Ho avuto la fortuna di mettere gli occhi su un romanzo nascente. Il titolo di lavoro è “Un maledetto spreco” ed è un romanzo entusiasmante, pieno di autentica avventura e di autentica poesia. Ci ho trovato fantascienza e nostalgia, acqua che brucia la pelle e sotterranei che brulicano di vita, dittatori e ribelli, memorie perdute e drogati delle vite altrui.
Dentro questo romanzo ci sono anche dei sogni, sogni che sembrano riportarci al “nostro” mondo per poi trasfigurarsi in visioni allegoriche che vanno oltre la fantascienza, dentro l’allucinazione. Come a indicarci i due estremi dell’oscillazione dentro cui si muove la penna di Michela Carpi.
Uno di questi sogni è quello che state per leggere. (mc)
Nuovo Mondo
di Michela Carpi
La spiaggia è chiassosa e animata da bambini irrequieti. Una ragazzina di dodici o tredici anni, con il costume intero di lana rosa che le pizzica sulla pelle, corre verso l’acqua agitando le braccia alzate mentre due maschietti più piccoli la seguono trascinando sulla ghiaia un gommoncino color mattone dall’aria sgonfia, che probabilmente affonderà. Dalla riva una madre grida di tornare per il pranzo ma nessuno dei bambini che schiamazzano in acqua, che si inseguono, schizzano, spruzzano, le presta attenzione. Sul piccolo molo di legno che avanza traballante verso il mare un gruppo di ragazzi sta armando delle imbarcazioni a vela: i loro corpi sono asciutti e abbronzati, le loro mani veloci e sicure. Nel punto in cui la sabbia è più sottile, al lato del chiosco dei gelati, due uomini montano una rete da pallavolo: il sole scotta sulle loro schiene e goccioline di sudore brillano sulla pelle, tra i muscoli e i capelli rasi. Nel momento in cui la partita ha inizio – con uno dei due a capo della squadra delle ragazze, e l’altro a quella dei ragazzi – il cielo si oscura all’improvviso. Non si tratta di nubi arrivate tutto a un tratto, di un acquazzone imprevisto o di un rapido tramonto equatoriale, no: un attimo prima il sole era alto e cocente e un attimo dopo, semplicemente e orrendamente, una cappa uniforme è calata sul cielo e sul mare: l’orizzonte è invisibile, l’acqua nera, la spiaggia cupa, il vento è calato e le onde si sono fatte grosse e lunghe, ma nessuno ha notato il cambiamento, oltre a me. A me è restato il tempo per vedere le barche a vela staccarsi dal molo e avviarsi con una stanca bolina verso il largo prima di scomparire avvolte dall’oscurità.
La luce al neon del chiosco dei gelati illumina la partita che continua animata, mentre alcune famiglie si sono stese a bordo campo e altre lungo la riva poco lontana, vicino a un falò, a consumare panini e bibite come a uno spettacolo; in acqua i bambini sono rimasti a giocare, e i tre fratelli si rimproverano l’un l’altro di non aver gonfiato abbastanza il gommone – anche se i piccoli sembrano già pronti a coalizzarsi contro la sorella maggiore – ed è proprio grazie alla presenza di quel gommoncino che mi accorgo di come mai, nonostante la notte improvvisa, io riesca ancora a distinguere qualcosa nel buio: la piccola imbarcazione marrone è circondata da corpuscoli luminescenti che illuminano, dal basso verso l’alto, la scena, tingendola di toni esageratamente drammatici (in fondo non si tratta altro che di tre bambini che schiamazzano nell’acqua). Mi avvicino alla riva: sembrerebbero banchi di meduse, ma molto, molto piccole, dalle quali si staccano piccoli tentacoli, trasparenti e luminosi, che si allontanano e si aggregano intorno agli altri corpi immersi nell’acqua, circondandoli. Ogni persona, imbarcazione, galleggiante, ogni ramo, alga, bottiglia che si trova in acqua è circondata da questo alone luminoso. Persino i miei piedi, immersi fino alle caviglie, ne sono avvolti. Quando sollevo di nuovo lo sguardo verso l’orizzonte, faccio un salto indietro con orrore ( un vero salto) e torno all’asciutto, sulla riva: un pesce enorme, grande almeno quanto il gommoncino se non di più, gli sta girando intorno in cerchi concentrici sempre più stretti… quando è ormai a pochi centimetri da uno dei due bambini, quello che batte i piedi in acqua per andare più veloce, la sorella se ne accorge, abbandona i remi e inizia a gridare, ma ormai è troppo tardi e il pesce lo agguanta per un polpaccio e lo trascina sott’acqua, nel buio.
La partita continua sulla spiaggia, il falò arde allegro, i bambini più piccoli dormono tra le braccia di mamme che chiacchierano animatamente con i piedi immersi nell’acqua; un paio di uomini anziani e corpulenti armeggiano con delle canne da pesca e dei retini, un gruppo di ragazze più grandi e graziose lancia in volo degli splendidi aquiloni variopinti che quasi subito scompaiono nell’oscurità ma loro non sembrano accorgersene, per come corrono veloci e spensierate lungo la battigia, con le mani tese verso il cielo e i piedi agili tra una miriade di schizzi.
E poi arriva il secondo pesce. Questo è ancora più grande del primo, somiglia a un’orata ma è impossibile che lo sia, non se n’è mai vista al mondo una così. Le squame argentate saranno grandi quanto il braccio di un bambino, la pinna dorsale quanto una tavoletta di salvataggio. La vedo apparire e scomparire al largo, e poi di nuovo apparire e scomparire più vicino, talmente vicino da poterne osservare la grossa mandibola, i denti aguzzi, la mascella superiore che la fa sembrare quasi imbronciata. Non è sola. Accanto a lei un’altra orata, leggermente più piccola ma comunque dalle dimensioni superiori a quelle di uno dei pedalò ormeggiati sulla riva, sta divorando i pali che sostengono il molo. La banda nera e dorata degli occhi le si illumina di un bagliore sinistro quando il molo le frana addosso con uno schianto. Tutt’intorno a me le persone continuano a parlare, ridere, giocare, c’è persino chi si tuffa in mare e chi mi chiede se ho da accendere una sigaretta; le signore sulla battigia combattono il caldo con dei ventagli di foggia orientale, i ragazzi impegnati nella partita sudano ormai abbondantemente, e sudano anche i due pescatori che con le loro piccole canne da pesca e gli stivali alle ginocchia affrontano il mare aperto. Io rimango agghiacciato sulla riva.
Poi arriva un terzo pesce. Questa volta è colorato, e non somiglia a nulla che io abbia mai visto prima. Sarà lungo nove o dieci metri e ha un corpo filiforme e sottile, percorso da strisce colorate che variano di intensità a seconda di come vengono colpite dalla luce. Velocissimo e come preda di un furore diabolico, colpisce di coda ogni ostacolo galleggiante che trova lungo il suo percorso: nell’arco di pochi secondi ha distrutto due motoscafi, una barca a remi, un paio di boe. Poi si immerge e scompare. Per un po’ l’acqua rimane piatta, illuminata appena da quella specie di plancton luminoso. Si sente il rumore dello sciabordio sulla battigia e null’altro: le persone intorno a me continuano a fare quel che stavano già facendo, ma sono come avvolte da un silenzio ovattato. E poi la superficie del mare torna a incresparsi e un sibilo violento quasi mi assorda: i corpi guizzanti di due enormi pesci gatto arrivano a riva e vanno a sbattere contro il chiosco dei gelati, distruggendolo. Uno dei due animali rimane steso sulla riva, l’altro inarca il corpo lucido a rivelare gli aculei e i barbigli: sembra una sfida, e forse lo è. «Papà li pesca al fiume», dice un bambino che mi ritrovo accucciato tra le gambe. Mi volto e mi accorgo che tutti i bambini più piccoli sono ora intorno e dietro di me, come se volessero farsi scudo con il mio corpo. Ma non sembrano spaventati, anzi, alcuni sonnecchiano sulla sabbia e altri si fanno i dispetti a vicenda. Quando mi volto a guardare il mare mi accorgo che sulla spiaggia non c’è più nessuno, tranne l’enorme e disgustoso corpo del pesce gatto. L’altro è di nuovo in acqua, circondato da enormi pesci volanti che balzano in aria come pipistrelli, e poi ci sono gamberi di dimensioni umane che si arrampicano sui resti distrutti del molo, e pesci spada che si arenano a riva e rimangono conficcati nella terra, e gigantesche testuggini che escono dalla sabbia e si immergono in acqua mentre granchi mostruosi, dalle chele più grandi del bambino più grande che è tra noi, vengono a riposare sulla ghiaia sottile. «Facciamo il bagno?», chiede uno dei bambini, il più piccolo. Io non rispondo e lui si avvicina alla riva, seguito da tutti gli altri in fila indiana. Camminano lenti e impettiti, come se stessero partecipando a una parata scolastica. Anche i pesci, e i granchi mostruosi, e le testuggini giganti e i gamberi e persino quel plancton misterioso e ogni altra creatura orrenda e diabolica che ho visto uscire da quell’acqua, si fermano ad osservarli. Il bambino più piccolo è ora immerso nell’acqua fino alla vita, ma continua ad avanzare imperterrito: l’acqua gli arriva a coprire le spalle e il collo e la bocca e poi gli occhi, il naso, i capelli e poi restano soltanto bollicine e nulla più. Il secondo bambino ha ora l’acqua fino alla bocca e quello dietro fino alle spalle e quello dietro ancora fino ai fianchi e c’è qualcuno che ancora non si è bagnato i piedi ma tutti continuano ad avanzare lentamente in fila indiana e tutti, ad uno ad uno, fianchi-spalle-collo-bocca-naso, finiscono per immergersi e scomparire. Quando anche il più grande di loro è scomparso, avvolto dalle acque buie e nere, allora i pesci e i crostacei e tutta quella orrenda umanità riprendono con furia la propria opera di devastazione. Io mi accascio sulla sabbia, esausto.
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Frammenti di cose volgari
AA.VV. 539 pp - 2009
ISBN: 978 88 9650 200 6
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