meglio, mai deceduta), attualissima e persino chiaroveggente per Slavoj Žižek, che in Leggere Lacan. Guida perversa al vivere contemporaneo, pubblicato da Bollati Boringhieri con la bella prefazione di Mauro Carbone, dichiara ancora una volta il suo amore assoluto per il pensiero psicoanalitico, riuscendo nell’intento quasi miracoloso di rendere immediatamente comprensibili la voce e il pensiero di Jacques Lacan e di portarli a noi in uno stato di grazia dei più singolari.
Ma qual è il tipo di sapere specialistico che secondo Žižek è oggi tutt’altro che morto? Chi è questo Lacan diventato improvvisamente nostro fratello, comune amico, imprevisto spettatore di Alien o di Eyes Wide Shut? Certamente non il Lacan della pratica clinica, e neppure lo psicoanalista dello studio di rue de Lille n. 5. Piuttosto invece il Lacan “filosofo”. Il Lacan lettore di Husserl, Heidegger e Kojève. Il teorico nell’atto di intessere e far brillare i fili più disparati del pensiero a lui contemporaneo, dall’antropologia strutturalista, alla teoria matematica degli insiemi, agli studi linguistici saussuriani. Per Lacan-Žižek, “la psicoanalisi non consiste in una teoria e in una tecnica volte a curare i disturbi psichici, ma in una teoria e in una pratica che pone l’individuo a confronto con gli aspetti più profondi dell’esistenza umana”. Tolta di mezzo quindi ogni preoccupazione di carattere strettamente clinico (che pure ha un peso, e non da poco, nella pratica lacaniana), di Lacan rimane il pensiero critico come puro metodo di lettura, la sua teoria come microscopio ermeneutico, lente puntata a illuminare e stanare i movimenti contratti, le zampette svelte e la corazza sottile di noi poveri abitatori del mondo moderno. In questo caso la natura “strumentale” dell’operazione è fin troppo ovvia. Che Žižek utilizzi la psicoanalisi per una riflessione sociologica del tutto sua è evidente. Il “noi” di cui parla Leggere Lacan non è un noi-singolare, un noi-pazienti sdraiati sul lettino ad aspettare che il miracolo si compia, che il sintomo venga rivelato e che il re taumaturgo compia il proprio rito. Il “noi” di Žižek è un noi astratto, un noi-società, un “noi” in quanto struttura, insieme di regole che a un tempo ci comprendono e ci oltrepassano (un “noi-grande Altro”, avrebbe detto Lacan). Ciononostante, la cosa sembra funzionare perfettamente. La lente ingrandisce a dovere. Le zampette si agitano sotto il microscopio. Attraverso alcuni punti nevralgici della teoria lacaniana, la nostra società si fa unico corpo malato, materia visibile, gigantesco paziente inerme in attesa di essere esaminato. Uno su tutti, il problema della jouissance. “Godi!”sembra essere l’imperativo ossessivo del nostro tempo, “Godi fino allo sfinimento!”, o meglio, “Godi perché devi godere!”. All’interno di un universo, come il nostro, libero da ogni tabù sessuofobico, un “mondo in cui Dio è morto” lasciando aperta la gabbia in cui eravamo stati confinati un tempo dagli ordini simbolici tradizionali, il soggetto contemporaneo sembra essere diventato il luogo di possibilità e di messa in atto di ogni trasgressione. L’eccesso come ingiunzione generalizzata è il nuovo paradigma con cui confrontarsi all’interno della costruzione e della sperimentazione del nostro desiderio. “Godimento” quindi non è più una tenace rivolta, una lotta condotta palmo a palmo contro un sistema sociale dalla morale repressiva e dallo sguardo accigliato e reazionario. Godere oggi è la regola. È diventato il nostro lavoro. Da qui, secondo Žižek-Lacan, lo stravolgimento (la perversione nella sua accezione filologica di per-vertere, deviare, scartare di lato) delle categorie di formazione e di strutturazione del soggetto, con un Super-io (la parte più rigidamente punitiva del nostro essere psichico) diventato oggi, certamente ancora l’assoluto e tirannico depositario del Divieto, ma questa volta del Divieto di non godere (con il risultato, inevitabile, di renderci tutti frigidi, incapaci di far fronte a un simile mostro). Da qui il continuo, contraddittorio gioco delle parti tra edonismo e disciplina ascetica che permea ogni scelta, ogni istante della nostra quotidianità. Birra sì, ma senza alcol. Panna senza grassi. Sesso senza corpo. Da qui infine, la nostra posizione sempre più interpassiva nei confronti del mondo, continuamente sollecitati a “concedere all’altro l’aspetto passivo (il godimento) della nostra esperienza”, con le risate preregistrate delle sitcom televisive che ci sollevano dall’impegno di ridere o i videoregistratori che registrano (che “si godono” il film in tv) mentre noi lavoriamo. “Un tempo, si contava sulla psicoanalisi affinché consentisse al paziente di superare gli ostacoli che gli impedivano l’accesso a una normale soddisfazione sessuale (…). Oggi il godimento funziona effettivamente come uno strano dovere etico: gli individui si sentono in colpa non tanto perché, nel darsi a piaceri illeciti, violano le proibizioni morali, quanto perché non sono capaci di godere”.
Di tutto questo, del perché siamo arrivati fin qui, Žižek non spiega le cause. Alla fine di ogni capitolo toglie il vetrino dalla macchina ottica e ce lo restituisce in mano, dandoci come sua personalissima soluzione al problema l’augurio di un mondo (di un discorso psicoanalitico) “nel quale ti è consentito di non godere; non che sia vietato godere: solo che è alleviata la pressione del doverlo fare”. È possibile allora immaginare una società senza imperativi, senza “doveri etici” (di qualsiasi natura essi siano, leciti o illeciti)? Può un sistema sociale essere trattato in tutto e per tutto come un soggetto psichico, e quindi “guarire”? Probabilmente non è questo il luogo per discuterne, anche se la perplessità rimane. Intanto, non godiamo finché siamo ancora in tempo.
Slavoj Žižek, Leggere Lacan. Guida perversa al vivere contemporaneo (prefazione di Mauro Carbone), Bollati Boringhieri, 2009, pp.134, 15 euro.
(pubblicato su il manifesto, 20/10/2009)
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La coazione a godere – Su “Leggere Lacan” di Slavoj Žižek
Scrivere dalla foresta dei segni. Appunti sull’arte di Federico Gori 20 Oct 2009

di Francesca Matteoni
per Federico e Lucia
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Alberi. Quando vedo per la prima volta le opere di Federico Gori è come essere avvolta da una foresta mai conosciuta prima eppure piena di indizi familiari. Vedo i segni, i graffi e si confondono in una sensazione di smarrimento e conforto propria di certi spazi solitari, che si aprono nell’intimo mentre si cammina, si osserva l’esterno. Alberi – sono la materia prima su cui Federico lavora, ma una volta che l’opera è finita non sono più alberi ciò che attraversiamo. È piuttosto la dimensione spirituale a mostrarsi, il potere evocativo dei luoghi che si fa tratto pittorico, si trasforma in un alfabeto essenziale, intraducibile in una qualsiasi lingua parlata. Un fortissimo impatto emotivo. Un’epifania. Tutto in questa selva è già trascorso.
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La partenza è una fotografia. Federico scatta personalmente le foto nei boschi del suo luogo natio – tronchi, ramaglie, quel caos ordinato in cui spesso crediamo di riconoscere volti e figure. Ma la fotografia perde presto il suo sembiante: subisce vari passaggi attraverso i quali viene scomposta, distrutta, traslata in gesti pittorici. L’artista usa la tecnica del transfert, portando l’immagine da un materiale all’altro: la fotografia viene fotocopiata, l’inchiostro del processo di copia si scioglie in pittura su di un altro supporto di alluminio. Quello che ottiene è la traccia base su cui agisce manualmente, distorcendola, traendone fuori qualcosa di imprevedibile. Del suo intervento Federico dice: “Dipingo in parte per addizione, grazie agli inchiostri e agli smalti, ed in parte per sottrazione, per via dei solventi chimici con cui bagno continuamente i lavori. Ad un certo punto, succede sempre fortunatamente, trovo qualcosa in quelle immagini a cui affezionarmi, questo significa che l’opera è finita”.
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Sulla superficie appaiono ora grafie, simboli ignoti, come se tutti i rumori di un bosco, gli scricchiolii, i versi degli animali, la brezza, si trasformassero in un tratto visibile, un linguaggio non decodificabile, in qualche modo estraneo allo stesso autore, a sua volta un tramite umano piegato all’ascolto. Tracce in cui si intravedono spiriti, note musicali, zampe di volatili, scheletri di foglie. Si torna allora alle pitture rupestri della preistoria, quella tensione primordiale a essere (restare), testimoniare di ciò che si è visto e amato. Conoscere la lingua del mondo attorno, la sua bellezza ruvida e totalizzante, prima di creare la comunicazione, volgere tutto all’uso e alla necessità. Siamo in quello spazio dove accogliere è ancora più importante che capire. Un universo che ci stranisce, perché mentre ci esalta ci annulla, c’investe del peso della nostra assenza.
Penso a due versi di Osip Mandel’stam
Scoli via la fanghiglia dell’istante:
rimarrà il caro disegno, intatto.
L’esperienza diventa tempo ed il tempo viene dilavato a segno nel luogo abitato, una fessura nella quale viaggiamo più volte in percorsi complessi, mai lineari. Ogni ritorno coincide con una scoperta.
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Nell’immagine non c’è niente di umano. Ci attrae proprio per questa mancanza: ci invita ad essere esplorata, ma ci avverte anche di vivere in un luogo impossibile, la terra di un’immaginazione che si dissolve o sprofonda nelle ombre del bianco e nero. Questo luogo è una terra ideale, dove non siamo divisi dal resto – l’essere umano è secondario, non riconoscibile, partecipa di una pienezza della quale non è il centro. Dobbiamo procedere dove non siamo attesi né previsti. Ci trasformiamo nella vegetazione che appare in ogni dove sul cammino. Le piante sono fatte di linfa, di pensiero, di memorie, di paesaggi a venire. Come in quello strano libro di Werner Herzog, Sentieri nel ghiaccio, in cui il regista intraprende un viaggio a piedi, partendo da Monaco di Baviera, dentro un’Europa vecchia, ma imprevedibile – ora che sta nella lentezza di un cammino – convinto così di prolungare la vita di una cara amica che lo attende nella sua casa di Parigi. “Paesaggio ondulato, molto bosco, e tutto mi è così sconosciuto. Quando ci si avvicina, i paesi fanno finta di essere morti”. “I tronchi degli alberi fumano come esseri viventi”. “Discesa per un bosco solitario, il cammino attraversato ad ogni passo da abeti rossi abbattuti, i rami grondano”. “Fosca, severa solitudine del bosco intorno”. “Ho camminato, camminato, camminato”. Nel suo andare diventa solo sguardo, consumazione di tutto l’esistere in quella natura che da sempre ci è sostanza e antagonista, anche quando noi crediamo di essere gli unici con il diritto di dimenticare. “Fa bene la solitudine? Si fa bene. Solo che dà delle prospettive drammatiche”. La prospettiva della solitudine è questo scomparire. Essere dimenticati dal mondo. E il mondo dimentica continuamente quello che noi invece non possiamo che ricordare – l’immagine vortica e s’infrange: rami esili, filamenti in frantumi verso l’aria. Questo posto che si ricorda è per l’artista l’infanzia. Un’infanzia dove nessuno è mai entrato, un altrove primitivo, al riparo dal futuro, come dal passato (dal sapore morto delle cose). L’arte è allora quell’ammettere un vuoto dove si affacciano il sapere e l’inventare da un cerchio di fatica, protezione.
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Tutto è così terso nell’attesa che sembra quasi di percepire un cenno di stelle – anche se è giorno, anche se l’aria tende all’incolore – di oltrevita. Davanti a questi segni ora si ascolta. Come si vedono le parole, le poesie, così si possono ascoltare i quadri, le opere “visive”. Perché quando si entra in quel vuoto, una musica ci viene incontro, ci toglie il sillabario della lingua. E varie sono le suggestioni musicali del lavoro di Federico, dai Radiohead agli islandesi Sigur Rós o ai loro conterranei Múm – tutte esperienze artistiche nelle quali tramite gli strumenti, la voce, la purezza dell’elettronica (un suono non umano, un suono ‘altro’), si tende contemporaneamente all’idea di sparizione e ad una presenza emotiva dentro chi ascolta. In particolare i Sigur Rós, che hanno un legame profondo con la loro terra originale e cantano in Vonlenska, da Von: speranza. Un amalgama sonoro, dove la voce si rende al tutto, ai molti esseri inconoscibili che stanno come noi in un paese – siano animali, vite minerali, la tempra dell’erba o delle piante, le forme astratte dei desideri.
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L’ultima parola è sacrificio. Si scava a fondo ai piedi degli alberi, nelle radici divelte e risospinte nel terreno. Quel sacrificio che se non salva, rende almeno dignità all’occhio, al dirsi parte, al trattenere di ogni passaggio un segno. Il nucleo che è nel lavoro d’artista, quel sentire male dentro, quello scrivere un proprio spazio e perderlo negli altri. Il farsi con costanza traduzione di ogni tempo sperato. Il sacrificio del tendere al nulla e tuttavia flettersi alla salita come nei tronchi un nutrimento d’acqua in cerchi fino a toccare le foglie – uscire. Respirare.
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11 ottobre 2009, Torri (Volotto) per T.
Cosa succede quando entriamo in un bosco. La sensazione del silenzio umano che acuisce i rumori. L’odore del terriccio e delle cortecce umide. Invisibili tracce animali, ovunque. Nella radura, ci concentriamo sulle castagne a terra, sui ricci che si aprono tra le prime foglie cadute, secche, e l’affiorare delle radici. Gli alberi. Ma noi non li vediamo davvero. Vediamo invece pezzi di tronchi, il bellissimo grigio cenere dei castagni con poche macchie verdastre, o in alto tutto il cielo a strappi nelle fronde. Noi scorgiamo frammenti di un alfabeto arboreo che non sappiamo decifrare e che tuttavia ci suggerisce continuamente suoni, sguardi. Sono gli stessi alberi di quando le foglie allungate, ovali erano penne indiane per fare un copricapo e nascondevo segreti in un tronco cavo. Ora sentiamo soltanto il cadere dei ricci dalle chiome, il modo in cui inciampano tra i rami, trovano terra. Tu ed io chini a riempire le mani e le ceste, in un mondo attutito, poco distante dalla strada. Vorrei portarti indietro in questi stessi boschi, dove stavo sul finire dell’estate. Vorrei che amarti fosse tenerti dentro un’infanzia. Cosa è reale? Quale passaggio di tempo? E quando andremo via si ricorderanno di noi gli alberi? Qui. È tutto molto limpido. Non dobbiamo parlare. Noi non siamo mai stati.
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Scrivere dalla foresta dei segni. Appunti sull’arte di Federico Gori
Un minuto di silenzio 20 Oct 2009

di Gianni Biondillo
Siegfried Lenz, Un minuto di silenzio, Neri Pozza Editore, 2009, 125 pag., trad. Francesco Paolo Porzio
Siegfried Lenz è un pezzo della letteratura del Novecento tedesca che conosciamo davvero poco in Italia. Fortunatamente due anni fa Neri Pozza ha iniziato la pubblicazione delle sue opere con Lezioni di tedesco, uno dei suoi capolavori, che ha ormai quarant’anni. Oggi la meritevole casa editrice veneta pubblica questo breve romanzo, Un minuto di silenzio, uscito in Germania lo scorso 2008.
Il libro si apre durante la commemorazione pubblica della professoressa d’inglese di un istituto superiore, morta in giovane età a causa di un banale incidente. A raccontarci la storia di Stella è Christian, suo studente diciottenne e suo segreto amante. Non c’è prurigine nelle parole di Lenz, il romanzo ha una scrittura casta, lieve, rispettosa dell’amore nato quasi per caso fra lo studente e la giovane e vitale professoressa. Lenz ci porta in un tempo, il secondo dopoguerra, e in un luogo, la costa tedesca del Mare del Nord, sconosciuti a noi lettori. Un panorama intrinsecamente malinconico e romantico, fatto di pescatori, gabbiani, spiaggie deserte, cieli ventosi. Ma non una sola riga del romanzo cede in leziosità o colpi di scena da romanzo rosa.
Christian si rivolge a noi lettori e allo stesso tempo al suo amore morto – qui, mentre viene commemorata – attraverso un flusso di memoria incorente, fatto di sprazzi di grande intensità emotiva. Quello che Lenz, ottuagenario autore di questa storia di un giovane amore perduto, cerca di riprodurre è, in qualche modo, lo sguardo attonito che ha la voce narrante nei confronti della realtà crudele.
Un libro all’apparenza semplice, persino didascalico, ma rifinito col cesello, con una soluzione narrativa che chiude il romanzo poche ore prima di dove lo apre. Un cerchio, un anello del dolore privato, un monito che il giovane Christian porterà sempre con sé, incapace di dare un senso a una vita che ha saputo donargli l’amore perfetto e ha saputo sottrarglielo senza fornirgli nessuna spiegazione.
[pubblicato su Cooperazione, n.32 del 4 agosto 2009]
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Un minuto di silenzio
RVP (ricevo volentieri pubblico) 20 Oct 2009
Marco Mazzi – Seeing and Knowing: the naturalization of vision
Dal martedì 06 ottobre 2009 al mercoledì 28 ottobre 2009
Mlac – Museo Laboratorio di Arte Contemporanea
Piazzale Aldo Moro 5
Roma 00185
Tel +39 06 49910653
muslab@uniroma1.it
Orari:
lun/ven h. 14.00/19.00
A cura di Lorenzo Carlucci
Martedì 6 Ottobre alle ore 19.00 il MLAC, Museo Laboratorio di Arte Contemporanea della Sapienza, inaugura la mostra Seeing and Knowing: the naturalization of vision di Marco Mazzi, a cura di Lorenzo Carlucci.
La mostra presenta tre film: Cycle of Judah videotapes, Tokyo Gnosis, Convalescence. Cycle of Judah videotapes è l’esito di un lungo lavoro iniziato come riscrittura per immagini del poemetto Ciclo di Giuda di Lorenzo Carlucci. Il risultato è una narrazione epurata che ci porta da una stamperia a una pista d’atterraggio, seguendo i gesti e gli sguardi di interlocutori silenziosi. Tokyo Gnosis è un documentario girato a Tokyo, in gran parte presso lo Yoyogi Park. La macchina è ferma e ritrae i frequentatori del parco, gruppi di giovani, famiglie, coppie di amanti, e altre scene cittadine. Convalescence (fotografia di Diego Cossentino) è un breve lavoro ispirato al testo Sonno nel prato di Lorenzo Carlucci. A differenza dei primi due è un lavoro con attori e sceneggiatura in cui si mostra un gruppo di giovani amici che discorre in un prato.

Il lavoro visivo di Marco Mazzi è teso a superare le barriere tra fotografia, installazione, film d’arte e film d’autore. Mazzi lavora di preferenza con soggetti casuali e inconsapevoli, filmando dal vivo, ma senza che ciò comporti un abbandono della composizione. La composizione avviene in tempo reale. È una composizione i cui elementi sono i dati del mondo, indipendenti dalla intenzionalità dell’autore. È una composizione che esplora il confine tra il vedere e il conoscere, tra la struttura (naturale) della percezione visiva e la struttura (culturale) del pensiero. L’oggetto dell’obiettivo di Mazzi non è uno “stato di cose” delimitato nel tempo e nello spazio, ma il “mondo come totalità” quale ci è dato nell’immediatezza della visione cosciente.
Nei lavori presentati in questa mostra Mazzi declina il suo originale “realismo trascendentale” nel senso di una “naturalizzazione” dello sguardo artistico. Mazzi offre immagini in cui si possano specchiare lo sguardo dell’artista e quello dello spettatore, entrambi resi capaci di attingere al mondo. La scommessa di Mazzi è di produrre l’intima tensione dell’individuo davanti al mondo come totalità dinamica e sintetica offerta (d)allo sguardo e (d)alla coscienza.
Marco Mazzi (Firenze, 1980) vive e lavora a Firenze e Tokyo. Ha esposto presso il Watari Museum of Contemporary Art di Tokyo, la Galleria Marella (Beijing) e la Galleria Daniele Ugolini (Firenze).
L’evento fa parte del ciclo espositivo del MLAC diretto da Simonetta Lux e curato da Domenico Scudero, realizzato con il contributo della Regione Lazio per la ricerca “Applicazione nuove tecnologie multimediali arte contemporanea” e con il sostegno della Facoltà di Scienze Umanistiche dell’Università La Sapienza.
Si ringrazia: Laura Bandelloni, Silvia Bandelloni, Irene Barbugli, Umberto D’Arcangelo, Pietro Gagliano’, Yuki Ichihashi, Rina Iwabuchi, Michiyo Miyake, Nanae, Olya Pavlenko, Jacopo Ricciardi, Coney Shun, Kaneko You.
Mlac – Museo Laboratorio di Arte Contemporanea
Piazzale Aldo Moro 5
Roma 00185
Tel +39 06 49910653
muslab@uniroma1.it
www.luxflux.net
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RVP (ricevo volentieri pubblico)
La Lettera del Veggente 20 Oct 2009
[Arthur Rimbaud nacque il 20 ottobre di centocinquantacinque anni fa. Volentieri pubblico un contributo di Mauro Baldrati alla conoscenza di questa straordinaria meteora, vero annuncio della modernità. a.s.]
di Mauro Baldrati

La Lettera del Veggente porta la data del 15 maggio 1871, era indirizzata al poeta Paul Demeny, amico di Georges Izambard, una figura importante nella vita e nella formazione di Arthur Rimbaud: giovane professore del Ginnasio, intellettuale repubblicano e laico (e per questo particolarmente odiato dalla madre, una donna dura, bigotta, dalla quale Rimbaud non riuscì mai a separarsi veramente) lo iniziò alle letture dei romantici e dei parnassiani.
Rimbaud aveva 16 anni e sette mesi, l’età, come aveva scritto un anno prima a Théodore de Banville, “delle speranze e delle chimere”. In realtà era un’età virtuale, perché nella lettera a Banville mentiva, si presentava come diciassettenne, in realtà non aveva ancora compiuto i 16. Ma Rimbaud era avanti, sempre avanti, bruciava in fretta la vita e il tempo, proprio come quella candela accesa da entrambi i lati immortalata in Blade Runner.
Era reduce dalla sua terza fuga a Parigi, in cerca di fortuna, di un rifugio dall’inferno-delizia di Charleville, la cittadina delle Ardenne dove, come scriveva a Izambard un anno prima, “muoio, mi decompongo nella scipitaggine, nella meschinità, nel grigiore” (ma, scriverà due anni dopo a Delahaye, “rimpiango l’atroce Charlestown”).
Il 18 marzo a Parigi aveva preso il potere La Comune, alla quale Rimbaud si sentiva di aderire totalmente (aveva anche scritto un abbozzo di Costituzione Comunista), quella società rivoluzionaria e democratica che finalmente potesse spazzare via tutti i bigotti, i tronfi borghesi, i falsi poeti, oggetti del dileggio, del sarcasmo feroce e aggressivo di tante poesie. E proprio alla lettera erano allegati tre testi: Il Canto di guerra Parigino, dedicato alla Comune e alla violenta repressione da poco sferrata dai versagliesi; Le mie dolci fanciulle innamorate, considerata un’ode alla misoginia, ritmata da un ritmo frenetico, rabbioso, quasi antipoetico. Secondo S. Bernard questa poesia fu scritta probabilmente in seguito a una delusione amorosa, invece secondo Ivos Margoni, che ha curato l’opera completa, sarebbe una presa di coscienza della propria tendenza omosessuale. Comunque sia, colpisce il tono sarcastico, apparentemente antifemminile (“O mia racchiona blu!”), contrapposto all’aperto femminismo della Lettera: “Quando sarà spezzata l’infinità schiavitù della donna, quando ella vivrà per sé e grazie a sé”. La terza poesia, “un canto pio”, L’Accovacciato, è la lapidazione grottesca di quel bonhomme pigro, vile, meschino e subumano che rappresentava la quintessenza del suo disprezzo.
Quindi il sedicenne Rimbaud, all’apice della sua rabbia di adolescente ribelle, sta vergando velocemente, nervosamente, come suo solito, un documento che sarà considerato il primo, vero manifesto di una nuova letteratura d’avanguardia. In questo testo il nuovo viene contrapposto al vecchio, attraverso un processo di ricerca, oscuro, devastante, che farà del Poeta un “veggente”, un “orribile lavoratore” che punta all’ignoto, verso orizzonti sconosciuti, dove la poesia non ritmerà più l’azione, ma la supererà.
“Io dico che bisogna essere veggente (…), mediante un lungo, immenso e ragionato sregolamento di tutti i sensi.”
Sono state fatte innumerevoli letture di questo passo. Per alcuni è una proiezione biografica di Rimbaud, della sua continua ricerca per liberare la mente; ed è stato letto in chiave autodistruttiva, come in parte autodistruttivo sarà il percorso del suo autore, che culminerà a Londra con l’amico e compagno Verlaine a sperimentare droghe, alcol, vita miserabile, e che fu oggetto di identificazione per esempio da Jim Morison, durante la sua breve vita. Sono state individuate componenti mistiche, di occultismo, demoniache, di derivazione romantica e baudelairiana. Eppure sono altre le letture possibili. Nella Lettera del Veggente Rimbaud insegue soprattutto una nuova poetica, e un nuovo stile. Lo scrive, con parole più semplici, in una lettera di due giorni prima a Georges Izambard, quando parla di “poesia oggettiva”. E’ un punto importante, rivela la concezione del poeta-lavoratore che crede nel progresso, nel futuro, nella liberazione materiale del popolo, dei “gaglioffi” della Comune (“in questo momento mi ingaglioffo il più possibile” scrive a Izambard). Il Veggente quindi non è solo il navigatore di un moderno irrazionalismo, ma è un ricercatore di quell’Io universale, non territoriale, che accomuna tutte le persone in una “sinfonia profonda”: l’Io che “è un altro” (e qui Rimbaud sembra riscrivere, come faceva spesso, il “Je suis l’autre” di Nerval). Lo sregolamento può essere quindi un cammino, lungo e accidentato – sofferente, folle, ma non necessariamente autodistruttivo – per superare, attraverso una ricerca verso territori mentali non esplorati, la soggettività dell’arte vecchia, quella “poesia soggettiva” che imputava a Izambard fatta di “canzoni” più che di opere capite, di sofferenze individuali: “quest’avvenire sarà materialista”, è una frase che può, deve essere presa alla lettera, e non sempre e solo in chiave simbolica, per caricarla di significati che la riscattino dalla sua apparente banalità. L’arte, la Poesia, segue la vita, e si libera con la liberazione dell’uomo dalla schiavitù, dalla miseria e dall’oppressione. Echeggiano certamente gli scrittori democratici, etici, dell’epoca romantica, Hugo in primis, che Rimbaud leggeva e amava. Ma il superamento rimbaldiano è importante per il progetto di una scrittura collettiva, inseguita, progettata dal grande sapiente, dal “grande maledetto”. Per questo deve “trovare una lingua”, che sarà “l’anima per l’anima, riassumerà tutto: profumi, suoni, colori.” Intuizione prodigiosa, la scrittura come “macchina totale” che racchiude le immagini, i suoni, gli odori. Come non pensare alle due macchine più potenti del primo Novecento, Proust (il quale peraltro non doveva amare particolarmente Rimbaud, lui, fine baudelairiano), che attraverso il suo stile in divenire sembra mettere in pratica la sfida rimbaldiana in un’opera compiuta; e Kafka, col suo disseccamento dall’interno della lingua “di carta” dominante, produce davvero una scrittura collettiva, una scrittura minore estranea a tutti gli estetismi e i lirismi.
Leggiamo dunque questa riflessione del Rimbaud sedicenne, provando a semplificarla, a ripulirla da tutti i simbolismi e le esegesi – in chiave religiosa, o antireligiosa – di cui è stata caricata nel corso degli anni. La traduzione è di Ivos Margoni, rimbaldologo fra i più sensibili e competenti.
La Lettera del Veggente1
A Paul Demeny
a Douai
Charleville, 15 maggio 1871.
Ho deciso di offrirle un’ora di letteratura nuova. Comincio subito con un salmo di attualità:
Chant de guerre parisien
Le Printemps est évident, car…
A. Rimbaud.
- Ed eccole ora della prosa sull’avvenire della poesia: – Tutta la poesia antica sfocia nella poesia greca, Vita armoniosa. – Dalla Grecia al movimento romantico, – medioevo, – ci sono letterati, versificatori. Da Ennio a Teroldo, da Teroldo a Casimir Delavigne, tutto è prosa rimata, giuochetto, smidollamento e gloria di innumerevoli generazioni idiote: Racine è il puro, il forte, il grande. – Se qualcuno avesse soffiato sulle sue rime e ingarbugliato i suoi emistichi, quel Divino Sciocco oggi sarebbe sconosciuto quanto un qualsiasi autore di Origini. Dopo Racine, il giuochetto fa la muffa. E’ durato duemila anni!
Non è uno scherzo né un paradosso. La ragione m’ispira sull’argomento certezze più numerose delle collere che avrebbe potuto avere un Jeune-France. Del resto, i nuovi sono liberi di esecrare i vecchi: siamo a casa nostra e non è certo il tempo a mancarci.
Il romanticismo non è stato mai giudicato bene. E chi avrebbe potuto giudicarlo? I critici!? O proprio quei romantici che ci provano così bene che la canzone è rarissimamente l’opera, e cioè il pensiero cantato e capito dal cantore?
Infatti; Io è un altro. Se l’ottone si desta tromba, non è certo per colpa sua. La cosa mi pare ovvia: io assisto allo sbocciare del mio pensiero: lo guardo, lo ascolto: do un colpo d’archetto: la sinfonia si agita nelle profondità, oppure salta con un balzo sulla scena.
Se i vecchi imbecilli non avessero trovato dell’Io che il significato falso, non avremmo da spazzar via questi milioni di scheletri che, da tempo infinito, hanno accatastato i prodotti del loro guercio intelletto, proclamandosene fieramente gli autori!
In Grecia, dicevo, versi e lire ritmano l’Azione. Dopo, musica e rime sono giuochi, svaghi. Lo studio di questo passato seduce i curiosi: parecchi si lasciano andare con gioia a rinnovare queste anticaglie: – a loro sta bene. L’intelligenza universale ha sempre sparso le sue idee naturalmente; gli uomini raccoglievano una parte di questi frutti del cervello: agivano mediante, scrivevano libri con esse: così andava avanti la faccenda, poiché l’uomo non lavorava a se stesso, non essendo ancora desto, o non ancora nella pienezza del gran sogno. Funzionari, scrittori: autore, creatore, poeta, quest’uomo non è mai esistito!
Il primo studio dell’uomo che voglia esser poeta è la sua propria conoscenza, intera; egli cerca la sua anima, l’indaga, la scruta, l’impara. Appena la sa, deve coltivarla; la cosa sembra semplice: in ogni cervello si compie uno sviluppo naturale; tanti egoisti si proclamano autori; ce ne sono molti altri che si attribuiscono il loro progresso intellettuale! – Ma si tratta di rendere l’anima mostruosa: come i comprachicos , insomma! Immagini un uomo che si pianti verruche sul viso e le coltivi.
Io dico che bisogna esser veggente, farsi veggente.
Il Poeta si fa veggente mediante un lungo, immenso e ragionato sregolamento di tutti i sensi. Tutte le forme d’amore, di sofferenza, di pazzia; cerca egli stesso, esaurisce in sé tutti i veleni, per non conservarne che la quintessenza. Ineffabile tortura nella quale ha bisogno di tutta la fede, di tutta la forza sovrumana, nella quale diventa fra tutti il grande infermo, il grande criminale, il grande maledetto, – e il sommo Sapiente! – Egli giunge infatti all’ignoto! Poiché ha coltivato la sua anima, già ricca, più di qualsiasi altro! Egli giunge all’ignoto, e quand’anche, sbigottito, finisse col perdere l’intelligenza delle proprie visioni, le avrebbe pur viste! Che crepi nel suo balzo attraverso le cose inaudite e innominabili: verranno altri orribili lavoratori; cominceranno dagli orizzonti sui quali l’altro si è abbattuto!
- Il seguito fra sei minuti –
Qui inserisco un secondo salmo, fuori testo: porga, la prego, un compiacente orecchio, – e tutti saranno deliziati. – Ho in mano l’archetto, comincio:
Mes petites amoureuses
Un hydrolat lacrymal lave…
A. R.
Ecco. E noti bene che, se non temessi di farle sborsare più di 60 centesimi di tassa, – io, povero sventurato che, da sette mesi, non ho avuto in mano neanche un soldo di bronzo! – le darei anche i miei Amanti di Parigi, cento esametri, egregio Signore, e la mia Morte di Parigi, duecento esametri!
- Riprendo:
Dunque il poeta è veramente un ladro di fuoco.
A suo carico sono l’umanità, gli animali addirittura; dovrà far sentire, palpare, ascoltare le sue invenzioni; se ciò che riporta di laggiù ha forma, egli dà forma; se è informe, egli dà l’informe. Trovare una lingua; – Del resto, dato che ogni parola è idea, verrà il tempo di un linguaggio universale! Bisogna essere un accademico, – più morto di un fossile, – per rifinire un dizionario, di qualunque lingua sia. Se dei deboli si mettessero a pensare sulla prima lettera dell’alfabeto, rovinerebbero subito nella pazzia!
Questa lingua sarà anima per l’anima, riassumerà tutto: profumi, suoni, colori; pensiero che uncina il pensiero e tira. Il poeta definirebbe la quantità di ignoto che nel suo tempo si desta nell’anima universale: egli darebbe di più – della formula del suo pensiero, della notazione della sua marcia verso il Progresso! Enormità che si fa norma, assorbita da tutti, egli sarebbe veramente un moltiplicatore di progresso!
Quest’avvenire sarà materialista, lo vede; – Sempre piene di Numero e di Armonia, queste poesie saranno fatte per restare. – In fondo, sarebbe ancora un po’ la Poesia greca.
L’arte eterna avrebbe le proprie funzioni, così come i poeti sono cittadini. La Poesia non ritmerà più l’azione; sarà avanti.
Questi poeti saranno! Quando sarà spezzata l’infinita schiavitù della donna, quando ella vivrà per sé e grazie a sé, dopo che l’uomo, – finora abominevole, – l’avrà congedata, sarà poeta anche lei! La donna troverà dell’ignoto! I suoi mondi d’idee saranno diversi dai nostri? – Troverà cose strane, insondabili, ripugnanti, deliziose; noi le prenderemo, le capiremo.
Nel frattempo, chiediamo ai poeti il nuovo, – idee e forme. Ogni mestierante potrebbe credere ben presto di avere soddisfatto tale domanda. – No, non è così!
I primi romantici sono stati veggenti quasi senza rendersene conto: la coltivazione delle loro anime ha preso inizio da incidenti: locomotive abbandonate, ma ardenti, imprigionate per qualche tempo dalle rotaie. – Lamartine, talvolta è veggente, ma strozzato da una forma vecchia. – Hugo, troppo testardo, ha, pure, del visto negli ultimi volumi: I Miserabili sono una vera poesia. Ho I Castighi sotto mano; Stella dà pressapoco la misura della vista di Hugo. C’è troppo Belmontet e Lamennais, troppo Geova e colonne, vecchie enormità sgonfiate.
Musset è quattordici volte esecrabile per noi, generazioni dolorose e in preda alle visioni, – insultate dalla sua antica pigrizia! Oh! Quegli insipidi racconti e proverbi! Oh, quelle notti! Oh, quel Rolla, quella Namouna, quella Coppa! Tutto è francese, e cioè sommamente odioso; francese, non parigino! Ancora un’opera di quell’antipatico genio che ha ispirato Rabelais, Voltaire, Jean de la Fontaine! Commentato dal signor Taine! Primaverile, lo spirito di Musset! Delizioso, il suo amore! Eccola lì, e a iosa, la pittura su smalto, la poesia solida! La poesia francese sarà centellinata ancora per molto tempo, ma in Francia. Non c’è garzone di bottega che non sia capace di buttar giù un’apostrofe in stile Rolla, non c’è seminarista che non porti quelle cinquecento rime nel segreto del suo taccuino. A quindici anni, quegli slanci di passione mettono i giovani in foia; a sedici anni, si accontentano già di recitarli con sentimento; a diciotto anni, anche a diciassette, qualsiasi collegiale che ne abbia la possibilità, fa il Rolla, scrive un Rolla! Qualcuno forse è ancora capace di morirne. Musset non ha saputo fare nulla: c’erano visioni dietro la garza delle tende: lui ha chiuso gli occhi. Francese fiacco, trascinato dalla taverna al leggio del collegio, quel bel morto è ben morto, e, ormai, non diamoci nemmeno più la pena di ridestarlo col nostro vituperio!
I secondi romantici sono molto veggenti: Th. Gautier, Lec. De Lisle, Th. de Banville. Ma siccome investigare l’invisibile e udire l’inaudito è cosa diversa dal riprendere lo spirito delle cose morte, Baudelaire è il primo veggente, il re dei poeti, un vero Dio. Tuttavia egli è vissuto in un ambiente troppo artistico; e la forma tanto vantata in lui è meschina: le invenzioni d’ignoto richiedono forme nuove.
Rotta alle forme vecchie, fra gli innocenti, A. Renaud, – ha rollificato; L. Grandet, – ha rollificato; i Galli e i Musset, G. Lafenestre, Coran, Cl. Popelin, Soulary, L. Salles; gli scolaretti, Marc, Aicard, Theuriet; i defunti e gli imbecilli, Autran, Barbier, L. Pichat, Lemoyne, i Deschamps, i Desessarts; i giornalisti, L. Cladel, Robert Luzarches, X. De Ricard; gli estrosi, C. Mendès; i bohème; le donne; i talenti, Léon Dierx, Sully-Prudhomme, Coppée, – la nuova scuola, detta parnassiana, ha due veggenti, Albert Mérat e Paul Verlaine, un vero poeta. – Ecco. – Così lavoro a rendermi veggente. – E terminiamo con un canto pio.
Accroupissements
Bien tard, quand il se sent l’estomac écœuré,
Lei sarebbe esecrando se non mi rispondesse; e faccia presto, ché fra otto giorni sarò a Parigi, forse. Arrivederci,
A. RIMBAUD
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La Lettera del Veggente
- i testi delle tre poesie incluse da Rimbaud nella Lettera sono leggibili in originale, insieme col resto della produzione poetica dell’autore, qui.
Ida Magli, ma ci faccia il piacere 19 Oct 2009
di Marco Rovelli
Nel vedere quei volti e sentire quelle voci che riempivano le strade di Roma, ho ripensato alle parole che l’antropologa Ida Magli ha scritto sul Giornale, e che un giorno forse verranno ricordate come uno dei manifesti del nuovo razzismo italiano. Conviene rileggerne qualche brano, perché è impossibile restituirne il grado di aberrazione con altre parole: “Stiamo male perché siamo costretti a vivere nello stesso territorio con popoli diversi da noi, e diversi prima di tutto fisicamente. [...] L’estraneità fisica è la caratteristica maggiore che impedisce agli uomini di potersi «identificare» l’uno nell’altro, sentirsi psicologicamente «simili». [...E'] impossibile per un «bianco» identificarsi in un «nero»: comprendere i sentimenti, le percezioni, i gusti, intuire il tipo di intelligenza, le reazioni, gli interessi. Se si aggiunge a questo dato di partenza, la differenza di lingua, di religione, di storia culturale, ci si rende conto che vivere sullo stesso territorio non significa vivere «insieme».” Ecco, vedendo ieri quei colori mischiati in piazza, mi veniva da sorridere di compassione per la signora Magli e per la sua “brutale” culturalizzazione di un dato naturale. E penso alla mia amicizia con Jessy, nigeriano, che dopo traversie letteralmente incredibili, ha sposato Gloria, slovacca e biondissima, per mettere al mondo una splendida creatura. Jessy e Gloria, come tante altre coppie miste, e come ancora le sempre più numerose relazioni e legami di qualsiasi tipo indifferenti al colore della pelle, sono la prova vivente di come le parole della Magli siano puro e densissimo razzismo. E per quanto mi riguarda, c’è l’empatia che ho sperimentato e la memoria vivida di tutti i volti che incontrato nei viaggi che ho fatto in quest’Italia già multiculturale, a Ida Magli piacendo.
(pubblicato su l’Unità, 18/10/2009)
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Ida Magli, ma ci faccia il piacere
Setaccio: la farina buona che nutre la vita. Laboratori di scrittura a Porretta Terme 19 Oct 2009
Le associazioni culturali Matrioske e Sassiscritti in collaborazione con la casa editrice Fernandel, il Centro Turistico La Prossima e il Comune di Porretta Terme (Bo) presentano per il terzo anno Sdâc-setaccio: residenze creative sui crinali dell’Appennino Tosco-Emiliano. Durante i laboratori intensivi i partecipanti risiederanno in agriturismo assieme all’artista. Il lavoro verrà svolto tra le sale comunali di Porretta Terme (Bo) e gli spazi nel verde.
LABORATORIO CON GIANLUCA MOROZZI
30_31 Ottobre / 1 Novembre
LABORATORIO PRATICO SUL RACCONTO
Il romanzo necessita di parti di raccordo funzionali
alla trama ma magari più deboli del resto, mentre il racconto non ha punti deboli. (T. Scarpa)
Un laboratorio sulla forma-racconto: come scrivere un racconto partendo da un incipit, come scrivere un racconto incentrato sul finale, come scrivere un racconto a tema, con esercizi pratici e esempi concreti. Inoltre, come pubblicare: i contatti con le case editrici, il modo di presentarsi, e tutto quello che riguarda il “mestiere pratico di aspirante scrittore”.
Gianluca Morozzi
GIANLUCA MOROZZI ha pubblicato i romanzi “Blackout”, “L’era del porco”, “Despero”, “Colui che gli dei vogliono distruggere” (tutti per Guanda), “Dieci cose che ho fatto ma che non posso credere di aver fatto, però le ho fatte”, “Accecati dalla luce” e “L’abisso” (tutti per Fernandel). Ha pubblicato inoltre i volumi di racconti “Luglio, agosto, settembre nero” e “Le avventure di zio Savoldi” (in collaborazione con Paolo Alberti), entrambi con Fernandel. Per Guanda ha pubblicato il saggio semiserio “L’Emilia o la dura legge della musica”. Nel campo dei fumetti ha sceneggiato le graphic novel “Il vangelo del coyote” (Guanda) e “Pandemonio” (Fernandel), oltre alla maxiserie “FactorY” in uscita per Fernandel. Come curatore, ha collaborato ai volumi “Suicidi falliti per motivi ridicoli” (Coniglio), “Quote rosa” (Fernandel), “Dylan revisited” (Manni), “Le radici e le ali- La storia dei Gang” (Fernandel), “Byron a pezzi” (Fernandel).
LABORATORIO CON PAOLO NORI
6_7_8 Novembre
SCUOLA ELEMENTARE DI SCRITTURA EMILIANA IN MONTAGNA
I semicolti e le loro scritture, il letterario e il non letterario.
Il suono e il senso, la paura e il riso.
Andare fuori tema, straniarsi, non sapere.
Le liste, le fattografie, la storia delle cose.
I riassunti, le sostituzioni, il cosiddetto cut up.
La frase, la ripetizione della frase, diversi modi di ripetere la frase.
La trama e la non trama, il tutto e il niente.
Le biografie, le agiografie e l’incontrario delle agiografie. Le poesie, il suono nelle poesie e l’incontrario delle poesie.
L’editoria, le pubblicazioni, il senso dello scrivere. E delle altre cose.
Paolo Nori
Orari laboratorio:
Venerdì 6 dalle 20 e 30 alle 23; Sabato 7 dalle 9 alle 12 e dalle 14 e 30 alle 18; Domenica 9 dalle 9 alle 12. I partecipanti alloggeranno in miniappartamenti misti.
PAOLO NORI ha pubblicato, tra gli altri, i romanzi “Le cose non sono le cose”, “Grandi ustionati”, “Si chiama Francesca, questo romanzo”, “La vergogna delle scarpe nuove” e “Pubblici discorsi”. Ha tradotto e curato l’antologia degli scritti di Daniil Charms “Disastri”, l’edizione dei classici di Feltrinelli di “Un eroe dei nostri tempi” di Lermontov e delle “Umili prose” di Puškin e “Anime morte” di Gogol’. È fondatore e redattore della rivista “L’Accalappiacani”.
Info: setaccio@gmail.com; www.sassiscritti.wordpress.com;
mob. 349 5311807 / 392.3199820
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Setaccio: la farina buona che nutre la vita. Laboratori di scrittura a Porretta Terme
Distruzione ti guardo 19 Oct 2009
di Raul Calzoni
Naufragio con spettatore, titolo di una densa opera di Hans Blumenberg, può essere una formulazione appropriata per riferirsi alla produzione letteraria di W.G. Sebald (1944-2001), della quale Secondo natura. Un poema degli elementi («Biblioteca» Adelphi, trad. di Ada Vigliani, pp. 104, €14,00) ha segnato l’esordio in Germania. Così d’altronde scrive l’autore nella terza sezione di questo poemetto, rimarcando la propria inclinazione a una silenziosa e malinconica contemplazione della realtà, già manifestatasi negli anni dell’infanzia trascorsi nel villaggio bavarese di Wertach: “Ma la frequenza con cui cadevo per strada/ e restavo seduto alla finestra/ fra le piante di fucsia, le mani bendate,/ in attesa che la sofferenza scemasse/ e senza far nulla per ore se non guardar fuori,/ suscitò presto in me l’immagine di una catastrofe silenziosa che si compie,/ priva di echi, davanti allo spettatore”.
Apparso nel 1988, Nach der Natur può essere già letto come un manifesto programmatico, se si focalizza l’attenzione sul valore al contempo modale e temporale della preposizione nach contenuta nel titolo originale del poema. Secondo natura è una sua valida traduzione, che veicola l’intento dell’opera di celebrare in versi liberi le leggi naturali, ma Dopo la natura sarebbe stata una scelta altrettanto possibile, poiché Sebald restituisce con la sua lirica l’immagine di una creazione ormai esangue e resa post-naturale dalla civilizzazione. In paesaggi corrotti dall’indiscriminato agire dell’uomo e dominati dalla silenziosa azione distruttiva del fuoco, delle acque e dei ghiacci, Sebald muove i protagonisti delle sue tre elegie postmoderne, affidando loro il compito di ricostruire, oltre alla propria, le biografie del pittore Matthias Grünewald (c. 1475-1528) e dell’esploratore Georg Wilhelm Steller (1709-1746). Collezionista di ricordi individuali, come nel caso delle impressioni di viaggio raccolte in Vertigini e negli Anelli di Saturno, ma anche custode di biografie dimenticate fra le maglie del tempo, come con Gli emigrati e Austerlitz, Sebald ripercorre attraverso Secondo natura la parabola esistenziale di personaggi segnati da una profonda malinconia e da un’intima percezione della Storia naturale della distruzione. Quest’ultimo è peraltro il titolo dell’edizione italiana di Luftkrieg und Literatur, saggio in cui sono raccolti i risultati di un ciclo di lezioni, tenute a Zurigo nel 1997, dedicate alle rappresentazioni letterarie della campagna di bombardamento delle città tedesche condotta dagli alleati durante la Seconda guerra mondiale. Pure nelle lezioni zurighesi, accanto alla denuncia dell’uso indiscriminato fatto dall’uomo della tecnica, si manifesta l’azione lungo l’asse della storia di una “natura ignara di equilibri,/ che cieca compie, l’uno dopo l’altro,/ esperimenti privi di costrutto/ e, come insano bricoleur, ecco/ distrugge quanto appena ha creato./ Sperimentare fino al limite postremo,/ è l’unico suo scopo, germinare,/ perpetuarsi e riprodursi”.
Natura e dissennata civilizzazione, istinto e ragione rappresentano la sistole e la diastole dell’impianto lirico di Secondo natura, che è volto a smascherare l’insensatezza della ragione e della scienza umane, allorquando esse cercano di “porre un limite al disordine nel mondo”. Ciò emerge dal primo medaglione poetico, Come la neve sulle Alpi, dedicato al pittore del celebre Polittico di Isenheim. Attorno alla vita di Grünewald e a dettagliate ékphrasis delle sue opere si snodano le otto liriche che Sebald dedica al pittore bavarese, non senza indugiare su particolari della vita del maestro e presentandolo in preda a uno stato di implacabile malinconia, che lo induce a raffigurare la creazione come “immagine della nostra insana presenza/ sulla superficie terrestre”. Perciò, le opere di Grünewald sono immerse nell’estremo “bagliore della luce/ che strapiomba nell’Aldilà”, ovvero nell’atmosfera di un “oscuramento catastrofico”, simile a quello provocato da un eclissi di sole, che pare essere il diaframma fra il mondo dei morti e quello dei vivi.
Sul crinale fra natura e scienza, luce e oscurità, ragione e istinto si muove pure il secondo viaggiatore di Secondo natura, ossia il medico Steller che si mise al servizio di Vitus Behring, lo seguì nella spedizione del 1741 in Siberia e con lui attraversò “un unico grigio/ senza meta, senza né sopra né sotto,/ la natura in un processo/ di distruzione/ in uno stato di pura insania”. Leggendo questo passo di …E se trovassi dimora sul più lontano dei mari pare di essere dinnanzi al Monaco in riva al mare ritratto da Caspar David Friedrich, ovvero di stare al cospetto di una natura primordiale, silente e quieta. Si prova la medesima sensazione anche quando si leggono i versi che, nella XIII lirica di questa sezione del poema, si riferiscono all’isolato episodio della spedizione in cui Steller si trova dinnanzi a una natura rigogliosa, colta nell’ora panica del mezzogiorno. Si tratta tuttavia di fugaci istanti di stasi e di fulgore, perché in Secondo natura gli elementi non soggiacciono ad alcuna “mite legge”, per esprimersi con l’austriaco Adalbert Stifter tanto amato da Sebald, ma sono sempre sul punto di mostrarsi nella forza distruttiva che gli è propria.
A nulla serve, contro quest’ultima, lo sguardo catalogatore di Steller che, ordinando il proprio archivio botanico, cerca di dominare la realtà e di mettere a tacere le manifestazioni entropiche e le metamorfosi disarmoniche degli elementi naturali. Sottesa alle traversie di Steller soggiace così la medesima inclinazione all’archiviazione di objets trouvés, che ha caratterizzato lo sguardo di Sebald sulle sciagure umane del Novecento. Il compito affidato alla scrittura da questo bricoleur di lacerti del passato è stato quello di collezionare immagini, ricordi e mappe del passato al fine di ricostruire rotte, sentieri e tragitti percorsi nella storia da individui sovente emarginati dalla società e sui quali il nazismo ha inciso un marchio indelebile.
Nel solco di tale processo ricostruttivo l’ultimo quadro del trittico, La notte oscura prende il largo, si apre con il tentativo dello scrittore di restituire attraverso l’ausilio di fotografie – sebbene non riprodotte in Secondo natura, che è l’unico testo di Sebald privo di apparato iconografico – il ricordo degli anni che hanno preceduto la sua nascita. Nato “sotto l’egida del freddo pianeta Saturno”, mentre in Germania le città bruciavano fra le fiamme innescate dalle bombe degli alleati, Sebald ricostruisce poi, sempre avvalendosi di una tecnica associativa, la propria infanzia e il proprio peregrinare attraverso i resti e le rovine del Vecchio continente negli anni del secondo dopoguerra.
Elemento dominante è qui il fuoco, come si evince dalle ékphrasis, da un lato, di Lot e le figlie e la Battaglia di Alessandro di Albrecht Altdorfer e, dall’altro, della Caduta di Icaro di Pieter Brueghel il Vecchio. Il fuoco della distruzione, cui Sebald allude qui, è quello dei forni crematori dei campi di concentramento nazisti, che hanno rappresentato nel secolo scorso l’estremo e più aberrante esito dell’allontanamento dell’umanità dalle leggi della natura a favore dell’esaltazione della tecnica. Sebald, che avvertì su di sé costantemente l’ombra lunga del passato nazista tedesco, ha perciò cercato anche con il suo poema degli elementi di trovare una lingua in grado di poeticizzare la catastrofe naturale e, al contempo, l’apocalisse causata dall’insania di un’umanità votatasi al culto del progresso tecnico-scientifico e ormai incapace di vivere Secondo natura.
[Questo articolo è apparso in «Alias», supplemento del quotidiano il manifesto, sabato 17 ottobre 2009.]
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Distruzione ti guardo
Sudd al Sud 19 Oct 2009

di Carmen Pellegrino
Parlano i politici dei mali “storici” del sud. Parlano ai giovani di colpe antiche che hanno fatto sprofondare il sud in un tempo immobile, e per le quali possono avere compensazioni solo immaginarie. Creano concatenazioni di pensieri, ora sinceri, ora menzogneri. Ultimo viene Franceschini: “Arrivare al Sud è difficile. Andarsene è molto, troppo facile”. Parlano tutti in preda a un vorticare di fantasmi e nomi sussunti sotto quella che è ormai una categoria di pensiero: la questione meridionale. Golosamente dissotterrano ferite inscritte in solchi profondi, ineluttabilità, speranze negate, ansie di riscatto e di ribellione sostenibile (di rivoluzione, invece, non parlano mai).
Ripropongono, come per effetto di una surrettizia coazione a ripetere, il lungo periodo di una questione meridionale che ha fissato per il sud i tratti di una irrimediabile separatezza, una mappa mentale costruita per lacerazioni continue e ustioni sentimentali. Anche i vescovi ne parlano: “un clamoroso silenzio avvolge la questione meridionale”.
Tutti ricapitolano in qualche centimetro quadrato d’aria l’ intera vicenda di una irrisolta questione, che è parola muta scelta dalla storia; usano codici frettolosi per significare una realtà complessa, fatta dei colori dell’ identità, di paradossi e sentimenti con una loro forma, di emozioni lente, di incompiutezze e trafitture.
Questione meridionale: un ricordo da dimenticare alla maniera di Georges Perec (“devi dimenticare come si spera, come si ha iniziativa, intraprendenza, come si riesce, come si persevera”) mentre lo si esibisce agli altri, a quelli che meridionali non sono. Una umanità minore ingobbita sotto il peso di una faglia storica profonda, che è una ferita, la scheggia di “una storia che non è più nostra” (Pasolini).
Mentre si viene come sopraffatti dalla sensazione di un ritardo definitivo, di fronte al quale si rivela inadeguato qualsiasi tentativo di riscatto, subite ormai tutte le decostruzioni possibili, può aiutare recuperare le intuizioni di Ernesto De Martino, che ebbe l’audacia di contrapporre all’ Italia del boom economico, del progresso a rate e delle illusioni delle sorti mirabili, il riaffiorare di arcaismi, simbolismi, magie che appartenevano agli strati più remoti del sud, incarnati dalle contadine lucane che si percuotevano il petto, dalle tarantolate che si arrampicavano come ragni, da operatori magici specializzati, in quadro mitico di forze occulte, possessioni, fatture, esorcismi. Era quello il lato oscuro del progresso, della trasformazione antropologica del Paese, a cui il sud stava pagando due tributi pesantissimi: l’emigrazione e l’arretratezza.
Proprio in questi giorni sta nascendo al sud un laboratorio politico-culturale, che si vorrebbe come un nuovo luogo del pensiero e dell’iniziativa, di partecipazione politica e culturale, di riflessione sul Mezzogiorno e sui suoi nodi irrisolti. Nel logo della fondazione, che si chiama Sudd e avrà la sua sede operativa a Napoli, in un appartamento al terzo piano tra via Porta di Massa e Corso Umberto, c’è una spaccatura grafica che simboleggia una faglia, una ferita fortemente evocativa.
Diciamolo subito: il presidente della fondazione è Bassolino e, a fronte della messe di attacchi, ora velati e succinti ora frontali, di chi vede in Sudd un’operazione strategica del governatore, evocando in termini apologetici o sospettosi il nesso tra cultura e politica, tra rapporti reali e la loro metafora; a margine della percezione di una realtà frammentaria, in continua fuga verso un futuro sempre meno prevedibile per il quale si invoca il “nuovo” che però non si sa quale volto potrebbe assumere, una garanzia c’è, ed ha il nome e il volto di Diego Belliazzi, chiamato a dirigere Sudd.
Diego Belliazzi ha 40 anni e lunga storia politica alle spalle, vissuta con atteggiamento e convinzione militante; non si è arricchito con la politica, non ha rendite di posizione: vive del suo stipendio di insegnante, scorrazza per la città su una Volkswagen polo del ’94 comprata usata nel 2001 e fa un viaggio all’anno, su voli rigorosamente low cost! E’ umile Diego, si rimbocca le mani nei lavori di ristrutturazione della sede di Sudd, seguendo da vicino operai, elettricisti, tecnici e arrossendo di rabbia quando qualcuno dall’ironia grossolana gli suggerisce di assoldare per i lavori manuali qualche immigrato che lavori in nero a basso costo.
Decisamente refrattario alle dimensioni precostituite e alle ortodossie preventive, legge molto e cita Rosa Luxemburg ed Emma Goldman, guardando con entusiasmo alla liberazione di energie provenienti da fonti le più diverse. Per lui Sudd dovrebbe essere un’officina sperimentale, il luogo degli attraversamenti culturali che violino finalmente le frontiere che cingono di palizzate odiose Napoli e la Campania. Ogni attraversamento però, se non è invenzione lessicale, presume coraggio e aperture alle confluenze, procedendo per differenzazioni anche sconvenienti, non per determinismi.
Mettendoci la sua faccia è riuscito a conquistarsi le simpatie anche di una parte dei militanti della sinistra più radicale, non intruppati in alcun partito. Se avrà la possibilità di lavorare al meglio, riuscirà a fare di Sudd un laboratorio in cui narrazioni, alternative culturali, rifrazioni del pensiero avranno lo spazio per dispiegarsi, evitando le fumate intermittenti che hanno trasformato altre esperienze del genere in accumuli ossificati di diffidenze, sospetti e tensioni. Con lui una nuova generazione di militanti civili, del lavoro, della cultura e dell’arte, per cercare di costruire una nuova “narrazione” del sud, una lettura più autentica e articolata di quello che è oggi Napoli, e la Campania, e il Mezzogiorno.
“E’ stata l’assenza del Mezzogiorno dalla vera lotta politica – scriveva Guido Dorso ne la Rivoluzione meridionale – che ha reso possibile prima l’insuccesso del socialismo e poi il successo del fascismo, tra il 1919 ed il 1922…
I migliori figli del Mezzogiorno, che vivono ogni giorno in se stessi questa terribile tragedia politica che è la questione meridionale, aspettano con ansia i segni augurali per iniziare questa colossale impresa di civiltà, e temono nel più riposto angolo del cuore che i loro ragionamenti non siano frutto di fantasia”.
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Sudd al Sud
Il giorno pericoloso 19 Oct 2009
di Tove Jansson
(Un’isola nel mar Baltico. Una vecchia casa. Tre generazioni – nonna, babbo, bambina – che la abitano. Una nonna e una nipote che s’insegnano a vicenda la piccola meraviglia del mondo. Come se tutto fosse sempre nuovo. Come se chi è nuovo si portasse dentro ogni cosa antica. Il nord del sole intramontabile dei mesi caldi. Un racconto di segreti, di amuleti naturali per ricordarsi la storia di ogni stagione, ora che è la fine di questa lunga estate. F.M.)
Verso mezzogiorno di una giornata molto calda i pappataci incominciarono a danzare sopra la cima del pino più alto dell’isola. I pappataci, che non si devono confondere con le zanzare, danzano in nugoli verticali e sempre al passo, milioni e miliardi di pappataci microscopici si alzano e si abbassano in perfetta sincronia mentre cantano con toni da soprano. Danza nuziale, disse la nonna cercando di guardare in su senza perdere l’equilibrio, Mia nonna diceva che quando i pappataci danzano e c’è la luna piena bisogna stare molto attenti.
In che modo? domandò Sofia.
È la grande giornata dell’accoppiamento, e allora non c’è niente di sicuro. Bisogna stare molto attenti a non sfidare il destino. Non si deve rovesciare il sale o rompere specchi, e se le rondini abbandonano la casa è meglio andarsene prima di sera. Un bel fastidio, nel complesso. Come poteva tua nonna credere a queste idiozie? chiese Sofia stupefatta.
Mia nonna era superstiziosa.
E che cosa vuol dire essere superstiziosi?
La nonna ci pensò su e poi rispose che vuol dire evitare di trovare spiegazioni per le cose inspiegabili. Per esempio, preparare un filtro magico quando c’è la luna piena e poi riuscire a farlo funzionare davvero. La nonna era sposata con un prete che non credeva alle superstizioni. Ogni volta che era ammalato o depresso, la nonna gli preparava un decotto, ma la poverina era costretta a farlo di nascosto. E quando guariva, lei doveva dire che era soltanto merito delle gocce di Innosemtseff. A lungo andare ci fece l’abitudine.
Sofia e la nonna sedettero sulla spiaggia per approfondire l’argomento. Era una bella giornata con onde lunghe, e senza vento. Proprio in giornate del genere, nella canicola, può succedere che le barche si allontanino da sole dalla riva. Grandi oggetti sconosciuti giungono dal mare, qualcosa affonda e qualcos’altro emerge, il latte inacidisce e le libellule danzano disperatamente. Le lucertole non hanno più paura. Quando sorge la luna, i ragni rossi si accoppiano sulle isole disabitate, dove le rocce assumono l’aspetto di un unico tappeto di minuscoli ragni incantati.
Forse dovremmo mettere in guardia il babbo, disse Sofia.
Non credo che lui sia superstizioso, rispose la nonna. Del resto, la superstizione e ormai superata, e tu dovrai sempre credere prima di tutto al tuo babbo.
Naturalmente, assicurò Sofia.
Al tramonto, sull’acqua comparve un vasto movimento circolare, come se un animale gigantesco stesse camminando lentamente sul fondo del mare. L’aria era immobile e vibrava di calura sopra la roccia.
Tua nonna non aveva mai paura? volle sapere Sofia.
No. Anzi, provare spavento le piaceva. Per esempio, sedeva al tavolo della prima colazione e diceva che qualcuno sarebbe morto prima del calar della luna perché i coltelli si erano sovrapposti in forma di croce. Oppure perché aveva sognato uccelli neri.
Io stanotte ho sognato un porcellino d’India, disse Sofia. Mi prometti di stare attenta e di non romperti qualche osso prima del calar della luna?
La nonna promise.
La cosa strana fu che il latte inacidì davvero. Trovarono nella rete uno scorpione di mare quadricorne.
Una farfalla nera entrò in casa e andò a posarsi sullo specchio. E verso sera il coltello e la penna stilografica formavano una croce sul tavolo del babbo!
Sofia li separò più in fretta che poté, ma ormai era fatta, naturalmente; così corse alla stanza degli ospiti e picchiò sulla porta con entrambe le mani, e la nonna aprì subito.
È successo qualcosa, sussurrò Sofia. Il coltello e la stilografica sul tavolo del babbo erano incrociati.
No, non dire niente, perché non serve cercare di consolarmi!
Ma non capisci che mia nonna era solamente superstiziosa, disse la nonna. S’inventava queste cose perché si annoiava, e per tiranneggiare Ia famiglia…
Zitta, disse Sofia con voce grave. Non dire niente.
Non dirmi niente. E se ne andò, lasciando la porta aperta.
La prima frescura notturna era arrivata, e i pappataci danzanti erano scomparsi. Le rane uscirono all’aperto e incominciarono a gracidare; le libellule erano finalmente morte. In ciclo le ultime nubi rosseggianti sprofondavano nella striscia gialla dell’orizzonte creando sfumature arancioni. Il bosco era pieno di segni e di presagi, aveva il suo linguaggio segreto scritto dappertutto, ma come si poteva aiutare il babbo? Tracce dove nessuno poteva essere passato e ramoscelli incrociati, e un’unica macchia di mirtilli rossi in mezzo a tutto quel verde. La luna sorse e parve rimanere in equilibrio sopra i cespugli di ginepro. Ora le barche scivolavano lontano dai loro approdi. Grossi pesci misteriosi facevano cerchi sull’acqua e i ragni rossi si radunavano dove avevano stabilito d’incontrarsi.
Oltre l’orizzonte era in agguato un destino inesorabile. Sofia si mise in cerca di erbe per preparare un decotto al babbo, ma tutte quelle che riusciva a trovare somigliavano a erbacce assolutamente comuni. È difficile stabilire quali erbe si possano effettivamente considerare tali. Probabilmente le vere erbe sono molto piccole, hanno steli teneri e pallidi, meglio se coperti di muffa, e nascono nei luoghi paludosi. Come lo si può sapere? La luna si levò alta nel cielo e iniziò il suo ineluttabile cammino.
Sofia gridò attraverso la porta: Che genere di erbe cuoceva quella tua nonna? L’ho dimenticato, rispose la nonna. Sofia entrò. Dimenticato, disse a denti stretti, dimenticato? Come puoi aver dimenticato una cosa simile? Come vuoi che faccia a salvarlo prima che la luna sia tramontata?
La nonna mise da parte il libro che stava leggendo, e si tolse gli occhiali.
Sono diventata superstiziosa, disse Sofia. Sono ancora più superstiziosa di tua nonna. Fai qualcosa! Allora la nonna si alzò e incominciò a vestirsi.
Lascia perdere le calze, disse Sofia impaziente.
E niente busto, c’è troppa fretta!
Ma anche se adesso raccogliamo quelle erbe, disse la nonna, se le raccogliamo e prepariamo un decotto, lui non lo berrà di certo.
È vero, ammise Sofia. Si potrebbe forse versarglielo nell’orecchio?
La nonna infilò gli stivali e si mise a riflettere.
Improvvisamente, Sofia incominciò a piangere.
Aveva visto la luna spostarsi sul mare e con la luna non si può mai sapere, quella può calare del tutto inaspettatamente secondo i suoi tempi bizzarri. La nonna aprì la porta e disse: Adesso tutti zitti. Tu non dovrai starnutire, piangere o ruttare, non una sola volta prima che abbiamo raccolto tutto quello che ci occorre. Poi lo sistemiamo nel posto più sicuro e lasciamo che faccia effetto a distanza. È la cosa migliore da fare in questo caso.
L’isola era rischiarata dalla luna, e la notte era calda. Sofia vide che la nonna raccoglieva la cima di un garofano selvatico, due pietruzze e un ricciolo di alga secca, e poi se li infilava in tasca. Andarono avanti. Nel bosco, la nonna mise insieme un pezzetto di muschio di corteccia, uno di felce e una falena morta. Sofia la seguiva in silenzio. Ogni volta che la nonna infilava in tasca qualcosa, lei si sentiva più tranquilla. La luna era rossastra e luminosa quasi quanto il cielo, e la scia del suo chiarore arrivava fino alla spiaggia. Proseguirono attraversando l’isola fino alla riva opposta; a tratti la nonna si chinava e trovava in terra qualcosa d’importante. Camminava tenendosi al centro della scia di luce della luna, grande e nera; le gambe rigide e il bastone andavano avanti e la sua figura diventava sempre più imponente. La luna le inondava col suo chiarore il cappello e le spalle, e lei vegliava sul destino di tutta l’isola. Non c’era il minimo dubbio che la nonna avrebbe trovato ciò che occorreva a scongiurare le disgrazie e la morte. Tutto trovò posto nella sua tasca. Sofia la seguiva passo passo; pareva che la nonna portasse la luna sul capo, e la notte si era fatta perfettamente calma. Quando ritornarono a casa, la nonna disse che si poteva di nuovo parlare.
No, non parlare, sussurrò Sofia. Sta’ zitta! Lascia tutto nella tua tasca!
Bene, disse la nonna. Staccò un pezzetto di legno dalla scala che marciva e lo aggiunse al resto; poi andò a coricarsi. La luna affondò nel mare e non c’era più motivo di sentirsi inquieti.
Da quel giorno, la nonna tenne sigarette e fiammiferi nella tasca sinistra, e tutti vissero felici e contenti fino all’autunno. Allora il soprabito della nonna fu mandato in tintoria, e quasi subito il babbo di Sofia si slogò un piede.

Da: Il libro dell’estate (Iperborea, 1989)
Illustrazioni dell’autrice
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Il giorno pericoloso
Photoshoperò#34 Parole Andrea Inglese-Musica effeffe 19 Oct 2009
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Stili di vita alternativi. Nella Valle degli Elfi: intervista a Mario Cecchi 18 Oct 2009
Questa è la prima parte di una lunga intervista a cura di Giuseppe Moretti, pubblicata sul numero 35 di Lato Selvatico. L’intervista è qui riproposta quasi integralmente, con pochi tagli e modifiche e spero sia il primo articolo di una serie dedicata all’esperienza degli ecovillaggi e dei felici esperimenti di vita comunitaria, che sussistono nel nostro paese. Questi possono essere condivisibili o meno, ma è certo che testimoniano della possibilità di altri modelli sociali, per un’esistenza se non migliore almeno più coerente con i propri principi e con la propria intrinseca diversità. (fm).

di Giuseppe Moretti
Mario Cecchi è un anziano del “movimento comunitario italiano”. Il suo nome è indissolubilmente legato alla Comunità degli Elfi, di cui fu tra i fondatori nei primi anni ’80, una delle comunità italiane più longeve ed in continua espansione. A quasi trent’anni di distanza la Comunità comprende più di una mezza dozzina di insediamenti, tutti sull’Appennino Pistoiese. Mario, vive in quello di “Avalon” e oltre a lavorare per l’autosufficienza della comunità nei campi, orti, negli uliveti e nei boschi, tiene i contatti con il più ampio mondo alternativo, infatti è attivo sia nel movimento Rainbow che nella Rete degli Ecovillaggi, nella Rete delle Comunità Intenzionali, nei nuovi contadini del C.I.R e nella Rete Bioregionale.
Raccontaci come sei diventato Mario degli Elfi.
Il mio approccio alla terra ha inizio nella primissima infanzia. Vivevo a Genova con i miei genitori ma, d’estate, finita la scuola, venivo affidato ai miei nonni che vivevano in campagna, in condizioni simili alle nostre di adesso: un’ora di cammino a piedi dalla stazione dei treni, riscaldamento e per cucinare a legna, senza luce elettrica. Lì stavo bene, ero libero, quando potevo aiutavo nell’orto, a fare il fieno, a fare le fascine per la capra e i conigli, nella vendemmia ecc.
Mio nonno mi aveva preparato degli attrezzi proporzionati alla mia statura e, per me, lavorare era un divertimento, non ero costretto come i figli dei contadini. A volte, per stare in compagnia, non avevo altro modo che lavorare con loro. Lavoravo con gioia, gratificato dall’apprezzamento degli adulti. Era anche un sentirmi utile per la comunità in cui vivevo.
Mio nonno aveva una fattoria piccolina: 1 mucca, 1 maiale, 1 capra, 6 ettari di terreno, equamente distribuito per soddisfare tutte le necessità della famiglia, tanto che non comprava quasi nulla tranne il sale e l’olio. Per averli si recava una volta al mese in paese, il giorno del mercato, così aveva occasione di scambiare opinioni e pettegolezzi con i suoi amici. Era per lui un giorno straordinario, poiché il resto del tempo lo impegnava esclusivamente in campagna a lavorare, con un ritmo molto lento, ma costante. Il tempo libero era dedicato oltre che a riposarsi all’osservazione: molte delle sue conoscenze derivavano dall’osservazione della natura. D’estate si alzava alle 4 del mattino, appena cominciava ad albeggiare, poi si recava nell’orto a fare i lavori pesanti poiché di giorno faceva troppo caldo e dopo pranzo era solito riposare almeno fino alle 4. Costringeva anche me a dormire, sebbene non ne avessi voglia, e spesso scappavo per andare in giro nonostante la calura.
Di quell’epoca ho un ricordo meraviglioso, ero affascinato da tutto quello che mi circondava: gli animali, la natura, il senso di libertà e di intima soddisfazione; cosa che spariva quando ritornavo in città ed ero costretto ad andare a scuola, racchiuso tra quattro mura, tutte le mattine, per imparare cose che non mi interessavano. Spariva la gioia e l’appetito, cominciava la ribellione, il rifiuto, l’apatia.
Da lì il passo è stato breve, ritornare a vivere in campagna è stato come ricongiungermi alla mia infanzia felice, all’autogestione del mio tempo, ad organizzare il lavoro e gli spazi come più mi piace, senza un padrone, condividendo tutto con gli amici che poi sono diventati gli Elfi.
E gli Elfi chi sono, come e perché sono nati e come sono organizzati?
Gli Elfi sono nati nel 1980, da un gruppo di quattro persone che, stanche della vita cittadina e di scelte a metà, decisero di andare a vivere a Pesale (nome elfico Gran Burrone), un paesino abbandonato dell’Appennino tosco- emiliano, a ottocentottanta metri d’altezza, raggiungibile solo a piedi. Subito ci fu il contrasto con i carabinieri, che intimarono loro di andarsene e diedero il foglio di via obbligatorio alle persone presenti durante la perquisizione. Questi, invece di rinunciare nei loro propositi, raccolsero qualche centinaio di firme a loro favore tra la popolazione dei paesi limitrofi, ed ottennero dal proprietario un foglio che legittimava l’occupazione, in attesa di poter un giorno comprare il terreno. Così il magistrato revocò i fogli di via e l’occupazione si estese in poco tempo ad altri villaggi della zona: Piccolo Burrone, Case Sarti, Pastoraio.
Gli altri tentativi da parte del comune e della comunità montana di integrare in un progetto produttivo ed istituzionale la comunità, sono stati sempre respinti dagli Elfi, che tenevano in grande considerazione la propria autonomia ed autosufficienza. Per interloquire con le istituzioni, non come singoli ma come aggregazione, gli Elfi hanno creato due associazioni: “Il Popolo Elfico della Valle dei Burroni”, associazione di tipo non riconosciuta, retta da un comitato di gestione, e “Il Popolo della Madre Terra”, associazione di utilità sociale senza scopo di lucro.
Dal lontano 1980, gli Elfi si sono diffusi in tutta la montagna, hanno riabitato le case abbandonate, da ruderi le hanno trasformate in case comode e confortevoli, consone al loro stile di vita: senza strada, elettricità, gas. Utilizzano per la cucina e il riscaldamento il fuoco a legna ed illuminano con i pannelli solari e le candele.
Nell’arco della loro esperienza hanno dato alla luce più di centoventi elfetti (il più grande ha ora ventitre anni), che riempiono di allegria quei luoghi altrimenti condannati alla desolazione, se non fosse per la presenza degli Elfi, che li abitano, li amano, li custodiscono, li coltivano, e li hanno fatti ritornare alla loro antica dimensione vitale.
I rapporti con la gente intorno sono di buon vicinato, frequenti sono gli scambi di cortesie e gli aiuti reciproci, anche se per un periodo durato più di dieci anni c’è stata una guerra senza esclusione di colpi con i cacciatori della zona, che si sono sentiti defraudati di parte del loro territorio di caccia, dalla presenza massiccia degli Elfi. Per fortuna ora è da parecchio tempo che non accade nulla e sembra che la ragione abbia prevalso sull’intolleranza. Molte persone ci stimano per la scelta coraggiosa che abbiamo fatto, ma a nostro avviso ci vuole più coraggio a vivere nelle città, in quegli appartamenti di pochi metri quadri, soffrendo d’inedia e di solitudine, assillati dal problema economico, sempre in fretta per arrivare in tempo; che a vivere in libertà in mezzo ai boschi, cibandosi dei frutti freschi della terra.
Gli Elfi adesso sono più di duecento persone distribuite in trenta ubicazioni, tra villaggi e case sparse. Hanno mantenuto il loro stile di vita frugale pur non mancando loro nulla dell’essenziale. Non si sono lasciati intrappolare dalle mode e dalla tendenza imperante del consumismo. Una strada lunga cinque e più chilometri a piedi in mezzo ai boschi li separa dalla “civiltà”, i loro figli frequentano con buoni risultati la scuola media o superiore di Pistoia o Porretta, la scuola elementare la fanno a casa; non si sentono assolutamente isolati o fuori dal mondo, anche se conducono una vita diversa e non accettano la logica della competitività o del massimo profitto, del lavoro-consuma-crepa, dello sviluppo illimitato a discapito della Madre Terra e della natura umana.
Nessuno ha un lavoro fisso, alle spese della comunità e dei villaggi si rimedia con gli introiti ricavati dalle pizze che sfornano durante i festival o le manifestazioni a prezzo politico, per le spese individuali ognuno provvede da sé, salvo chiedere un contributo alla Valle quando non riesce a guadagnare abbastanza per far fronte ad una necessità contingente. Vige un rapporto di fratellanza e di reciprocità tra tutti gli Elfi e non Elfi che vengono a trovarci: basta inserirsi nell’onda magica della condivisione che esiste nella natura dell’uomo, quando non è traviato dall’individualismo e dall’egoismo della società attuale, che ha eletto il denaro a suo unico Dio e si è dimenticata i valori spirituali ed umani alla base della convivenza “civile”, almeno dal nostro punto di vista.
Le decisioni vengono prese con il consenso di tutti, mai con votazioni a maggioranza, ma tramite il cerchio, la forma di come ci si dispone per parlare, a dimostrazione che non esiste un capo, ma che siamo tutti equidistanti dal centro, sede del potere o del grande Spirito. Si attua un meccanismo di discussione e confronto che coinvolge tutti i membri interessati della comunità, si parla uno alla volta quando arriva il “Bastone Sacro della Parola”, che gira in senso circolare sino a che non si dipanano tutte le questioni e si raggiunge l’accordo (che non implica l’unanimità – qualcuno può anche dissentire inizialmente, ma ciò non blocca la decisione degli altri). Questo metodo è sempre stato utilizzato all’interno del cerchio degli Elfi senza mai avere una forma codificata, ma funzionando sulla fiducia, poiché le persone sono stimolate a parlare dal cuore e non secondo un calcolo.
Una storiella che rappresenta molto bene il succo della vita e il modo di pensare Elfico è: …..un uomo d’affari vide con fastidio che il pescatore, sdraiato accanto alla propria barca fumava tranquillamente la pipa.
- Perché non stai pescando? Domando l’uomo d’affari
- Perché ho già pescato abbastanza pesce per tutto il giorno.
- Perché non ne peschi ancora?
- E cosa ne farei?
- Guadagneresti più soldi. Allora potresti avere un motore da attaccare alla barca per andare al largo e pescare più pesci. Così potresti avere più denaro per acquistare una rete di nailon, e avendo più pesca avresti più denaro. Presto avresti tanto denaro da poterti comprare due barche o addirittura una flotta. Allora potresti essere ricco come me.
- E a quel punto cosa farei?
- Potresti rilassarti e goderti la vita.
- Cosa credi che stia facendo ora?
(tratto da “Elogio alla Semplicità” di John Lane, edizioni Il Libraio delle Stelle)
Qual è il significato del modo di essere elfico nella moderna società di oggi?
L’esperienza degli Elfi ha un’importanza che travalica il suo stesso marginalismo, perché si propone (per il fatto stesso di esserci) come modello di società post-industriale, post-capitalista, sostenibile, compatibile con l’ambiente e vivificante per l’uomo stesso.
In un periodo storico ancora dominato dall’avidità capitalista, che sta distruggendo l’ecosistema terrestre mettendo a repentaglio la sopravvivenza stessa della specie umana, si fa strada un altro paradigma fondato sulla libertà, sull’uguaglianza, sulla solidarietà, sulla cooperazione e sull’evoluzione spirituale dell’essere umano, come valori fondamentali per una nuova rinascita in tutti i campi della vita sociale. Mentre un modello di “sviluppo”, un certo tipo di “civiltà” e di “progresso”, sono destinati al collasso ed andranno incontro ad una crisi senza precedenti, dall’altro lato si sta affermando una coscienza ed una ri-conoscenza delle antiche leggi di natura e della spiritualità connessa, che presuppongono un rispetto degli equilibri naturali ed un’interazione che tiene conto delle necessità biologiche di ogni specie, per il mantenimento della biodiversità.
L’uomo non è il padrone assoluto del pianeta, ma ne è ospite gradito o inopportuno (Questo dipende da noi, adesso, alle soglie della catastrofe ecologica, sappiamo che tipo di impatto ambientale abbiamo prodotto!). “Se vuoi preservare la vita sulla terra insegna ai tuoi figli ad amare tutti gli esseri dal più grande al più piccolo, e ricorda sempre loro che l’uomo è soltanto un filo nella matassa della vita.* (1)
Da li parte la valutazione che noi Elfi non siamo più gli utopici hippy avventurieri fuori dal mondo e dalla storia, ma un baluardo di resistenza culturale, umana e naturalistica che incarna il bisogno della terra e del genere umano per una riconciliazione. La terra non parla, ma si esprime in altri modi ancor più eloquenti, e diventa comprensibile per ogni individuo non completamente accecato dal denaro (uguale potere), che ora ci sta chiedendo di cambiare strada, cambiare il nostro stile di vita, il nostro atteggiamento mentale, oltre che il nostro sistema economico, politico e sociale.
Quindi noi non abbiamo fatto altro che incarnare questo bisogno creando una microsocietà fondata su altri valori, quali l’uguaglianza tra i sessi, la condivisione dei beni e dei mezzi di produzione, l’annullamento dei ruoli, la famiglia allargata, la centralità della terra, della montagna e della “contadinità”, quali risorse primarie per risolvere i bisogni elementari, ma anche quali valori intrinseci di un corretto rapporto uomo-natura e cultura, nella salvaguardia e nella gestione dell’ambiente in modo da preservarlo per le generazioni future. Una microsocietà in cui vengono rispettati i principi elementari degli uomini/donne quali la parità di diritti (e doveri) e la partecipazione alle scelte della comunità attraverso un processo decisionale che coinvolge tutti i membri in una discussione franca e pacata (senza lo stress dell’urgenza o dell’emergenza).
Una microsocietà dove gli anziani trovano una loro naturale collocazione nel tramandare i saperi e rendendosi utili come possono, e i bambini non vengono manipolati fin dall’infanzia per le esigenze di una società competitiva e produttivistica, ma vengono invece rispettate le loro inclinazioni ed i loro tempi di apprendimento, dando pari importanza allo sviluppo intellettuale e pratico.
Nella creazione di un’altra economia si privilegia il baratto, lo scambio o il dono, che non seguono leggi di mercato bensì il valore d’uso, quando l’affettività o la relazione amicale non superano anche il rapporto dare-avere.
L’economia svolge una funzione minima in quanto ogni comunità tende verso la propria autonomia ed autosufficienza, oppure consuma prodotti provenienti da una zona vicina, in modo da sprecare meno energia per il trasporto e poter esercitare un controllo sulle merci (filiera corta). Poiché è importante sapere da dove viene il cibo, come è prodotto e perché: dalla scelta consapevole si può orientare il mercato e la produzione verso un’etica di rispetto dell’ambiente e dei diritti umani (Pensare globalmente, agire localmente).
Per ridurre l’impatto ambientale è necessario eliminare lo spreco, ogni materia è fonte di energia e va utilizzata fino al limite del suo ciclo, mentre in questa società viene scartata come rifiuto e distrutta negli inceneritori, anche se ancora valida, quando potrebbe essere data ai non abbienti o alle popolazioni del sud del mondo.
Tante e tali sono le contraddizioni e le ipocrisie della società attuale che oramai ci vuole poco a riconoscere gli errori (viste le conseguenze), ma è difficile cambiare poiché il sistema politico-economico-militare delle multinazionali del potere è entrato ovunque, con qualsiasi mezzo per scardinare o corrompere la vita sana e naturale delle comunità locali (…). Tuttavia quando la coscienza collettiva dell’umanità avrà raggiunto la consapevolezza che non è possibile continuare così – e i cataclismi che la natura mette in atto ce lo faranno capire – allora, se saremo ancora in tempo, cambieremo il nostro stile di vita e non daremo più retta all’illusione del progresso e dello sviluppo illimitato. La natura e la pazienza hanno un limite. Un modo diverso di vivere è possibile, anzi già esiste…
“O Madre cosmica, Madre amata, tu permetti la nostra vita nel tuo corpo, grazie perché mi dai l’opportunità di essere qui, grazie perché mi alimenti, grazie perché mi proteggi” (2)
(1)(2) le citazioni sono tratte da “La donna dalla coda d’argento” di Herman Mamani, editore Mondatori.
Ci puoi parlare dei Rainbow gathering, del movimento degli Ecovillaggi e del CIR, di cui sei membro attivo. Cosa li differenzia e cosa li accomuna?
La famiglia Rainbow propone un nuovo modo di vivere. Senza tanti ideologismi o teorie si basa su una visione di vita armonica in cui tutte le diversità possono coabitare, come i colori dell’arcobaleno, appunto. Non c’è competizione, ma l’amore è quello che ci diamo reciprocamente quando ci incontriamo nei raduni dell’arcobaleno.
Si cerca un posto che abbia le caratteristiche adatte, selvatico, lontano dalle strade, raggiungibile solo a piedi in un’ora, un’ora e mezzo di cammino, con legna secca e acqua a sufficienza, una piana dove incontrarci, una buona relazione con la gente: i pastori o i proprietari del luogo che ospita l’incontro. Quando un gruppo di persone è andato a vederlo e ha dato il consenso, allora viene comunicato ai “focalizzatori” (una decina in Italia), che diramano l’informazione ai simpatizzanti, che a loro volta faranno risonanza.
Nell’incontro non si fa commercio, ognuno porta quello che può, la spesa per ogni necessità viene sostenuta dal “cappello magico”, raccolta di soldi effettuata a fine pranzo, dove ognuno mette a suo piacimento. Non ci sono capi né organizzatori, ognuno è promotore e porta il suo contributo, la propria energia, esperienza e conoscenza. Tutto si fonde nell’armonia del gruppo. Come nel calderone delle verdure che unendosi assieme vanno a preparare dell’ottimo minestrone (…) Ognuno si porta la propria ciotola e sacco a pelo, può trovare ospitalità nei tepee della famiglia, se non ha tenda propria; ci si arrangia e si impara a vivere semplicemente anche con le risorse del selvatico che il luogo offre, attribuendo maggior importanza alle relazioni, all’affettività ed al rapporto con la Madre Terra, che non al materialismo fine a se stesso, sinonimo del possedere. Siamo tutti fratelli e apparteniamo alla stessa Madre Terra e, grazie alla nostra cultura, non faremo mai la guerra.
Per cambiare il mondo, trasformiamo noi stessi, questa è la migliore rivoluzione che si possa fare, ed il maggior contributo che possiamo dare.
La R.I.V.E (Rete Italiana Villaggi Ecologici) è un’associazione di promozione sociale, con una struttura verticistica, ma in pratica funzionante come organizzazione orizzontale, in cui ogni ecovillaggio partecipa attraverso una o più persone delegate. E’ importante che chi vi partecipa dia una continuità di presenza agli incontri, in modo da consentire una miglior crescita del gruppo. L’organo sovrano è l’assemblea dei soci, che si riunisce una volta all’anno per ratificare tutte le decisioni prese dal consiglio direttivo oltre che il bilancio, l’ingresso o la recessione dei soci. Possono farne parte come sostenitori anche singoli ed enti.
Ormai la R.I.V.E ha superato il decennale di vita, nel tempo si è consolidata l’amicizia tra i membri e grazie agli incontri si è raggiunto un ottimo livello nella comunicazione e nel prendere le decisioni. Questo è stato possibile poiché abbiamo scelto di fare le riunioni con un facilitatore esterno, il quale ha la capacità, grazie alla sua formazione ed al potere che noi gli riconosciamo, di mantenere la discussione entro i tempi ed i binari prestabiliti, favorendo il confronto e la sintesi. Altrimenti, le decisioni vengono prese col metodo del consenso, che ho spiegato sopra.
Esistono varie tipologia di ecovillaggio, ma tutte coniugano quattro dei filoni fondamentali dell’esistenza: ecologia, comunità, cultura e spiritualità, e si caratterizzano a seconda dell’importanza che diamo ai singoli fattori. In ognuno di questi filoni l’ecovillaggio cercherà criteri e soluzioni nuove per vivere insieme conformemente alle proprie necessità, nel rispetto della persona e della dialettica interna, su basi paritarie di solidarietà e fratellanza.
L’ecovillaggio è quindi un laboratorio, un luogo di sperimentazione dove si privilegia il bene comune e individuo e comunità collaborano tra loro, interagiscono reciprocamente fino a trovare il giusto equilibrio.
Il CIR è nato durante la fiera dell’autogestione a San Martino in Rio (RE) nel ’95. Un gruppo di rurali si è incontrato ed ha dato origine al bollettino che ha preso, appunto, il nome di CIR (Corrispondenze e Informazioni Rurali), che è lo strumento di divulgazione e di propagazione della rete creatasi intorno al progetto di mettere insieme ed organizzare un bagaglio di conoscenze, vissuti e produzioni del “popolo contadino”.
“Un popolo che viene da molto lontano ed ha l’ambizione di andare avanti”.
Ogni anno si fanno un paio di incontri in posti sempre diversi, e in quella sede ci si organizza per dare il nostro apporto alle battaglie più importanti contro le biotecnologie o contro le multinazionali del transgenico: Monsanto, Novartis, Bayer etc..,che minacciano la preservazione dell’ambiente, la biodiversità, la salute umana e del pianeta.
Ha cercato di sollevare la pietra sui “beni comuni” propugnando il ritorno alla terra, l’affidamento ai giovani delle terre demaniali e di uso civico, il ritorno alle comunità rurali e al localismo quale unica fonte per la salvaguardia del territorio, per arrivare all’autosufficienza, alla sovranità alimentare, allo scambio e all’autoproduzione delle sementi, al rapporto diretto tra produttore e consumatore.
Ma, l’impegno sociale-pratico-organizzativo di partecipare alle iniziative che vanno sempre più aumentando, si scontra con la realtà quotidiana di chi vive sulla terra e abbisogna della sua presenza costante ogni giorno o quasi, quindi, per molte persone è stato ed è difficile mantenere una costanza nell’attivismo se non a discapito della propria vita. Per questo e per altre contraddizioni sorte in seno al gruppo promotore, il CIR si è molto indebolito sebbene rimanga pur sempre valido e sentito l’intento, tant’è vero che si sono create diverse filiazioni o aggregazioni simili a livello regionale.
La diversità tra un organismo e l’altro consta proprio nella modalità di approccio alle tematiche, che pur essendo simili per tutte e tre le reti, occupano ognuna uno spazio diverso rispetto alle esigenze espresse dalle persone.
Il Rainbow è principalmente un incontro estivo prolungato anche per più di un mese, ed un incontro primaverile organizzativo breve. Il CIR è sempre due volte all’anno per un tempo breve, 3 o 4 giorni, ma con una finalità di intervento nelle battaglie politiche in difesa della ruralità ecologica. La R.I.V.E, si occupa principalmente della rete degli ecovillaggi o delle comunità esistenti o in formazione, promuovendone la nascita e lo sviluppo. Sono reti simili ed è giusto quindi che comincino a collaborare tra loro.
Fra le tante cose ti occupi anche dei cosiddetti “usi civici” delle terre, un antichissimo ordinamento giuridico che garantisce il diritto di coltivazione, pascolo, legnatico, e raccolta dei frutti selvatici su certe aree alla gente che ne ha bisogno per la propria sopravvivenza. Purtroppo, pur essendo un diritto tutt’ora valido, pochi oggi ne sono a conoscenza, lasciando così ampia libertà alle amministrazioni pubbliche di farne l’uso che vogliono. A che punto è il movimento per la riappropriazione degli usi civici, ci sono speranze per il futuro di quei giovani che vogliono ritornare alla terra facendo affidamento su questi usi, sanciti giuridicamente, ma burocraticamente così difficili da ottenere?
È vero, fra le tante cose di cui mi occupo, vi sono anche gli usi civici. Inutile ripetere cosa sono, lo hai già accennato nella domanda. L’importanza che io attribuisco agli usi civici è quella che attribuisco ai “beni comuni”, in antitesi con la proprietà privata e con la proprietà pubblica, dello Stato o delle Regioni, che si comporta alla stessa maniera di quella privata. I beni comuni sono beni condivisi, vanno gestiti insieme a tutti i residenti o gli aventi diritto. Ne esistono di diverse specie e, a seconda della Regione, assumono nomi diversi: Laudo, Universalitas, Comunanze etc. Hanno un comune denominatore: per utilizzarli vanno stabilite delle regole, che devono essere approvate, condivise da tutto il popolo residente.
Non si possono vendere né alienare, ed è per questo che esistono tutt’oggi, altrimenti sarebbero finiti in pasto agli innumerevoli sciacalli. Infatti, così è stato per tanti usi civici che sono stati usurpati dalla speculazione privata o dai comuni, laddove il popolo che li usava non c’è più, si è disperso, dimenticandosi dei suoi diritti su quelle terre.
La legge Serpieri del 1927 ha riconosciuto la legittimità di quelli esistenti, ma ha impedito la costituzione di nuovi. In deroga a questa legge noi abbiamo chiesto di poter collocare sotto tale forma giuridica le terre da noi occupate o comprate, ma l’iter è parlamentare e quindi non se ne parla nemmeno con la sensibilità politica che c’è oggi. Chiunque sia a conoscenza di dove tali diritti permangono, può farne richiesta (prendendo la cittadinanza nel comune) di utilizzo e vantarne il diritto d’uso insieme agli altri residenti: poiché può essere un erede degli eredi, degli eredi… di chi li utilizzava.
La loro natura è agro-silvo-pastorale: erano stati concepiti per la sussistenza del popolo “minuto”, e tali devono rimanere per impedire le speculazioni. Dove sono stati considerati adatti per l’edilizia, state tranquilli li hanno già utilizzati in tale senso, privatamente o tramite appalti comunali. A nulla sono valse le istruttorie intentate dai vari commissari “ad acta” per gli usi civici. Sono rimaste lettera morta, nonostante la legislazione in materia: il codice degli usi civici, che andrebbe fatto rispettare, ma la giustizia è quella che è, siamo in uno stato di diritto quando fa comodo ai potenti, in uno stato che abiura il diritto, anzi usa dei codicilli per insabbiare lo stesso, quando nuoce ai loro interessi. Così nell’agropontino, nel Lazio, sono state costruite più di 200 case abusive, ma le denunce rimangono infossate nello stagno della burocrazia. I giovani, che speranze volete che abbiano: dovranno seguire l’iter burocratico e scontrarsi con l’apparato politico-istituzionale, con quali risultati? Provate ad immaginare: uno su mille forse ci riesce.
(continua)
Nell’immagine: l’entrata del villaggio di Avalon. Fotografia presa dal blog Selvatici
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Stili di vita alternativi. Nella Valle degli Elfi: intervista a Mario Cecchi
L’isola in me 18 Oct 2009
L’isola in me – in viaggio con Vincenzo Consolo

un film documentario di Ludovica Tortora de Falco
durata: 75 MINUTI
supporti: 16 mm, super 8, HDV
materiale di archivio video e fotografico
formato: DIGI-BETA, STEREO
fotografia: FERRAN PAREDES RUBIO
montaggio: ILARIA FRAIOLI
musica: ANDREA AMENDOLA
produzione: ARAPÁN CINEMA DOCUMENTARIO 2008
produzione esecutiva per ArapánCinemaDocumentario: GIUSEPPE SCHILLACI, LUDOVICA TORTORA de FALCO
Realizzato con il contributo del Ministero Beni Culturali – Direzione Generale Cinema – e dell’APQ ‘Sensi Contemporanei’ della Regione Siciliana.
Un viaggio nella Sicilia suggestiva e dolorosa di Vincenzo Consolo.
Un ritratto originale dell’isola attraverso gli occhi dello scrittore, ma anche un ritratto dell’uomo e dell’artista attraverso le luci e le ombre della sua terra.
Questo documentario riscopre la voce preziosa di Consolo attraverso i suoi testi e le immagini della sua Sicilia, dalle profondità del Mito dell’isola, emerge una lettura lucida della Storia siciliana, italiana dal Dopoguerra ad oggi: l’emigrazione verso il Nord, la vita dei minatori delle zolfare, la fine del mondo contadino, l’industrializzazione e le devastazioni del territorio, i terremoti e le selvagge ricostruzioni, le stragi mafiose di ieri e di oggi.
Una storia che lo scrittore stesso ha vissuto in prima persona, condividendola con alcuni tra i più importanti intellettuali italiani (Moravia, Levi, Pasolini, Sciascia).
Premio per il Miglior Documentario al Sicilian Film Festival di Miami Beach, Florida (aprile 2009),
Menzione Speciale della Giuria al Mediterraneo Video Festival di Agropoli, Salerno (settembre 2009)
Il 20 ottobre si terrà la proiezione del film allo Spazio Oberdan a Milano, ore 20.30
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L’isola in me
I frutti [Eracle #11] 18 Oct 2009

di Ginevra Bompiani
L’impresa del furto delle mele d’oro dal giardino delle Esperidi si pone sotto un segno chiaro: quello della restituzione. Quelle mele appartenevano alle nozze di Zeus e Era e quali che fossero le loro peregrinazioni dovevano tornare ai sovrani. Anche Prometeo, durante il viaggio, fu restituito a sé stesso e alla libertà. E c’è poi il complicato gioco tra Eracle e Atlante: Eracle chi si accolla l’asse del cielo mentre Atlante s’incarica di trafugargli le mele, e il tentativo di Atlante di lasciarlo al proprio posto tenendosi i frutti, sventato da Eracle con una astuzia puerile che ripone l’asse sulle spalle del Titano. Il Fato, aveva detto chiaramente Prometeo all’inizio del suo castigo, è più forte di ogni cosa: dell’abilità, dei Titani, e degli Dèi. Anche Zeus vi è sottomesso. Ogni gioco umano va restituito alla sua sede naturale che è il Destino. L’eroe non è che una marionetta del Destino, uno stile di cui si serve per disegnare labirinti.
L’itinerario del viaggio fu dibattuto in dialoghi, che sono la vera materia di questa fatica. Dialogo fra Eracle e le Ninfe dell’Eridano in cui si svela il nome del sapiente che darà all’impresa la sua direzione. Dialogo col vecchio del mare che sfugge tuffandosi in altre forme, ora fuoco, ora acqua, ora serpente: per farlo Eracle deve restituirlo con la fermezza delle sue mani alla forma primitiva. Il suggeritore, costretto, stride la parola Sud. A Sud vola un’aquila. Eracle scaglia una freccia e la uccide. Poi sale sul monte e vede Prometeo, la cui piaga si sta già rimarginando dall’ultima scarificazione inferta dal becco dell’uccello.
Qui Eracle si ferma e ha luogo il dialogo con Prometeo. Eracle era di poche parole, ma Prometeo aveva molto da dire. Entrambi avevano svolto un ruolo presso gli uomini, in epoche che si contraddicevano l’un l’altra. Prometeo faceva parte di un’epoca uccisa dai nuovi dèi. Uscendo dal castigo si sarebbe trovato in un mondo che non era più nulla per lui, come un ibernato svegliatosi dopo mille anni. Ai suoi tempi aveva fatto sbalzare dai gangheri le porte del mondo. Gli uomini allora avevano bisogno di tutto e li si poteva beneficare: con il fuoco aveva mutato la loro esistenza (“Al calare della notte,” racconto Prometeo, “si chiudevano nelle tane e la loro vita si spegneva. La notte trascorreva come se non esistesse. Io gli ho spaccato le tenebre. Zeus, poi, gliele ha abitate…”). Prometeo si era battuto per la loro vita e Zeus, per punire la sua efficacia, mandò la morte. Ora lui era fuori gioco e toccava a Eracle. Tanto era divenuto superfluo che Eracle poteva liberarlo senza smentire la volontà divina.
“Ma tu, chiede Prometeo risollevando il suo orgoglio, che cosa puoi per loro?” Eracle non risponde e si affaccenda intorno alle catene. Prometeo insiste, “Tu non sei il loro campione?” Eracle scrolla le spalle. Non vuole e non sa spiegare, ma ripensa a tutto quello che ha fatto. “Quei frutti che cerchi, incalza Prometeo, che cosa sono per loro?” Eracle lo guarda sorpreso: lui non è forse al servizio di Euristeo? E questo servizio non gli è stato comminato dagli dèi? E gli dei quando agiscono non hanno sempre in mente gli uomini? E se è scritto che quei frutti per tornare da Zeus a Zeus devono attraversare le mani degli uomini non è questo un segno che ogni cosa prima di perdere senso deve acquistarlo, così come per morire bisogna vivere? Come una pietra che cade nell’acqua deve sconvolgere la superficie prima di affondare? “La mia epoca era più semplice, commenta Prometeo, eravamo noi, i Titani, a semplificarla. Poi sono venuti questi dèi giovani, hanno elencato le leggi, e le hanno confuse.” Questa volta Eracle parla: “Non dare la colpa agli dèi”, dice. “Ho capito, dice Prometeo, appartieni al loro seguito. Stai al gioco” “Sì” dice Eracle. “Io mi battevo contro di loro, dice Prometeo, ma chissà se c’è differenza.” “C’è,” dice Eracle. “Sei quasi alla fine del tuo servizio. Bada a quando l’avrai terminato.” Eracle lo aiuta a scendere dalla roccia. “Allora ecco la tua strada, gli dice Prometeo: vai sempre a Nord. È una strada dritta la tua, non puoi sbagliare. Ma le strade dritte conducono ancora in qualche luogo? Questo non lo so.” Eracle riprende l’arco e la clava e si prepara a partire. “Ma tu, lo insegue con la voce Prometeo, lo sai dove ti porta quella strada?” Eracle si volta appena, controvoglia, “Sì, dice, a quale dio e a qualche morte.”
“E a che ti serve percorrerla?”
“A essere” dice Eracle.
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I frutti [Eracle #11]
L’ultima gita 17 Oct 2009
di Franz Krauspenhaar
Da Roma di nuovo al sud, Renata che guida con destrezza la sua Alfa Duetto, il tetto scoperto, io teso, che non so dove attaccarmi. La Costiera Amalfitana, raggiante: questa striscia di luce nel mare, contro spiagge di piccoli sassi e le montagne a costoni poco sopra, a fare la guardia. Immagini di bellezza struggente a volte, solo serena altre. Penso a quadri da fare, fotografo scorci, vicoli di Amalfi, salite e discese, mi allungo nella luce, mi restringo nell’ ombra. La Repubblica Marinara e il suo essere forse unica vera città sempre vissuta della Costiera. Pochi chilometri, abbandoniamo la strada ben asfaltata a ridosso del mare; l’auto sale agilmente, e raggiungiamo in poco tempo Ravello. Giriamo per quei giardini che furono di Wagner, di Forster, di Virginia Woolf, di tanti altri artisti, e dove anche da lontano si staglia nella roccia la grande villa che fu di Gore Vidal. Villa Cimbrone, di più. Nel profumo imperdibile, nell’essere accolti dalla veduta alta sul mare, che sembra infinito. I miei occhi spaziano in un’apertura alare senza quasi una fine, stringo la mano di Renata, la sento prendere spessore levigato a ogni secondo, come se il sangue e il battito del cuore la ingrossasse per me, come fosse il suo sesso gonfio per l’eccitazione. Quella mano fine, meravigliosa, che sembra sia stata fatta per toccare con amore il mio corpo, per indossarsi in me, per intrecciarsi nella mia; la sua mano delicata, e pronta a trasformarsi in altri incanti. Il mare è azzurro come gli occhi di un vecchio marinaio del nord, occhi di Jean Gabin, di stupore atlantico. Non mi sembra nemmeno di essere nel sud dell’Italia, ma in uno spazio di mondo mitico a picco liscio sul mare, un mare spaziale, fatto per appartenerci anche da lontano, anche da mille estremità. Mi sento coinvolto in quel mondo come se quello fosse diventato il mondo tutto, una guaina di spazio posto in una sintesi maestosa; quella bellezza è divina e diviene violenta, più la guardo, più me ne approprio abbracciandola. Diviene dolorosa a tratti. Vengo preso da un’emozione che dentro di me produce scaglie di piacere e insieme di dolore, come se veleno e contravveleno si stessero battendo duramente a tenzone nei cunicoli ingorgati delle mie vene, fino al cuore, e la lotta potesse ridurmi a un pianto sfrenato senza alcun senso, un pianto che diventa emozione pura e stupida, senza alcun segno, né positivo né negativo. Nemmeno di liberazione. Renata mi chiede che ho, non so cosa rispondere. Sapessi davvero piangere scoppierei nel dirotto, torcendomi dall’amore e al contempo dalla paura per la vita che in questi istanti forse sta avendo la meglio, come se mi stessi duplicando dentro me stesso. E’come con Renata: la amo ma ne ho paura, e dunque questa emozione rifratta, scagliata, duplice, paradossalmente si armonizza direi alla perfezione con quel che provo per questa donna; Ravello diventa l’immagine naturale di Renata, il suo simbolo divenuto immane ed eterno. Lei rappresenta il posto che sto visitando incarnandolo, come se la natura che ci avvolge si fosse risucchiata nel suo corpo, nella sua vita fatta di spazio e di tempo vissuto e da vivere.
Più tardi la spiaggia, il sole, il riposo. Una tensione sotterranea ci sta accanto, posata tra le sdraio accostate, come uno spirito guida che non si svela che per enigmi. Avverto il senso della fine, vorrei scappare prima che la fine io la possa leggere negli occhi di lei e di conseguenza nel tremito delle mie mani. Ora ricordo il momento: la spiaggia di Positano, lustra e architettata, è la piazza d’armi e d’amore di una disfatta privata, la mia ennesima. Nessun litigio, nessuna scenata. A sera facciamo l’amore, in un nero di lutto implicito, dunque a luci spente, con il mare fuori che lancia tenui bisbigli di luce raggiungendoci dalla finestra spalancata. E’ incredibilmente bello e terribilmente doloroso, come davanti alla Terrazza dell’Infinito a Ravello. Il nostro letto cade verso una specie di abisso, nell’oscurità il bianco del mio sperma è una luce naturale, che illumina una tristezza senza rimedio, piena di un senso naturale di abbandono a ogni sogno. E poi, all’ultimo, un punto interrogativo nelle pupille dei suoi occhi, e io che vi leggo dentro come in un fondo di caffè: forse c’è ancora tempo.
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L’ultima gita
Pasolini, il posto delle lucciole 17 Oct 2009
di Marco Belpoliti
Santa Sabina di Ramuscello (Pordenone). Una grande casa di color rosso mattone, dalla forma irregolare e gli infissi in legno chiaro, occupa il posto dove un tempo c’era il prato. L’hanno terminata da poco, e con la sua mole impegna tutto lo spazio visivo lungo la piccola via asfaltata che dalla chiesetta di Santa Sabina arriva qui incrociando la strada verso San Vito in Tagliamento. Una ragazza uscita dall’edificio dispone la biancheria su uno stenditoio pieghevole e traguarda più in là, oltre gli alberi. Dietro l’edificio, composto di due corpi asimmetrici, incastrati l’uno nell’altro, un Lego banale, c’è il resto di quel campo: erbacce che crescono dappertutto e i segni di un vivaio di piante abbandonate. Tra l’erba alta c’è anche un trattore dimesso, rovina della civiltà contadina nell’età della sua motorizzazione, anch’essa tramontata da un pezzo.
In questo prato nel settembre di sessant’anni fa veniva ad infrattarsi un giovane maestro di scuola, figlio di una friulana e di un romagnolo, domiciliato a Casarsa, poeta quasi laureato e militante comunista. Non è solo, ma in compagnia di quattro ragazzi, uno di 15, gli altri di 16. Li ha incontrati a una festa che si svolge vicino alla chiesetta, dove hanno montato una piattaforma in legno e si balla. Pier Paolo Pasolini, è il nome del maestro, le frequenta con assiduità; ha anche vinto una gara, danzando con una ragazza di San Giovanni, un paese del circondario. Le feste sull’aia, le sagre, le ricorrenze religiose, scatenano un’allegria che il prefetto di Udine definisce perniciosa. C’è molta voglia di divertirsi e odore di sesso nell’aria. Pier Paolo ne è inebriato, anche se i suoi gusti non s’orientano, come per gli altri, verso l’altro sesso, ma il proprio. Gli piacciano i ragazzi. Se ne innamora subito. Ne ha anche scritto in uno scartafaccio che tiene chiuso nel baule, a casa, e da cui, molti anni dopo, postumi, usciranno due libri: Atti impuri e Amado mio. Quella sera, mentre percorre la strada dalla chiesetta di Santa Sabina alla cascina dei Centis, famiglia del luogo, ancora non sa che sta per dare una svolta decisiva alla sua vita, per determinare il destino che farà di lui il più famoso e discusso intellettuale italiano della seconda metà del XX secolo. Pier Paolo insegna a Valvasone, scrive moltissimo; è iscritto al partito Comunista: segretario della cellula di San Giovanni. Ha 27 anni ed è già un intellettuale noto nella zona. Sul suo conto circola anche una voce: gli piacciono i ragazzini. Giuseppe Zengarli di 15 anni e i suoi tre amici, Pietro, Renato e Ottorino Sovran, cugini tra loro, lo hanno già incontrato. E con ogni probabilità sanno cosa vuole.
Pier Paolo offre dei dolci e propone a Giuseppe di andare nel prato lì vicino. Percorrono oltre un centinaio di metri e, all’altezza della casa dei Centis, oggi ristrutturata per essere abitazione di una giovane coppia con bimbo, vanno tra l’erba, vicino agli arbusti d’acacie. Lì bacia Pietro sulla bocca; gli palpa il sedere e il membro sotto la stoffa dei calzoni. Quindi estrae il pene e si fa masturbare. Non raggiunge l’orgasmo: vuole che un altro ragazzo, Giuseppe, lo aiuti ad eiaculare. Bacia anche Ottorino sulla bocca, mentre gli altri stanno a guardare. Alla fine dà loro 100 lire e se ne torna alla festa. Da qualche tempo Pier Paolo non fa più mistero della sua omosessualità. Ne ha scritto ai carissimi amici di Bologna, la città dove ha studiato. A Franco Farolfi ha scritto che l’omosessualità non è più un Altro dentro di lui; pensa di aver “salvato capre e cavoli, cioè l’eros e l’onestà”. I due poli del dilemma li descrive anche all’amica più cara, Silvana Mauri: “Ho perso scrupoli e molte timidezze; ho imparato a far l’amore senza amore e senza rimorsi”. In effetti, sei anni prima, nel bel mezzo della guerra, a Casarsa della Delizia, paese natale della madre, dove si è rifugiato, in una stagione bellissima, ha avuto la sua tanto sospirata iniziazione sessuale.
Ma la vicenda del prato di Ramuscello non è senza conseguenze. I ragazzi litigano e s’accusano l’un l’altro di “aver menato l’uccello a vicenda al Pasolini”. La voce arriva ai carabinieri della Stazione di Cordovado che svolgono un’indagine. Il primo rapporto reca la data del 15 ottobre 1949. Due militi interrogano i ragazzi; poi chiamano in caserma Pasolini stesso, il 17 ottobre, che ammette “di aver commesso gli atti immorali a danno dei minori”, e subito aggiunge “che quella sera ha voluto tentare una esperienza erotica di carattere e origine letteraria”. Il riferimento è Gide. Nessuno dei ragazzi sporge denuncia. La famiglia di Pasolini è intervenuta, e l’avvocato Bruno Brusin ha pagato 100 mila a testa alle famiglie dei ragazzi per il danno subito. Ma la denuncia va avanti. Pier Paolo e il cugino Nico Naldini hanno saputo che esponenti democristiani gliel’hanno giurata: o Pasolini smette con l’attività politica oppure rendono nota la sua “anomalia sessuale”. L’imputazione è di atti osceni in luogo pubblico e si prospetta anche il reato di corruzione di minore. Subito il Partito Comunista lo espelle con infamia; lo fa Ferdinando Maurino, l’eroe partigiano Carlino, cui immediatamente Pier Paolo scrive un’accorata lettera: resterà in un cassetto del dirigente comunista 28 anni. La stampa PCI della regione pochi mesi prima ha attaccato un ex presidente d’Azione Cattolica perché pederasta. In dicembre inizia il processo a porte chiuse e la sentenza arriva nel gennaio del 1950. Pier Paolo Pasolini, Giuseppe Zengarli e Pietro Sovran vengono ritenuti colpevoli di atti osceni in luogo pubblico, reato previsto dall’articolo 527 del codice penale e condannati a tre mesi di reclusione ciascuno e al pagamento delle spese processuali; la pena viene interamente condonata per effetto dell’indulto.
Il 28 dello stesso mese, alle 5 del mattino, accompagnato dalla madre, il poeta parte dalla stazione di Casarsa verso Roma. In quei mesi per lo scandalo si è consumata la tragedia famigliare: l’impazzimento del padre Carlo Alberto, militare di carriera, la perdita del posto a scuola, la depressione della madre, la sua profonda angoscia. Così abbandona l’Eden, il Friuli cattolico e rurale, per le periferie romane, la Città Pagana e orgiastica, anche se, sia in Friuli come a Roma, i ragazzi li paga e li pagherà. Nel 1951 a Pordenone c’è l’Appello. L’esito e favorevole. Cade l’imputazione di corruzione di minori e al centro della discussione, e delle verifiche logistiche dei giudici, c’è il prato di Ramuscello: è o no un luogo pubblico, visibile da chi passa? La perizia dei tecnici e il sopralluogo dimostrano che non è visibile dalla strada. I membri del tribunale non lo possono certo sapere, ma il prato è e resterà un luogo pasoliniano per eccellenza: spazio aperto all’esperienza amorosa nei romanzi, nei film, nelle vicende della sua vita vissuta; è lo spazio erotico. Lì vagano o giocano a calcio le “lucciole” del celebre articolo, ovvero i ragazzi a cui si accompagna per dare due calci al pallone, per consumare un atto sessuale o semplicemente per parlare con loro. E’ il pratone della Casilina di Petrolio, con venti ragazzi che possiedono Carlo, e sono i prati quelli in cui camminano verso il fallace Progresso Totò e Ninetto in Uccellacci e uccellini. “Nei salotti/ non si può fare l’amore, e neanche nei letti./ Occorre un prato di periferia”, recitano i tre suoi versi del 1968.
[pubblicato su La Stampa, 11 ottobre 2009]
allego qui sotto la succitata lettera a “Carlino” spedita da Casarsa il 31.10.1949
Caro Carlino,
circa tre mesi fa, come forse sai, sono stato ricattato da un prete: o io la smettevo col comunismo o la mia carriera scolastica sarebbe stata rovinata. Ho fatto rispondere a questo prete come si meritava dalla intelligente signora che aveva fatto da intermediaria. Un mese fa un onorevole democristiano amico di Nico mi avvertiva molto indirettamente che i democristiani stavano preparando la mia rovina: per puro odium theologicum – sono le sue parole –essi attendevano come iene lo scandalo che alcune dicerie facevano presagire. Infatti appena la manovra di Ramuscello, sempre per odium theologicum, è riuscita (altrimenti si sarebbe trattato di un fatterello senza importanza, una qualsiasi esperienza che chiunque può avere nel senso di una vicenda tutta interiore), probabilmente il Maresciallo dei Carab. di Casarsa ha eseguito gli ordini impartitigli dalla DC, mettendo subito al corrente i dirigenti, che a loro volta hanno fatto scoppiare lo scandalo in Provveditorato e nella stampa. Mia madre ieri mattina è stata per impazzire, mio padre è in condizioni indescrivibili: l’ho sentito piangere e gemere tutta la notte. Io sono senza posto, cioè ridotto all’accattonaggio. Tutto questo semplicemente perché sono comunista. Non mi meraviglio della diabolica perfidia democristiana; mi meraviglio invece della vostra disumanità; capisci bene che parlare di deviazione ideologica è una cretineria. Malgrado voi, resto e resterò comunista, nel senso più autentico di questa parola. Ma di che cosa parlo, io in questo momento non ho avvenire. Fino a stamattina mi sosteneva il pensiero di aver sacrificato la mia persona e la mia carriera alla fedeltà a un ideale; ora non ho più niente a cui appoggiarmi. Un altro al mio posto si ammazzerebbe; disgraziatamente devo vivere per mia madre. Vi auguro di lavorare con chiarezza e passione; io ho cercato di farlo. Per questo ho tradito la mia classe e quella che voi chiamate la mia educazione borghese; ora i traditi si sono vendicati nel modo più spietato e spaventoso. E io sono rimasto solo col mio dolore mortale di mio padre e di mia madre.
Ti abbraccio
Pier Paolo
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Pasolini, il posto delle lucciole
Il re di «Pointlandia», «Esso»… lancia la sua rivoluzione… 17 Oct 2009

Berlusconi… lancia la sua personale «rivoluzione»… contro la Carta Costituzionale (di tutti noi… non sua, né della maggioranza)…
E noi italiani non dovremmo tutti (tutti, indipendentemente dalla casacca) accoglierla con lo spirito con cui Abbott racconta di «Esso», la «misera creatura» che governa Pointlandia? O forse davvero questo paese è tentato dal baratro dell’adimensionalità… dominato com’è da troppi «Punti», troppi «Esso» che si sentono Re del Nulla?
di Evelina Santangelo
Da Flatlandia di Edwin A. Abbott (traduzione di Masolino D’Amico, Adelphi).
«Osserva quella misera creatura. Quel Punto è un essere come noi, ma confinato nel baratro adimensionale. Egli stesso è tutto il suo Mondo, tutto il suo Universo; egli non può concepire altri fuori di se stesso: egli non conosce lunghezza né larghezza né altezza, poiché non ne ha esperienza; non ha cognizione nemmeno del numero Due; né ha un’idea della pluralità, poiché egli è in se stesso il suo Uno e il suo Tutto, essendo in realtà Niente. Eppure nota la sua soddisfazione totale, e traine questa lezione: che l’essere soddisfatti di sé significa essere vili e ignoranti, e che è meglio aspirare a qualcosa che essere ciecamente e impotentemente felici. Ascolta adesso».
S’interruppe; e in quel momento dalla creaturina ronzante si levò un lieve ticchettio, basso e monotono ma distinto, come da uno dei vostri fonografi di Spacelandia, e io ne distinsi queste parole:
«Infinita beatitudine dell’esistenza! Esso è, e non c’è altro al di fuori di Esso».
«Cosa vuol dire con “esso” – dissi io – quella piccola creatura?»
«Vuol dire se stesso, – disse la Sfera. – Non hai notato prima d’ora che i bambini e le persone infantili, che non sanno distinguere tra se stessi e il mondo, parlano di sé alla Terza Persona? Ma taci».
«Esso riempie ogni Spazio, – continuò la piccola creatura nel suo soliloquio, – e quello che Esso riempie, Esso è. Quello che Esso pensa, Esso lo dice; e quello che Esso dice, Esso lo ode; ed Esso è Pensatore, Parlatore, Ascoltatore, Pensiero, Parola, Audizione; è L’Uno, e tuttavia il Tutto nel Tutto. Ah, la felicità, ah, la felicità di Essere».
«Perché non gli apri gli occhi, a quel cosino, in modo che la finisca col suo compiacersi?» dissi io… «Non è facile, – disse il mio Maestro. – Provaci tu».
Al che, levando alta la voce, dissi al Punto così:
«Silenzio, silenzio, Creatura spregevole! Tu ti chiami il Tutto nel Tutto, e invece sei il Nulla; il tuo cosiddetto Universo non è che un puntolino in una Linea, e una Linea non che un’ombra in confronto a…»
«Sss, sss! Hai detto abbastanza, – mi interruppe la Sfera. – Ascolta ora, e nota l’effetto della tua arringa sul Re di Pointlandia».
Il luccicore del Monarca, che rifulgeva più che mai mentre ascoltava le mie parole, mostrava chiaramente che la sua compiacenza di sé non era stata intaccata; e io non avevo ancora terminato che egli riprendeva il suo ritornello:
«Ah, la gioia, ah, la gioia del Pensiero! Cosa non può Esso ottenere grazie al Pensiero! Il suo proprio Pensiero che a Se stesso si rivolge, insinuando il disprezzo di sé solo per esaltare la Sua felicità! Dolce ribellione suscitata per finire in trionfo! Ah, il divino potere creativo del Tutto nell’Uno! Ah, la gioia, la gioia di Essere».
«Vedi – disse il mio Maestro – quanto poco hanno potuto le tue parole. Nella misura in cui il Monarca riesce ad afferrarle, egli le accetta come sue (poiché è incapace di concepire altri all’infuori di se stesso) e si vanta della varietà del “Suo Pensiero” come di un esempio di Potere creativo. Lasciamo questo Dio di Pointilandia al godimento ignorante della propria onnipresenza e onniscenza: niente che tu e io possiamo fare può scuoterlo dal compiacimento che prova di se stesso».
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Il re di «Pointlandia», «Esso»… lancia la sua rivoluzione…
Blog-notes 17 Oct 2009
Piatto Pianto
Io sono di quelli che non sputano mai nel piatto in cui mangiano o mangiarono. Sono passati sei mesi da un reading che ho fatto in una grande città del Sud e devo essere ancora pagato. Per intervenire a quella manifestazione mi sono anticipato le spese di viaggio. Ci ho lavorato circa un mese per documentarmi e preparare il mio intervento. Sollecitati mi hanno detto che non si sa quando saremo pagati e ci si guarda tutti – i partecipanti- un po’ imbarazzati perché la colpa non è degli organizzatori dell’evento ma dell’amministrazione della città. Comunque si sa che le amministrazioni – certo non a Bolzano- pagano anche un anno dopo. Si sa anche se non è normale. A Bolzano la cosa è talmente non normale che infatti non accade. E nulla, questo si sa, eccome se non si sa, è più terribile che telefonare per chiedere ancora i soldi che spettano. Terribile perché prima di telefonare eri un pezzente, e dopo la telefonata un po’ di più, perché ti sei dovuto pagare anche la telefonata inutile che hai fatto. Io sono di quelli che non sputano mai nel piatto in cui mangiano o mangiarono, ma il piatto, dov’è ?
Murmures
Dalla mia infanzia ho sempre creduto alle scritte sui muri. Incrollabili voci della storia e della città, che nel tempo diventano significative quanto un divieto di sosta o un tabellone pubblicitario. La prima scritta, sul muro sotto i portici di casa in via G.M. Bosco, proprio sotto la finestra di Tomas Vinciguerra, che ho fatto mia, è stata in due tempi. Prima ci avevano scritto “Scalzone Libero”, in rosso, poi, qualche giorno dopo, in nero, “Piperno Stopper”. Che noi ragazzini si andava a cercare nell’album Panini, invano naturally, in quale squadra giocassero mai quei due.1 C’era poi quella storica fatta al liceo scientifico Diaz, ciò che non cambia è la volontà di cambiare, scritta a dire il vero, anche ora a distanza di anni, sibillina, che si prestava a una doppia lettura, ottimista la prima, e decisamente tragica quell’altra. Al parco Gabriella, dai borghesi, avevano invece scritto ” se vedi un punto rosa spara a vista o è una saponetta o è una femminista. Una scritta che ha pregiudicato a lungo il mio rapporto con le saponette e con le ragazze. E così nel tempo, per quel tempo che precede l’andata via dalla casa dell’origine, ho visto scritte comparire e scomparire con la stessa rapidità con cui avevano visto la luce del giorno. La più esilarante era certamente quella alla stazione di Maddaloni, “Andrea sì meglie è Pol- Pot”, che pochi anni dopo, in un altro luogo trovai cambiata in “Maradona sì meglie ro ragù e mammà.” I tempi cambiano e così le scritte sui muri che da politiche diventarono sentimentali, ti amo, di qui, ti amo di lì, fino a diventare le tag, ovvero i segni che giovani Fontana, graffitari, taguers, lasciano per le strade e sulle macchine della città. Una sola scritta, probabilmente la prima che avessi mai visto, quando piccolissimo andavo a vedere la Casertana al Pinto rimaneva al suo posto così come la vedete voi nella foto qui sopra, nitida, imperturbabile, fissata al muro come un affresco pompeiano. E che sembra suggerire ogni volta, baffone nun è maie venute, tiniteve à baffuta!2
Torino-Roma andata e ritorno
Da una discussione pubblica con Andrea Inglese
Mi è capitato la settimana scorsa di viaggiare sul treno Torino- Roma in compagnia di due ragazzi, uno di origine pugliese, Antonino, l’altro calabrese, Marco, residenti a Torino. Palestrati – così si dice no?- maschi latini, ben presenti a se stessi. Per le prime ore ci si guardava con curiosità, snobberia, fino a quando, ritrovandoci sul predellino a fumare, abbiamo scambiato due chiacchiere. Cosa fai, tu, ah ti occupi di libri, noi no, televisione, e una volta seduti, la rivelazione. Erano due tronisti. Va notato che “il grande intrattenimento” , seguito alla “ grande ricreazione “ del 68, si è appropriato perfino del linguaggio e come la poesia un tempo anch’esso inaugura nuove parole: tronista, palestrato, shampiste…
Quello che volevo dirti, Andrea, è che quei due ragazzi non hanno suscitato in me nessuna riflessione del tipo : ecco il nemico! Anzi, quando mi hanno detto che due volte a settimana facevano su e giù tra Roma e Torino, per continuare a lavorare, uno in un call center, l’altro in una ditta di costruzione, quando raccontavano il loro spaesamento nel mondo, lo stesso di tanti commentatori di NI, in taluni casi perfino più autentico, la sensazione che ho avuto alla fine era di una nuova emigrazione. Quelle facce e muscoli che un tempo partivano dalla Puglia e Calabria per raggiungere Mirafiori oggi ripartivano da Torino per gli studi televisivi di Roma. Nella sostanza non era cambiato nulla. Solo che un tempo i corpi servivano a fare quanti più pezzi in catena di montaggio. Oggi a sedurre quante più candidate alla gloria del mezzo, a fare impazzire spettatori e spettatrici. Carne da macello, enfin!
Ora pro Anobii: La leggenda del Santo Bevitore, di Joseph Roth
Capita a tutti, soprattutto quando subentra una stagione e si cambia di giacca, di ritrovare “per miracolo” in una delle tasche un biglietto da dieci euro, un consistente numero di monete. Magari in quei momenti di magra in cui ti sei visto – perché capita più spesso agli indigenti che non ai benestanti di osservare dal di fuori il proprio livello di caduta- passare delle ore a infilare monetina dopo monetina in un distributore, l’equivalente richiesto per un pacchetto di Lucky Strike o di Futura, a centellinare le proprie miserie. C’è qualcosa di magico in quel ritrovamento, come se il tempo avesse fatto al tuo posto da risparmiatore, ma forse la sensazione che si ha non è che quei soldi ci fossero da sempre, ma che, per miracolo appunto, li avesse generati un pezzo di stoffa, una tasca, una risacca, per offrirti un giorno di più, magari anche solo qualche ora di sopravvivenza, un bicchiere di rosso alla vineria sotto casa. Di tutti i libri di Roth la leggenda è quello che racchiude in sé, pagina dopo pagina, fotogramma dopo fotogramma – splendida la trascrizione che ne fece Ermanno Olmi nel suo film- ogni possibile deriva della poetica del suo autore. Il personaggio, il clochard Andreas Kartak sopravvive di qualche ora a Joseph Roth – il racconto sarà pubblicato postumo- ma incarna più di ogni altro personaggio della letteratura l’ivrogne, l’ubriaco che è in noi, a cui l’alcol ha bruciato tutto tranne le corde dell’anima. Le stesse corde che risuonano nei piccoli miracoli che la piccola Santa Teresa di Lisieux compie ogni giorno, facendogli trovare ogni volta, fino alla caduta finale nel bistrot, di che estinguere il suo debito.
Messico Famigliare
Capitava che mio Zio Mimmo mi faceva un regalo infilandomi nel palmo della mano e stringendo le dita, un pourboire, una inattesa mazzetta. Così rimanevo con il pugno chiuso, immaginando che vi fosse chissà quale tesoro. Per non rimanere deluso ho preferito non disfare il pugno ed è così che mi sono ritrovato ad essere, mio malgrado, comunista.
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Blog-notes
- Quasi una ventina d’anni dopo quando giocavo a Vincennes nella nazionale italiani all’estero, mi capitò di incontrare Oreste sul campo, che però non giocava, e subito mi voltai per vedere se c’era Piperno.
- Quel viva la baffuta l’ho sempre considerata come la più autentica dichiarazione d’amore che il genere maschile potesse fare a quello femminile e lontano anni luce da tutta quella mega esposizione di cazzi, cazzetti, cazzarielli che invadevano dai bagni di scuola il resto del mondo
No al razzismo 16 Oct 2009
Il 7 ottobre del 1989 centinaia di migliaia di persone scendevano in piazza a Roma per la prima grande manifestazione contro il razzismo. Il 24 agosto dello stesso anno a Villa Literno, in provincia di Caserta, era stato ucciso un rifugiato sudafricano, Jerry Essan Masslo.
A 20 anni di distanza, il razzismo non è stato sconfitto, continua a provocare vittime e viene alimentato dalle politiche del governo Berlusconi. Il pacchetto sicurezza approvato dalla maggioranza di centro destra risponde ad un intento persecutorio, introducendo il reato di “immigrazione clandestina” e un complesso di norme che peggiorano le condizioni di vita dei migranti, ne ledono la dignità umana e i diritti fondamentali.
continua a leggere l’appello qui

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No al razzismo
dalla rete#04: BLU & David Ellis [ COMBO loop 2 ] 16 Oct 2009
www.blublu.org www.davidellis.org
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prodotto da studio cromie
www.studiocromie.org
musica di Roberto Lange
http://www.robertolange.com
realizzato al Fame festival 2009
www.famefestival.it
dalla rete #02: BLU dans la rue [ MUTO ]
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dalla rete#04: BLU & David Ellis [ COMBO loop 2 ]
Classifica Pordenonelegge Dedalus, Ottobre 2009 16 Oct 2009
NARRATIVA
1) Giulio Mozzi, Sono l’ultimo a scendere, Mondadori, p. 25
2) Giorgio Falco, L’ubicazione del bene, Einaudi, p. 18
3) Luca Doninelli, L’incendio dei sogni, Garzanti, p. 15
4) Laura Pugno, Quando verrai, minimum fax, p. 14
4) Chiara Valerio, La gioia piccola di esser quasi salvi, Nottetempo, p. 14
6) Luigi Di Ruscio, Cristi polverizzati, Le Lettere, p. 13
6) Patriza Patelli, Gli ultimi occhi di mia madre, Sironi, p. 13
8) Gianni Biondillo, Nel nome del padre, Guanda, p. 12
8) Letizia Muratori, Il giorno dell’indipendenza, Adelphi, p. 12
10) Michela Murgia, Accabadora, Einaudi p. 8
11) Alessio Arena, L’infanzia delle cose, Manni, p. 7
12) Antonia Arslan, La strada di Smirne, p. 6
12) Luca Canali, L’interdetto, Hacca, p. 6
12) Alessandro Carrera, Skyline, Manni p. 6
12) Massimo Gardella, Il quadrato di Blaum, Cabila p. 6
12) Nicola Lagioia, Riportando tutto a casa, Einaudi p. 6
12) Emanuele Tonon, Il nemico, ISBN p. 6
12) Hamid Ziarati, Il meccanico delle rose, Einaudi p. 6
19) Edoardo Albinati, Guerra alla tristezza!, Fandango p. 4
19) Marcello Benfante, L’uomo che guarda le donne, Avagliano p. 4
21) Roberto Cazzola, La delazione, Casagrande p. 3
21) Mario Fortunato, Certi pomeriggi non passano mai, Nottetempo p. 3
21) Nicola Lilin, Educazione siberiana, Einaudi p. 3
21) Gaia Manzini, Nudo di famiglia, Fandango p. 3
21) Beppe Sebaste, La passeggiata, Manni p. 3
21) Tommaso Soldini, L’animale guida, Casagrande p. 3
21) Walter Veltroni, Noi, Rizzoli p. 3
21) Marco Vichi, Morte a Firenze, Guanda p. 3
29) Marcello Fois, Stirpe, Einaudi p. 2
29) Pandiani, Les Italiens, Instar Libri p. 2
29) Paolo Zagari, Smog, Fazi p. 2
POESIA
1) Umberto Fiori, Voi, Mondadori, p. 44
2) Fabio Pusterla, Le terre emerse, Einaudi, p. 27
3) Maurizo Cucchi, Vite pulviscolari, Mondadori, p. 26
4) Gabriele Frasca, Quevedo, d’If, p. 19
5) Stefano Massari, Serie del ritorno, La Vita Felice, p. 12
5) Luigi Socci, Freddo da palco, d’If, p. 12
7) Fabio Franzin, Fabrica, Edizioni Atelier, p. 10
7) Florinda Fusco, Tre opere, Oedipus, p. 10
9) Matteo Marchesini, Marcia nuziale, Scheiwiller, p. 9
9) Antonio Riccardi, Aquarama e altre poesie d’amore, Garzanti, p. 9
11) Pietro Berra, Notizie sulla famiglia, Stampa, p. 6
11) Giovanna Marmo, Occhio da cui tutto ride, Noreply, p. 6
11) Tiziano Rossi, Faccende laterali, Garzanti, p. 6
14) Sebastiano Aglieco, Nella storia, Aìsara, p. 4
14) Gianni D’Elia, Quadri della riviera, Ed. Banca di Teramo, p. 4
14) Sebastiano Gatto, Horse Category, Ponte del Sale, p. 4
14) Luciano Mazziotta, Città biografiche, Zona, p. 4
14) Alessio Paša, Appuntamento con il notaio, Barbera, p. 4
19) Fabiano Alborghetti, Registro dei fragili, Casagrande, p. 3
19) Luigi Trucillo, Darwin, Quodlibet, p. 3
21) Massimo Dalle Lucche, Nei bassifondi dell’impero, Edizioni del Leone, p. 2
21) Giorgio Luzzi, Sciame di pietra, Donzelli, p. 2
21) Giulio Marzaioli, Suburra, Giulio Perrone, p. 2
SAGGI
1) Massimo Rizzante, Non siamo gli ultimi, Effigie, p. 21
2) Andrea Cavalletti, Classe, Bollati Boringhieri p. 20
3) Guido Crainz, Autobiografia di una repubblica, Donzelli, p. 16
3) Massimo Fusillo, Estetica della letteratura, il Mulino, p. 16
5) Maria Michela Sassi, Gli inizi della filosofia: in Grecia, Bollati Boringhieri p. 14
6) Sergio Luzzatto, Bonbon Robespierre, Einaudi, p. 11
7) Mario Perniola, Miracoli e traumi della comunicazione, Einaudi, p. 8
7) Franco Vazzoler, Il chierico e la scena, il melangolo, p. 8
9) Clotilde Bertoni, Letteratura e giornalismo, Carocci, p. 6
9) Enzo Bianchi, Perché pregare, come pregare, San Paolo, p. 6
9) Furgio Brugnolo, La lingua di cui si vanta Amore, Carocci, p. 6
9) Franco Cassano, Tre modi di vivere il sud, Il Mulino, p. 6
9) Debenedetti-Pilati, La guerra dei trent’anni, Einaudi, p. 6
9) Ferretti-Zinati, Volponi personaggio di romanzo, Manni, p. 6
9) Stefano Guglielmin, Senza riparo, La Vita Felice, p. 6
9) Massimo Recalcati, Melanconia e creazione in Van Gogh, Bollati Boringhieri, p. 6
9) Vittorio Sermonti, Il vizio di leggere, Rizzoli, p. 6
9) Amedeo Vigorelli, Il disgusto del tempo, Mimesis, p. 6
9) Luigi Zoja, Contro Ismene, Bollati Boringhieri, p. 6
20) Ilvo Diamanti, Sillabario dei tempi tristi, Feltrinelli, p. 5
21) Roberto Andreotti, Ritorni di fiamma, BUR, p. 4
21) Attilio Brilli, Il viaggio in Oriente, Il Mulino, p. 4
21) Emiliano Morreale, L’invenzione della nostalgia, Donzelli, p. 4
21) Domenico Vecchioni, I signori della truffa, Olimpia, p. 4
25) Linnio Accorroni, 69 posizioni, Cattedrale, p. 3
25) Michele Smargiassi, Un’autentica bugia, Contrasto, p. 3
27) Diana Balmori, Tra fiume e città, Bollati Boringhieri, p. 2
27) Claudio Marazzini, L’ordine delle parole, Il Mulino, p. 2
27) Massimo Natale, Il canto delle idee, Marsilio, p. 2
27) Elena Pulcini, La cura del mondo, Bollati Boringhieri, p. 2
ALTRE SCRITTURE
1) Marco Rovelli, Servi, Feltrinelli, p. 25
2) Franco Arminio, Nevica e ho le prove, Laterza, p. 20
3) Franco Buffoni, Zamel, Marcos y Marcos, p. 14
3) Walter SIti, Il canto del diavolo, Rizzoli, p. 14
5) Susani-Stancanelli, Mamma o non mamma, Feltrinelli, p. 12
6) Biancamaria Frabotta, Quartetto per masse e voce sola, Donzelli, p. 9
7) Mario Desiati, Foto di classe, Laterza, p. 8
8) Bocconi-Visentini, In viaggio con l’asino, Guanda, p. 6
8) Gherardo Bortolotti, Tecniche di basso livello, Lavieri, p. 6
8) Di Vito-Gialdroni, Lipari 1929, Laterza, p. 6
8) Valentina Fortichiari, Lezione di nuoto, Guanda, p. 6
8) Guidetti Serra-Morbiglia, Bianca la rossa, Einaudi, p. 6
8) Francesco Longo, Il mare di pietra, Laterza, p. 6
8) Antonella Moscati, Deliri, Nottetempo, p. 6
8) Pitzorno-Rossi, Da un’estate al mare al Carmelo, Bompiani p. 6
8) Elisabetta Rasy, Memorie di una lettrice notturna, Rizzoli, p. 6
17) Enrico De Vivo, Divagazioni stanziali, QuiEdit, p. 4
17) Gaetano Savatteri, I ragazzi di Regalpetra, Laterza, p. 4
17) Roberto Saviano, La bellezza e l’inferno, Mondadori, p. 4
17) Beppe Sebaste, Oggetti smarriti e altre apparizioni, Laterza, p. 4
17) Vitaliano Trevisan, Due monologhi, Einaudi, p. 4
22) Alberto Asor Rosa, Il grande silenzio, Laterza , p. 3
22) Carlo Bordini, I diritti inumani e altre storie, La Camera Verde, p. 3
22) Paolo Di Paolo, Questa lontananza così vicina, Giulio Perrone, p. 3
25) Sergio D’Amaro, 20th Century Fox, Lanciano, p. 2
25) Stefano Massini, Trittico delle gabbie, Ubulibri, p. 2
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Classifica Pordenonelegge Dedalus, Ottobre 2009
Autismi 13 – Le mie passeggiate (2a parte) 16 Oct 2009
di Giacomo Sartori
Lungo il canale c’è il divieto di stazionamento, quindi non penso più alle macchine parcheggiate. Penso che ho fatto proprio bene a strapparmi via dalla cittadina dove sono cresciuto. Penso che passeggiare per quell’asfittico coacervo di costruzioni stritolato tra inospitali montagne è uno strazio, perché tutte le persone ti conoscono o comunque ti guardano insistentemente come ti conoscessero, e soprattutto in qualsiasi direzione tu ti diriga la cosiddetta città finisce subito: non rimane che girare in tondo a testa bassa, come nel cortile di una prigione. E quindi anche le idee finiscono per girare in tondo, per sprofondare nel gorgo della xenofobia.
Questa sera invece di prendere il solito ponte piatto tirerò dritto, e quando ne avrò abbastanza approfitterò di uno dei tanti ponti arcuati che con un’unica agile falcata metallica scavalcano il canale, mi dico quasi ogni notte, avvistando il ponte piatto acquattato in lontananza. Resterà pur sempre una passeggiata destrorsa all’andata e sinistrorsa al ritorno, ma sarà caratterizzata da un numero di passi n volte maggiore, e quindi da un incrementato rilascio di endorfine, visto il legame di proporzionalità che lega le due variabili, si dice l’emisfero scientifico del mio cervello. Senza rendermene conto gonfio un po’ il torace, come quando si fa i coraggiosoni.
Poi però all’ultimo istante il mio bacino compie l’identica rotazione di sempre attorno alla ringhiera di ferro del solito ponte, come attratto da una calamita. Percorro il solito ponte facendo strisciare la mano tenendola un po’ aperta, ma in modo che il mignolo venga trascinato sulla superficie metallica, e in guisa di commiato si giri e dia un colpetto con l’unghia. Sempre gli stessi balzelli apparentemente casuali, sempre lo stesso commiato. La prima volta chissà perché ho fatto così, e allora continuo a fare così.
In tutti i viaggi da che mondo è mondo arriva sempre l’istante fatidico del doppiaggio della boa. Per giorni e giorni, mesi, anni, tutte le nostre energie erano proiettate in senso centrifugo, tutti i nostri pensieri davano per scontato che non saremmo mai tornati indietro, e poi invece le nostre gambe si riavviano verso dove sono partite, e anche la testa si rincammina verso casa. Anzi, la nostra testa è sempre un po’ in anticipo, sgambetta febbrile nella direzione indicata dai nostri alluci: come i cani quando li si lascia liberi. Senza che ce ne rendiamo conto comincia a mettere il naso in quello che succederà dopo, fiuta già il panino di cui avremo voglia, la birra fresca che desidereremo. La nostra testa utilizza la conoscenza impudica che ha di noi per prepararci delle sorprese.
Io però sono ancora lì al ponte girevole coricato accanto alla chiusa, e non penso ancora a quando sarò di nuovo a casa. Scendendo la rampa che riporta al livello del canale guardo se sulla riva ci sono le tende dei barboni. Lo so che li hanno cacciati da anni, ma certi ricordi ci mettono un sacco di tempo a liberare il terreno, sono come quegli attori già crivellati di colpi che a ogni nuova trafittura sussultano di ulteriore dolore, ma non si decidono a schiattare. Tu sai che quell’attore tutto bucherellato è ormai spacciato, ma non è ancora morto del tutto, occupa ancora tutto il tuo spazio mentale.
Per certi versi è un po’ come un semaforo cocciuto, la mia testa. Si ricorda delle tendine da montagna e di tutte le carabattole che le attorniavano: gli armadietti improvvisati con le cassette della frutta, le specchiere trovate per strada, i carrelli del supermercato, le ruote di bicicletta, gli ombrelloni, le canne da pesca, le putride poltrone regalmente affacciate sul canale. E avrebbe ancora voglia di vedere quell’accampamento aristocraticamente miserabile: i senza tetto se la spassavano bevendo il loro vinaccio tetrapak, scivolando nella scontata catalessi beckettiana. Ogni volta che passavo mi dicevo che sarei sceso a vedere se davvero il loro modo di vivere fosse migliore di quello della gente cosiddetta normale. È un dubbio che devo togliermi, mi dicevo. Poi però li hanno sloggiati, perché facevano un po’ disordine, stando alle autorità: non se ne è fatto più fatto niente.
Alla fine della discesa mi imbatto nel solito cesso con la monetina. Non è possibile che non abbia mai fatto l’esperienza di uno degli emblemi architettonici della condiscendente ma anche prodiga metropoli nella quale mi sono incistato da tanti anni, mi dico ogni volta. Non certo perché ne provi il bisogno, visto che prima di uscire di casa faccio sempre venti secondi precisi di pipì, ma per spassionata sete di sapere. Come si aziona lo sciacquone? Com’è il sostegno della carta igienica? Lo specchio è grande o piccolo?
Ogni sera finisco però per rimandare al giorno dopo. Tanto che quei cessi che al mio arrivo apparivano degli avveniristici gioielli delle pisciate tecnologiche, adesso cominciano a apparire un po’ obsoleti. Bisogna che mi sbrighi, se non voglio ritrovarmi in un cesso di antiquariato, mi dico qualche sera, congratulandomi con me stesso per l’arguta battuta, ma anche un po’ preoccupato per la brevità dell’esistenza umana.
Per i giovani è molto importante fare i giovani, è normale, mi dico contemplando il cimitero di cartacce sulla riva che costeggia l’acqua marrone. Il problema è come conciliare le peggiori forme di inquinamento con le libertà individuali, mi dico. Se per esempio io uscissi a passeggiare più presto, la mia diventerebbe una corsa ad ostacoli costellata di frasi vaganti e corpi intersecati, un esercizio di equilibrismo tra bicchieri pieni e spinelli accesi, una prova di resistenza psichica, invece che una passeggiata come la intende la mia testa.
Chissà se è davvero in casa, penso, mentre costeggio il palazzo dove abitava l’amica di mia moglie. Mi succedeva anche da piccolo, nella cittadina anossica dove sono stentatamente cresciuto, e dove faccio l’errore di tanto in tanto di tornare: la gente traslocava, ma nel mio pensiero continuava a abitare nello stesso posto. O meglio abitava un pochino anche in quello nuovo, ma pochissimo, quasi niente. Quindi nascevano facilmente dei disguidi e dei malintesi, ne nascono tuttora.
Non avevo ancora capito che quella che un giorno sarebbe diventata mia moglie bisogna tirarla come una valigia a rotelle, se non si vuole arrivare assurdamente in ritardo, mi dico ogni volta che ho rinunciato all’idea di andare a trovare l’amica che non abita neanche più lì. È un pensiero puntuale come un orologio atomico. Pur di arrivare quando già i primi invitati ripartono si cambia dieci volte, telefona, pulisce dove di solito non si pulisce mai, si incolla come una ventosa alle vetrine, contempla i cartelloni dei cinema fino a impararli a memoria, cerca di attaccar briga: ogni pretesto è buono. Ci vuole molta pazienza, e anche molto tatto, ma i risultati si possono toccare con mano: adesso alle cene e alle feste non sono più costretto a spiluccare dai piatti di plastica abbandonati sui caloriferi. Fa piacere rendersi conto di avere fatto dei passi in avanti.
Mentre procedo penso alle peculiari abitudini di mia moglie: quando rientriamo dagli inviti a cena apre il frigorifero, e mangia del formaggio emmenthal mordendolo come se fosse una tavoletta di cioccolato. Certe volte ci spalma sopra della mostarda, certe volte no. Io per anni pensavo che tutti in quella imprevedibile città al rientro dalle feste mangiassero il formaggio in quella maniera. Quando si è in un posto nuovo si prendono un sacco di cantonate.
Non so perché le risposte alle domande che mi hanno fatto e le battute divertenti mi vengono in mente solo mentre mia moglie morsica il formaggio tenendolo come se fosse un tramezzino. Perché non hai detto una parola in tutta la serata?, mi ribatte lei, con i tipici rimbombi liquidi di chi parla con la bocca piena di formaggio. Ha la voce roca, perché a lei quando l’invitano piace conversare, non mangiare. Arriva in surreale ritardo, ma poi si rifà ampiamente con le seriose conversazioni culturaleggianti da quartiere favorito di megalopoli. Perché non hai fatto che abbuffarti, senza guardare e senza parlare con nessuno?, mi chiede, aggiungendo altra mostarda al suo formaggioso pezzo di formaggio.
Io non so cosa ribatterle, perché ripensandoci pure a me sembra di non aver parlato più di tanto. È difficile difendersi, quando non si ha poi così ragione come si presupponeva. È come giocare a tennis con dei tacchi a spillo: ce se la si può fare, ma si parte molto svantaggiati. Soprattutto quando non si sa giocare a tennis, com’è il mio caso. Io però continuo a parlare, perché provo pur sempre la necessità di riprendere certi temi particolarmente stimolanti germinati durante la serata che lì per lì mi era sembrata oltremodo uggiosa. Forse è anche l’effetto delle bevande alcoliche ingerite, non lo saprei dire, ma è così. Mia moglie invece di rispondermi sbuffa, e si avvia con il suo formaggio in mano verso la camera da letto. Non è molto appagante parlare da soli, sembra sempre di sapere già tutto. Allora finisce che accendo la televisione, e cerco un documentario scientifico per esempio sul senso di orientamento delle termiti.
Superato il negozio che non si sa bene cosa venda avvisto di nuovo l’albergo dove secondo me hanno girato il capolavoro, questa volta di faccia, esattamente come appare in alcune scene emblematiche del film. Questo è l’albergo dove hanno girato il grandioso capolavoro, mi dico, godendomi la libertà di pensare quello che voglio senza che nessuno mi contraddica. A certi pensieri si rimane molto affezionati, anche se la loro veridicità appare ormai compromessa. Sono pur sempre degli amici che ci hanno accompagnati per un pezzo di strada, che ci fanno bene all’anima.
Secondo mia moglie dovrei andare a passeggiare di giorno, non di notte, mi dico passando davanti all’orologiaio con le sveglie impolverate in vetrina. Secondo lei le persone normali passeggiano di giorno, o al limite di sera, mai nel cuore della notte. Io le ribatto che di giorno non c’è lo spazio materiale per camminare, e soprattutto l’aria è satura di sguardi e di pensieri altrui, di frasi e di idee che cercano di incasellarti, di farti fare quello che vogliono loro. Di giorno si può al massimo farti colonizzare il cervello da pensieri parassiti, esattamente come succede nelle cittadine di provincia sempre pronte alle derive xenofobe, non passeggiare come lo intendo io, dando libero corso ai propri pensieri. Mia moglie però non può capirlo. Secondo lei il mio vero obiettivo è fare sempre il contrario di quello che fanno gli altri.
Man mano che mi riavvicino a casa mi rendo conto che sempre più automobili parcheggiate mi sono familiari. Alcune le conosco per così dire intimamente: riconosco i graffi, gli oggetti disseminati all’interno, il tipo di disordine o di maniacalità, quello che si potrebbe chiamare il carattere. Parlerei di amicizia, se appunto i dizionari non si intestardissero a riservare il concetto di amicizia per gli esseri umani, meglio se non ancora deceduti, e per gli animali di compagnia. È inevitabile che un po’ alla volta ci si affezioni. Questa è la tipa che piange sempre, mi dico, passando accanto all’utilitarietta con la prodiga scatola di fazzolettini sul cruscotto. Questo è lo spilungone che si crede un cow-boy, questo è il professorino con gli occhiali spessi due dita, questo lo stiticaccio repellente. Checché se ne dica le automobili sono dei gran bei giocattoli: non sarà facile trovare un gioco altrettanto riuscito, quando anche l’ultima goccia di petrolio sarà finita.
Ma sarà davvero sempre il cane che soffre di insonnia o sarà invece il padrone?, mi chiedo qualche sera, fermandomi anch’io a fissare il buco del culo che trepida nella luce clorotica del viale intersecato perpendicolarmente dalla mia traiettoria. O saranno per caso tutti e due?, mi domando, ipnotizzato dalle palpitazioni peristaltiche che precedono la defecazione. Non è però un pensiero che mi viene sempre, è un pensiero che si fa sotto una volta ogni tanto. Come quelle persone che quando te le ritrovi davanti riconosci al primo sguardo, ma che poi per dei mesi o anche per anni non incontri più. Probabilmente si divideranno i ruoli, come succede sempre nelle coppie, finisco per rispondermi, meditando alle mie esperienze personali.
Risalgo verso casa nostra sul marciapiede di sinistra, quello per il quale sono sceso, e che mi appare come il marciapiedi di destra solo perché sto camminando nel senso contrario rispetto a quello dell’andata. Se fossi coerente percorrerei il marciapiede di sinistra, lo so bene, ma non sono affatto una persona coerente, bisogna che ci rassegniamo. Le mie passeggiate non hanno la liscia perfezione delle statue del Canova, è un dato oggettivo: sono piene di anfrattuosità, bitorzoli, irregolarità di ogni tipo.
Chissà se i miei amici teppisti sono ancora in servizio, mi dico prima di sbucare sulla piazzetta dove abitavamo prima. Qualche volta sono davvero lì, spesso restano solo le lattine vuote di birra. Se si sono dileguati vuol dire che sta arrivando la polizia: in cima alla salita vedo apparire una macchina con il lampeggiante blu, lenta e minacciosa. Non ho mai capito come facciano i miei amici teppisti a sapere che stanno arrivando gli sbirri. Probabilmente hanno dei colleghi più in alto che in qualche modo li avvertono, o anche solo hanno un micidiale teppistico sesto senso, vallo a sapere: quel che è certo che quando la polizia appare non c’è più l’ombra di teppista.
Entrando nel nostro appartamento lotto contro il desiderio di svegliare mia moglie e raccontarle tutte le meraviglie che ho visto e che ho pensato nel corso della mia entusiasmante passeggiata. Ma in realtà so che lei non sarebbe affatto contenta. Mugolerebbe che vuole dormire, che la mattina dopo deve lavorare. O anche mi morderebbe, perché certe volte la notte è un po’ nervosetta. E allora mi tolgo le scarpe, e transito per il salotto camminando sulla punta dei piedi come un amante in incognito, come un temibile ladro.
(Immagine: Ricardo Ponce, De la serie: Manicomio particular)
Questo è un articolo pubblicato su Nazione Indiana in:
Autismi 13 – Le mie passeggiate (2a parte)
In vendita l’antologia di Books Brothers
Frammenti di cose volgari
AA.VV. 539 pp - 2009
ISBN: 978 88 9650 200 6
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