Magari
di Elisabetta Bordieri
-And wonder where did I go wrong- cantava James Blunt e Francesca continuava a chiederselo, si dove caspita aveva sbagliato. A me faceva davvero pena, non sapevo più come aiutarla, e francamente non so nemmeno se ne avessi più tutta questa voglia. Glielo avrò ripetuto mille volte, sere e sere passate a casa sua, robaccia cinese a portar via, pizze fredde, epppure Francesca non aveva ancora imparato a capire gli uomini, ogni volta stava lì a credere che quello o quell'altro fossero diversi e con Filippo c'era ricaduta con tutte le scarpe, solo che non erano caloche, quelle si che l'avrebbero aiutata quanto meno ad uscirne asciutta ed indenne. Ed io passavo il tempo, il mio preziosissimo tempo a ricordarle che anche Filippo era un uomo. Recita wikipedia: ''il termine uomo (plurale: uomini) è utilizzato per indicare la distinzione biologica tra i sessi, la distinzione culturale legata al genere, o entrambi''. E' la parola "distinzione" che a Francesca non entrava in testa, e lo dicono pure i libri accidenti! E poi il vocabolario suggerisce anche il plurale: uomini. Ci sarà un motivo no? Uomini, Francesca, capito? Un po' come dire: uno vale l'altro.
“Cosa? Uno vale l'altro? Ma piantala con i luoghi comuni, perchè non metti su un circolo per sole amazzoni eh?”
Queste le polemiche sterili di Francesca, finchè una mattina...drinn. Il cellulare. Numero non in rubrica.
“Si, pronto”
“Ciao, sono Filippo”
Gelo.
“Dimmi”
“Dovrei parlarti”
“Io no”
Parole poche, fredde e secche.
“Allora passo da te ora”
“No guarda forse non hai capito”
“No guarda forse non hai capito tu”
Fine della telefonata.
Ma dimmi tu in che cavolo di situazione mi ero cacciata. Dovevo chiamare subito Francesca.
Non feci in tempo.
Drinn. La porta questa volta.
Aprii.
Maschio. Sconosciuto. Visibilmente alterato. Andai per intuito. Filippo.
Grandissimo figlio di un cane, mi aveva chiamato con il cellulare dietro la porta di casa!
“Devo entrare”
“Sei già dentro”
“Ascolta. Io non vorrei rinunciare a Francesca e tu stai remando contro”
“Io credo che tu sia di fuori come un balcone. E credo anche che questa conversazione sia già terminata qui ed in questo preciso istante”
Non avevo ancora chiuso la porta che con una spallata lo scaraventai tra le scale. Finalmente vedevo i risultati di cinque anni di duro allenamento di taekwondo.
Beh, il taekwondo non c'entrava poi molto con la spallata, visto che è un arte marziale coreana che significa letteralemente l'arte dei pugni e dei calci in volo ed è basata principalmente sull'uso delle gambe. Comunque non aveva poi molta importanza a chi o a cosa attribuire la riuscita della cosa e chiusi violentemente la porta. La spalla però mi faceva male e parecchio ma con una soddisfazione che dio solo lo sa!
Ok dovevo reagire e fargliela pagare a quell'idiota.
Si ma come? Avrei potuto farlo innamorare perdutamente di me e dimostrare così a Francesca che razza di uomo fosse. Non so perchè ma avevo la sensazione che ci sarei anche potuta riuscire con un po' di fortuna ma, non essendo una gran bellezza, decisi che era meglio non rischiare. E poi comunque troppo banale. Ci avrei pensato su. Drinn. Telefono. Pronta alla battaglia.
“Senti, vedi di sparire”
Silenzio. E poi singhiozzi.
Intuito sbagliato questa volta.
“Franci ma sei tu?”
“Si, sono io. Mi ha lasciato”
“Cosa? Come ti ha lasciato? Ma non è possibile...un secondo fa...quando è successo? Quando te lo ha detto?”
“Adesso, con un sms”
Adesso con un sms? Non poteva essere. Non tornava.
Drinn. Ancora la porta. Ancora intuito. Stavolta sicuramente azzeccato. Filippo.
“Franci scusami. Ti richiamo”
Con rabbia spalancai la porta. E mi apostrofò subito.
“Allora, grande amica, hai già saputo?”
“Cos'è un nuovo gioco?”
“No, è la verità”
“Non esiste la verità”
“Si che esiste, a me piace Francesca, ma...”
“Non mi interessa. Dimmi cosa vuoi”
“Perchè dovrei volere per forza qualcosa e da te?”
“Perchè sei qui. Da me”
“Voglio portarti in un posto”
“Ok andiamo”
Ok andiamo? Come mi venne in mente quella risposta non lo so davvero. Vivo maledettamente d'istinto. E così il tempo di prendere due cose dalla sedia ed uscii con lui da casa.
Salii sulla sua anonima macchina.
“Ti fidi?”
“Dovrei?”
Queste le uniche parole in un viaggio di forse mezz'ora.
Poi arrivammo, attraverso strade dissestate, in un posto isolato, quasi in pieno bosco. Conoscevo quel posto per sentito dire ma non mi ero mai avventurata.
“Io l'ho lasciata, è vero, ma è solo che non so come fare. Non vorrei ma è difficile. Cerca di capire. Potresti aiutarmi. Piuttosto guarda che bella. Questa è la quercia delle streghe. Vengo sempre qui quando ho voglia e bisogno di stare da solo. C'eri già stata?”
“Tu non sei solo, ora”
“Senti, ma perchè non ti rilassi un po'?”
E lì sentii il sangue ribollire.
“Senti, Pokaontas parlava con le querce, e questo non è un film. Ti dico qualcosa io invece, e te la dico subito”
Non potei proferire parola alcuna. Vidi solo il bagliore del lampo di una pistola. Chissà quanto tempo impiega una pallottola a percorrere il suo tragitto. Si suppone sia molto breve. Beh quello della pistola in questione fu un'eccezione. Perchè io riuscì quasi a schivarla. Ancora intuito. Mi scansai. Non abbastanza. Ma mi scansai. E barcollai. Senza cadere.
“Superfluo consigliarti di tacere giusto? Siamo io e te, come dire tu e nessuno”
La mia spalla sanguinava.
Ed io finalmente svenni.
“Come si sente?”
Qualcuno mi stava chiamando quindi fui costretta ad aprire, non foss'altro per educazione, gli occhi. Ma anche la sola semplice operazione di aprire gli occhi mi comportò un dolore atroce alla spalla sinistra. Già la spalla! Filippo! Ed ora mi trovavo in un ospedale! Risposi.
“Vorrei chiederle chi lei sia ma, visto il camice verde e visto che questa non è propriamente casa mia, suppongo sia un medico, magari chirurgo, magari”
“Si, è così, l'ho operata alla spalla. Poteva andarle peggio sa?”
“Guardi che non vado solitamente in giro a cercare di schivare pallottole ''sa''?”
“Bene. Con questa grinta guarirà presto vedrà”
“Bene”
“La polizia vorrà interrogarla presto”
Se ne andò.
Uomo. Anche lui. Uguale a mille altri.
Un dolore allucinante ma dovevo cercare di ricostruire. Al diavolo la polizia per ora.
La telefonata, la visita, la quercia, la pistola, ok ci stava tutto. Ma poi? Lì avevo un vuoto. Dovevo essere caduta e svenuta. Ma chi mi aveva raccolto e portato lì? Accidenti lo potevo chiedere a quel simpaticone di un dottorino! Una fitta alla spalla, maledizione! Ricaddi adormentata.
“Dio, cosa ti è successo? Chi è stato? Ma come è possibile? Come stai? Cosa ti senti? Ti fa male?”
Ancora qualcuno che mi parlava, quindi fui ricostretta a riaprire gli occhi a quella raffica di parole. Il dolore non accennava a diminuire.
Francesca. Ovviamente.
“Ohi Franci, si, si, ma non farmi tutte queste domande. Sto come vedi. Ma dai non piangere ti prego!”
“Come faccio a non piangere, come fai tu piuttosto a non farlo!”
Francesca non era certo la persona adatta a tirarmi su il morale o ad aiutarmi a capire, così decisi di tacerle la verità, almeno quella poca di cui ero a conoscenza. Però potevo carpirle qualche notizia.
“Dai calmati ora. Senti ma...Filippo?”
“Filippo? Cosa c'entra adesso Filippo?”
“No questa mattina, mentre mi dicevi di lui, ti ho buttato giù il telefono scusa ma suonavano alla porta e...”
“Questa mattina? Ma che dici? Ti ho telefonato due giorni fa ed è da allora che cerco di chiamarti a casa o al cellulare e non rispondi”.
Due giorni? Ma come era possibile? Due giorni....
“Scusa ma chi ti ha detto che ero qui? E smettila di piangere per favore!”
“Ok scusa ma non ce la faccio a vederti in questo stato”
“Allora?”
“Allora cosa?”
“Dio Franci, allora chi ti ha detto che ero qui!!!”
“Ah si, Filippo”
Filippo???
“Scusa? Come Filippo? Che c'entra Filippo?”
“Me lo chiedo anch'io infatti”
“Ma non gli hai chiesto niente???”
“Ma no, no, non ho avuto modo, sono solo corsa qui da te!”
L'avrei uccisa con le mie mani.
“Ok, ok, Francesca, ascolta calmati. Senti io sarei stanca e questa spalla mi fa un male cane. Ti spiace se...”
“Si certo scusami, vado, ma tu fammi il piacere di guarire presto”
“Si, farò del mio meglio. Dai vai ora su. Ci sentiamo più tardi”
Grazie al cielo se ne andò.
Francesca non mi sarebbe stata d'aiuto in quel momento, così pensai di chiedere all'infermiere se avessi potuto parlare con il medico. Dopo un tempo indefinito dalla mia chiamata, decise di farmi la grazia di entrare nella mia stanza e chiedermi cosa mai volessi.
Infermiere. Uomo. Naturalmente.
Tra poco mi mancava di rimpiangere Francesca.
Mi rispose, per mia fortuna, che il medico era ancora di turno. E poco dopo il dottorino arrivò .
“Mi dica” freddo come un iceberg.
“Vorrei sapere qualcosa di più” più fredda di lui.
“Cosa esattamente”
“Tutto”
“Non ricorda?”
“Non ricordo”
Guerra aperta.
“E' arrivata al pronto soccorso due giorni fa portata da un'ambulanza, e scortata da una volante della polizia, che dice di aver ricevuto un avviso da una persona che era con lei al momento dell'accaduto. Era in condizioni gravi, aveva perso molto sangue. Le è stata fatta una trasfusione immediatamente e poi operata d'urgenza alla spalla sinistra. Questo è quanto”
“Può essere più preciso?”
“Ma certo che si” prendendomi visibilmente in giro continuò “Dunque è arrivata in ospedale in stato di shock, sudata, pallida, ipotesa, tachicardica, parlava ancora flebilmente. I medici del pronto soccorso sono stati informati dal collega dell'ambulanza che era stata trovata in una pozza di sangue in uno stato di semicoscienza; è stata quantificata la perdita di sangue in circa tre litri; il collega del 118 le ha infuso 2000 cc di fisiologica, poi i medici dell'ospedale e i colleghi della rianimzione hanno deciso di sedarla ed intubarla. La lesione da arma da fuoco, subito al di sotto della clavicola a 1/3 medio della stessa, ha reciso l'arteria succlavia e così è stata portata subito in sala operatoria. Dopo 2 ore di intervento, durante il quale ha presentato ipertermia maligna, è stata ricoverata in rianimazione, dove è stata tenuta per due giorni in coma farmacologico per gestire al meglio il recupero clinico. Il proiettile ha anche procurato la frattura della clavicola per cui le è stato applicato il bendaggio a otto”
“Che significa ''a 1/3 medio'' e che cos'è il bendaggio a ''otto''?”
“Le ossa lunghe, tra cui anche la clavicola, si dividono normalmente in tre parti: 1/3 prossimale, quello più vicino al corpo, 1/3 medio e 1/3 distale, quello più lontano. Il bendaggio a otto è un particolare tipo di bendaggio che si applica nelle fratture di clavicola per tenere in asse tali ossa, che si chiama a otto perchè, girando attorno alle spalle, assume la classica forma del numero in esame”
“Grazie dottore”
“Prego paziente”
Mi scappò un sorriso appena accennato che lui seppe ricambiare.
Tregua.
Non mi era stato poi molto d'aiuto nemmeno il dottorino.
Rimaneva Filippo. Come contattarlo?
Il telefono! Dovevo avere ancora la sua chiamata registrata nel cellulare.
Ma cosa avrei potuto chiedergli?.
L'istinto ancora una volta prese il sopravvento.
Il telefono era sul comodino, cercai il numero e lo chiamai, occultandomi.
Cinque lunghissimi squilli. Poi rispose.
“Pronto?”
“Gran bastardo, dimmi come hai fatto”
“Ma chi è, pronto, chi parla?”
“Senti Pokaontas, piantala di giocare con me e vedi di dirmi le cose come stanno”
“Tu???”
“Già, io”
“Come stai?”
“Come sto???”
Urlai talmente tanto che il dolore alla spalla tornò prepotentemente a farsi sentire.
“Ascolta, non so perchè tu abbia reagito così.”
“Io avrei reagito ''così'' come?””
“Volevo parlare con te di Francesca, perchè so che siete amiche, credevo di trovare in te un appoggio, un consiglio, peccato che lei non sappia che tu sei una squilibrata. Quello che è successo è terribile. Pensavi di spaventarmi, ma nn ci sei riuscita”
“Ah no? Allora come pensi di uscire da questa situazione? Ho avuto una pallottola conficcata dentro una spalla o forse lo hai rimosso?”
“Incredibile! Perchè vuoi incastrarmi? Ricordi le tue ultime parole? ''Superfluo consigliarti di tacere giusto? Siamo io e te, come dire tu e nessuno''”
“Certo che ricordo queste parole, solo che non erano le mie”
“Sei una persona perversa e pericolosa. Ti saluto. Spero tu guarisca presto. O forse no”.
Chiuse la comunicazione.
Nuovamente il dolore perforante alla spalla. E mi addormentai di nuovo.
Non so quanto tempo rimasi svenuta so solo che quando riaprii gli occhi, ero ancora lì distesa per terra, sangue dappertutto, con un dolore atroce alla spalla, sotto la quercia con Filippo in piedi che blaterava qualcosa al cellulare agitandosi come un animale in gabbia.
“Che stai facendo?” una fievolissima voce uscii dalla mia bocca, che forse nemmeno il vento raccolse.
Riprovai “Filippo! Chi stai chiamando?” andò un tantino meglio. Si girò di scatto verso di me.
“Ma sei viva! Come stai? Ma sei pazza? Cosa hai fatto? Cosa ti è saltato in mente?” riprese a parlare al telefono “si guardi sono qui alla quercia delle streghe, sa dov'è no? si mi ha appena parlato, è viva, ma faccia in fretta perde molto sangue!”
Ripetei “ Chi hai chiamato?”
“Chi vuoi che abbia chiamato! Un'ambulanza ma anche la polizia che francamente spero arrivi prima”
“La polizia? Per costituirti?”
“Costi cosa? Costituirmi? Io?”
“Dovrai rispondere di tentato omicidio”
“Co...cosa??? Tentato che??? Hai preso la pistola e l'hai rivolta verso di me e un attimo dopo verso te stessa e hai sparato!”
“Io non possiedo armi”
“La tua calma è disarmante e mette paura”
“La tua agitazione parla da sola”
Il rumore della sirena ruppe il nostro dialogo. Mi caricarono sull'ambulanza e non vidi più Filippo. Suppongo che caddi addormentata.
“Come si sente?”
Qualcuno mi stava chiamando quindi fui costretta ad aprire, non foss'altro per educazione, gli occhi. Ma anche la sola semplice operazione di aprire gli occhi mi comportò un dolore atroce alla spalla sinistra. Già la spalla! Filippo! Ed ora mi trovavo in un ospedale! Risposi.
“Vorrei chiederle chi lei sia ma, visto il camice verde e visto che questa non è propriamente casa mia, suppongo sia un medico, magari chirurgo, magari”...
Di Elisabetta Bordieri puoi leggere Oltre l'invisibile, Eppure era ancora primavera, Click e Sempre
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