In quell’attimo indistinto di un pomeriggio anonimo, alle mie spalle una punes decise di disincagliarsi dalla sua bacheca di sughero e mollare la presa. Una soltanto, tra le troppe cartoline che da anni si accumulano sulla parete sopra la cassa, si sfilò agile e scivolò lenta nell’aria. La seguii con lo sguardo disporsi di taglio, ruotare, poi voltarsi, prendere un viaggio obliquo verso il centro della sala, poi fuggire più a lato e planare rallentata sul pavimento in granito appena lavato. A terra non ebbe il tempo di pattinare con un sibilo svelto da nessuna parte, l’umido la catturò in un suono più denso.
Kelati si chinò e la raccolse. Guardò nella mia direzione e stava per venire a portarmela, ma si ricordò che aveva appena passato lo straccio e mi sarei arrabbiato parecchio se avessi visto le impronte. Lo guardai dal mio alto sgabello da padrone alla cassa e, col sorriso, gli feci segno di stare al suo posto, sull’uscio della cucina.
– Quale cartolina è caduta? Chi ce l’aveva mandata? Cosa c’è scritto, Kelati?
Il mio lavapiatti somalo forse non sapeva leggere ma io gli feci quella domanda per divertimento e sentirmi per una volta un occidentale colto e istruito, nonostante la mia terza media serale. Da anni ormai i miei dipendenti sono quasi tutti stranieri: danno meno noie, pretendono di meno e imparano tutto più in fretta. Kelati non se la prese, per i Somali la scrittura è un’invenzione troppo contemporanea per farne una questione d’orgoglio. Guardò dentro l’immagine senza badare troppo all’inchiostro, si pizzicò il mento con l’indice e il pollice e mi lanciò uno sguardo sorpreso.
- Punta Pietre Nere.
- Che cosa? Non ho capito.
- Questa è Punta Pietre Nere, io ci sono stato.
- Una cartolina dalla Somalia? Non conosco nessuno che è andato da quelle parti. Mah, forse qualche militare?
- Ma questa non è Somalia, capo. Questa è Punta Pietre Nere. E’ Italia, nel Sud. Sono passati ventuno anni da quella sera di dicembre ma non la dimenticherò mai: questa è proprio Punta Pietre Nere.
- Scusa, Kelati, ma come fai a dirlo se non sai leggere?
- Capo, io non sono analfabeta e, comunque, come potrei sbagliarmi?
- Hai letto l’indirizzo? Che cosa ti fa capire che è proprio quel posto che dici tu?
- Nella memoria non ci sono lettere. Non posso sbagliarmi. Questi scogli scuri e bassi che in fila entrano in mare li ho dentro di me. Era quando facevo il marinaio.
- Marinaio? Ma non eri un cuoco?
- Il cuoco lo facevo a bordo, sui cargo mercantili. Mi sono imbarcato su tante navi: portacontainer, ferriere, feluche, petroliere, chiatte; poi, è arrivato quel maledetto catorcio dell’EDEN V, queste Pietre Nere qui e quel 16 Dicembre 1988.
- Ma si può sapere che guardi in quella cartolina, sembra ci sia tutta la tua vita. Non sarai mica bevuto?
- Capo, lo sai che sono astemio. Non sto inventando. Vuoi sapere che cosa c’è in questa foto? C’è l’Adriatico in bianco e nero con una spiaggia larga di bassa marea, la Punta che entra nell’acqua come un piccolo molo dimenticato, nuvole basse gonfie di pioggia e una penna bianca di uccello marino.
- Se non fosse per il pavimento ancora bagnato ti direi di avvicinarti e mostrarmela. Non ci capisco niente. Tu vedi il mare Adriatico e una spiaggia e una penna d’uccello, per di più tutto in bianco e nero, e mi vieni a raccontare che conosci quel posto. Addirittura dal 1988. Mi stai prendendo in giro?
- Quando mi presero a bordo dell’EDEN V ebbi subito il timore di non aver fatto proprio un buon affare. La nave era proprio messa male, ma era stata da poco riverniciata e questo le dava un aspetto quasi galleggiabile. Io avevo bisogno di una destinazione qualunque e non stetti troppo a ragionare. Partimmo da Beirut con una partita di rottami ferrosi, così dichiarò il comandante, li dovevamo sbarcare in Yugoslavia, allora si chiamava ancora così. A dire il vero non trasportavamo solo rottami ma anche alcuni container marci e qualche altra schifezza. Per gran parte del tragitto tutto andò bene. Il Mediterraneo era placido e indolente e ci lasciava procedere cauti con i nostri documenti ben camuffati sotto una falsa bandiera maltese. Di fronte alle coste italiane, però, il tempo cambiò all’improvviso. Nessun bollettino lo aveva segnalato. Una tempesta imprevista e inconsueta. L’Eden non era in grado di procedere lungo la rotta. La bora infuriata e l’Adriatico in burrasca ci convinsero all’istante che la salvezza dipendeva da un riparo alla svelta sottocosta.
Eravamo di fronte al Gargano: per la precisione incrociavamo al largo delle Tremiti. Cambiammo la rotta e il comandante rifiutò più volte il soccorso della guardia costiera di Manfredonia, non potevamo accettare. Buttammo in mare alcuni container e decine di fusti e bidoni che certo non avremmo potuto dichiarare. Se sapessi cosa portano nelle stive certe navi, capo... L’EDEN V però non resse ai marosi o forse si era stufato di fare il battello fantasma connivente e cominciò a prendere acqua dal mascone di dritta. Non riuscimmo a tamponare la falla e salpammo la lancia di emergenza. Noi dell’equipaggio non eravamo spaventati, eravamo tutti Somali e Sudanesi, avevamo una buona scialuppa e confidavamo in Allah. Il comandante, un libanese scorbutico, comprese in fretta che non sarebbe riuscito a portare i rottami e “l’altra roba” a destinazione e ci fece scaricare tutto in mare, poi ci consigliò di squagliare, una volta a terra, e di non fare il nome di nessuno. Brutto affare! Arrivammo sulla spiaggia; non perché avessimo remato bene, ma perché la tempesta rinunciò alla vendetta. C’era un freddo gelido ed eravamo tutti bagnati fradici. Mi ricorderò per sempre quel posto disabitato e magnifico. Era una spiaggia lunga e dritta verso Est, senza case o strade, sembrava di essere in Somalia ma il freddo non era africano. Sulle dune c’era un bosco di piante profumate: rosmarini, mirti e tutti quegli alberi resistenti che vincono il sale facendo più verdi le foglie. Una fascia stretta di vegetazione vergine che non ci aspettava e sapeva provvedere a se stessa. Quella bellezza mi portò un po’ di tiepido dentro il cavo dei palmi e allora mi accorsi che contro la mia pelle nera si infrangevano leggeri dei minuscoli fiocchi, fragili come pagliuzze di cotone. Ci abbracciammo tutti. Quello era un augurio di Allah per averci fatta salva la vita. Nessuno di noi aveva mai visto la neve, da marinai conoscevamo solo i nostri mari caldi e il Mediterraneo orientale. La neve scendeva sui nostri corpi e imbiancava la spiaggia. Non sembrava possibile fosse capitato a noi. Quel sogno però durò così poco da non potercelo raccontare. Mi voltai verso Nord e trovai gli scogli di Pietre Nere puntare nell’acqua come un dito oscuro che indica e segna qualcuno. L’EDEN V alla deriva stava venendo verso riva, leggermente inclinato, spinto dalle onde. Mi ricordo che noi eravamo in diciassette. Ci guardammo impauriti senza sapere come recuperare quella felicità sublimata e svanita per sempre sulla nostra pelle. Osservammo lo spazio incontaminato e selvaggio intorno a noi. Guardammo quella neve intatta posarsi ancora sulla sabbia finissima, la spuma candida sui nostri piedi, il verde odoroso alle nostre spalle e noi costruimmo un piccolo silenzio. EDEN V si avvicinava e puntava la costa senza virare. Avremmo voluto abbracciarci ancora e più forte per formare una diga, un bastione o un frangiflutti qualsiasi e respingerlo a largo. La natura stava incredula, nessuno ci aveva invitati.
- E poi? Cosa accadde?
- EDEN V, motonave di bandiera sconosciuta, scafo metallico di colore grigio scuro, anno di costruzione non noto, lunghezza di circa 90 metri, larghezza di circa 16 metri, peso di circa 1700 tonnellate finì sulla battigia come un’onda morta, senza risacca. Si insabbiò parzialmente proprio di fianco a Punta Pietre Nere e cominciò a sversare il suo liquame come una piaga infetta. La neve si rapprese in cielo e Allah ci dimostrò che non la meritavamo. Mi ricordo solo di un gabbiano che gridava sopra di noi, come una sentinella solitaria in un allarme improvviso. Il suo corpo alato dentro il crepuscolo sembrava una spada, un lungo strazio disperato nel suo richiamo acuto. Perse una penna, una lunga remigante bianca che discese lenta nell’aria oltre la mia ombra, incise il nostro silenzio. Si posò innocente sulla rena come volesse farsi raccogliere e tenere tra i capelli prima di doversi sporcare.
- È da allora che sei in Italia?
- Già, da allora sono sbarcato in questa terra per caso, senza volerlo. Sono arrivato in quel luogo incantato nel suo ultimo istante di purezza, per ammirarlo; dietro mi seguiva il naufragio. Poi ho chiesto asilo, il mio paese era ormai entrato in una guerra infinita e io sono rimasto qui come un uccello migratore che si ripara. Ho studiato tanto e lavorato a terra da allora, ho imparato bene la vostra lingua e cerco di non dimenticarmi del passato. Da quella prima nevicata amara sulla spiaggia del 16 dicembre di ventuno anni fa non sono mai più andato per mare. Punta Pietre Nere è stato il mio approdo e il mio segno, come un indice puntato.
Scesi dal mio sgabello da padrone alla cassa e andai verso Kelati, presi dalle sue mani la cartolina e lo fissai negli occhi come non mi era mai accaduto. Io non lo conoscevo e non mi ero mai chiesto chi fosse. Il pavimento si era asciugato. Senza volerlo pronunciai ad alta voce il suo nome: Kelati. Non per chiamarlo però, lo nominai a me stesso. Non avevo più di fronte un generico lavapiatti straniero con i suoi problemi di adattamento e di integrazione ma un essere umano, migliore di me. Di fronte avevo Kelati, un uomo che si interroga sui guai che procura la vita, che vuole orientarsi e trovare una via, per cambiare. Imparai. Ci sedemmo al tavolo vicino alla finestra e per quella sera non aprimmo ai clienti.
- Da quanti anni sei qua? Non lo ricordo nemmeno; so solo che non ti avevo mai visto davvero.
- Certe volte non dipende troppo da noi, capo. A volte basta solo aspettare una cartolina che si stacchi dal muro e un pavimento bagnato che non si fa attraversare.
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