Fino a che punto è lecito che un autore ceda il diritto di elaborazione dell’opera (questo diritto, prendiamone atto, esiste ed è una pratica consolidata) ad una persona “autorevole” che se ne prende, se così si può dire, la responsabilità? Una strana responsabilità, quella di un editor, dato che porta il nome di qualcun altro. Il consulente editoriale e l’autore: quale rapporto? Credo siano in molti a chiedersi perché mai occorre tollerare questa sorta di doppio gioco intorno al testo letterario, nonostante all’esterno tutto sembri indicare, a cose fatte, l’autorità e il prestigio eventuale di un’unica persona, vale a dire l’autore. Ma che cos’è un autore? Se lo chiedeva già il filosofo francese Michel Foucault, in una celebre conferenza, tutta da rileggere (compresa nei Saggi letterari, ed. Feltrinelli).
Il caso di recente riaperto sulle pagine dei giornali riguarda Raymond Carver. Autore famoso per il modo in cui avrebbe inventato una nuova forma narrativa definita poi, a torto o a ragione, “minimalismo”, sotto la cui etichetta si sono raccolte anche le firme di David Leavitt, Bret Easton Ellis, Jay McInerney e altri. Ciò che accade è la pubblicazione, anche in Italia, dei racconti di Carver sfrondati dalle correzioni apportate da Gordon Lish, il suo editor (il volume è in libreria con il titolo Principianti, ed. Einaudi) per scoprire che, negli originali carveriani c’era ancora molta tradizione e ingenuità: in poche parole, i famosi finali “sospesi” e tutto il lavoro sul “non detto” sono un’invenzione- si fa per dire- di Gordon Lish. Lish decise di pubblicare diciassette racconti di Carver, ma non prima di averli sottoposti ad un drastico lavoro, come si dice, di editing. “Drastico” vuol dire che ha tagliato pagine intere, qualcuno ha scritto intorno al settanta percento del testo complessivo, “suggerendo” le scelte narrative da adottare per rendere tutto, a posteriori, tipicamente “carveriano”.
Ciò non può che suonare macabro per quelli che hanno creduto nell’originalità di Carver, oltre che ad una più generale concezione della letteratura come impegno personale a superare le forme tradizionali, nel nome di un mai troppo chiaro “ideale” di progresso. Per entrare nella Storia, si potrebbe dire, occorre “tagliare” con il passato. Ideale che appartiene alla modernità in quanto tale, aggiungerei, quindi anche allo sviluppo dell’editoria e ai compromessi che può imporre. E’ un po’ come se si scoprisse che Sylvia Beach ha scritto il monologo di Molly Bloom; d’altra parte, con le debite differenze, ciò avviene da tempo nelle case editrici in ogni Paese del mondo. E’ una regola, in buona sostanza. Chi scrive cosa, allora?
Su Tuttolibri (La Stampa del 4/04/09) comparivano due articoli a firma, rispettivamente, di Masolino D’Amico e di Benedetta Centovalli. Due articoli diversi fin dal titolo: Carver ritrova il suo temperino e Quelle carte violentate. Eloquenza dei titoli, che sembrano riecheggiare due differenti concezioni della letteratura. Il primo, a mio avviso, sfiora la demenza ma non è facile attribuirlo all’autore del testo – ecco un altro caso di editing decisamente infelice.
Nel primo caso, allora, abbiamo un critico prestigioso che segue la linea morbida (diciamo accondiscendente?) della comparazione dei testi: “Il punto non è se scegliere quale dei due libri sia migliore, e nemmeno quale Carver sia più Carver. Entrambi i testi hanno il loro interesse. Le parti omesse non appaiono affatto inferiori a quelle rimaste, Lish non fece una scelta mirante a lasciare solo il meglio, anche se spesso i suoi finali sono più incisivi di quelli di Carver”. Il critico conclude: “I testi più diffusi si leggono con piacere perché sempre scritti da un autore di grande personalità e nel pieno controllo del suo strumento espressivo”. Nel pieno controllo? Non direi, piuttosto Carver rimaneva a quel tempo- stiamo parlando del suo debutto letterario, non è da dimenticare- in quella pericolosa zona d’ombra in cui l’autore non è ancora tale e l’opera neppure: sospensione dell’identità, del futuro, di tutto ciò che si può sapere di sé. Qui compare la figura mefistofelica dell’editore e dei suoi gregari. A passi felpati, certo, e in certi casi con effetti di lunga durata.
“Se accetto questa cosa così com’è, non sarà un bene per me”
I toni delle lettere di Carver rivolte a Lish sono di un accorato bisogno di comprensione: “Ti prego Gordon, per l’amor di Dio, dammi una mano e cerca di capirmi…” Esordisce così in un brano riportato nell’articolo dedicato a Principianti apparso sulla rivista Pulp (n.7, 2009). Carver aggiungeva con umiltà: “Devo a te questa vita più o meno interessante che faccio ora. Ma se accetto questa cosa così com’è, non sarà un bene per me. Il libro non sarà, come dovrebbe essere, motivo di gioia e di celebrazione bensì di difesa e spiegazione…Ascoltami, etc.” Questa non è una bozza editoriale, è una preghiera. Lo chiama “cosa”, non “libro”: la cosa che scrive, dunque, e che non è ancora un libro, che non sarà mai il “suo” libro se non molti anni dopo. Come se non bastasse l’essenza postuma del segno, Carver sembra dover morire due volte per poi risorgere in questa polemica letteraria che coinvolge, evidentemente, tutto il sistema editoriale nelle sue regole di base.
Forse qualcuno avrà fatto i complimenti a Lish per la lungimiranza critica. A me viene in mente, invece, l’espressione “astuzia della ragione” (Hegel) per qualificare la Storia e ciò che ci spinge, a volte, a ingoiare. Chi ha ragione, in questi casi? Ogni volta, credo, occorre decidere in modo singolare: di certo non si risolve nulla appellandosi ad un diritto “originario”. Che cosa può fare un diritto d’autore, infatti, che comincia praticamente dopo la pubblicazione? Il diritto e la psicologia non vanno molto d’accordo, si sprofonda subito nel torbido letterario…In un rapporto quasi edipico, direi, di padre-figlio. Rapporti di potere, certo. Gli equilibri non sono facili, bisogna evitare le sabbie mobili, comprese le illusioni dell’autore.
Se si vuole pubblicare e non si sta facendo l’elemosina al solito editore a pagamento, ciò che equivale, il più delle volte, ad un suicidio premeditato, prima o poi occorre fare i conti con questa “sporca” dialettica. L’obiettivo letterario, nel caso di un’opera degna, cambia non appena il manoscritto arriva e viene accolto dal desiderio altrui: sarà, allora, un testo a due, un ibrido bifronte o bicefalo. Fino a che punto, però, lo decide la situazione. Riga per riga.
Nell’articolo citato sopra, Benedetta Centovalli va dritto al dunque: “Il caso Carver-Lish” scrive “ci dà l’opportunità di riflettere su alcune questioni fondamentali che riguardano la pratica dell’editing. Ho sempre pensato che ogni riscrittura coinvolge le nostre strutture di giudizio e che sia tutt’altro che una ‘pratica’. Piuttosto una forma non confessa di ideologia letteraria”.
Ne consegue che: “Anche quando parliamo di editing parliamo di letteratura e dunque dovremmo parlare di responsabilità, di posizionamento, di orientamento dello sguardo”. Il parere dell’editor è chiaro: “Nella mia esperienza ogni testo ha una chiave d’ingresso che permette di entrare senza forzare la serratura. Quello è il varco necessario per la riscrittura e per fare emergere la verità e l’identità di un testo letterario o dichiaratamente commerciale”. Ottimistico, forse, pensando ai casi italiani. Da noi l’idea di letteratura sembra affondata chissà dove…In ogni caso, penso che la distinzione tra “letterario” e “commerciale” deve, in qualche modo oscuro, restare cruciale. Nel dispotismo di Lish, in fondo, non c’era che della “narratologia” accompagnata dal buon fiuto, evidentemente, per il caso letterario. Il talento di Carver deve essere riuscito a sopravvivere, nonostante tutto, agli artigli del lupo. Era già allenato a sopravvivere, d’altra parte, come tutti i veri scrittori.
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AA.VV. 539 pp - 2009
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