Ci scrive Luca: "Buongiorno, mi chiamo Luca Dore, ho 32 anni. Sono nato e vivo a Sassari, nel nord Sardegna.
Scrivo per necessità, passione, terapia, fuga, gioia incontenibile, paura incontrollabile. Scrivo storie. Ma anche piccole poesie che non modificheranno la storia. E canzoni. Dove posso, finché posso, cerco di scrivere in italiano.
Nel 2008 ho pubblicato il mio primo romanzo, Il segreto di Muma, un noir mediterraneo premiato appunto al Festival noir mediterraneo della mia città. Nel 2009 ho vinto il Premio Ideare l'avanguardia sui cent'anni del futurismo col componimento A.I.D.A. (Associazione italiana dismissione antichità)."
Mundi, peccata, mundi!
di Luca Dore
Sei arrivato sul “…e proteggi a babbo, che lavora per darci tutti i giorni da mangiare”
Di solito ti tocca subirla tutta, la preghierina preliminare alla cena. Invece oggi hai fatto tardi. E Lei se n’è accorta. Anche se tiene le nocche strette le dita arricciate le mani legate gli occhi serrati. Tu che quando le vedi tutte e due così, a sputare pallottole di bava sulla minestra che si raffredda, cominci a mangiare con più foga. Aumenti il volume della mandibola e ti lasci andare. Rutti. Scoreggi. Ridi. Accendi la televisione.Loro ti lasciano fare, come fossi un bambino. Anche oggi Lei prega con sua figlia. Sebbene la livella delle Sue preoccupazioni Le dia allarme. Tu La conosci. Puoi intuire il suo sviluppo cerebrale come un grosso palamito di punti interrogativi. Appiccicati a una calotta ferrosa che funge da calamita.
Tu che quando terminano, di solito applaudi. Tutto perché stai cercando di lacerare la memoria di tua figlia con l’immagine nitida di un padre materialista e burbero che mentre dicono in coro “Ringraziamoti per questo cibo, o Nostro Signore…” ròtea il bicchiere per ossigenare il vino e sentenzia: “Cazzo, più va più migliora” E loro ti lasciano fare, di solito.
Oggi però hai perso tutta la fase iniziale, quella del lecchinaggio assoluto verso l’Autorità celeste, dove le due si premurano di incensarlo. Di riempirlo di complimenti. Sulla fiducia, poi. Nessuna di loro infatti - credo - ha mai avuto il piacere di incontrarlo dal vivo per controvidimare il fatto che si trattasse realmente di un personaggio buono o misericordioso o clemente. Nessuna di loro ha mai visto – credo – frotte di angeli cantarne gli Osanna con le trombe e i bigodini. E soprattutto nessuna di loro può confermare o prendersi la responsabilità di testimoniare di fronte a tot persone che quell’uomo immenso e potente, fautore di ogni oggetto naturale, dall’Hymalaya alla tenia, sia davvero Padre. Dov’è il suo esame del dna, dov’è l’estratto di nascita di un bambino chiamato gesù, dov’è la registrazione dei monitoraggi di una giovane donna israelita, dove il suo foglio di ricovero?
Eppure, oggi che per la prima volta hai tradito Lei con lei, oggi che sei arrivato in ritardo alla cena, aprendo la porta sul “…proteggi a babbo…” quella stucchevole commedia da oratorio che ha sempre fatto da preludio alla tua cena, ti manca come fosse aria.
Lei ha dissaldato le mani e ti guarda, sganciando il primo interrogativo dal palamito. È uno sguardo cattivo, quello che sta cercando di perforarti il costato. Ti senti rivestito di cellophane. Lei può vederti il cuore sgocciolare fango. Lei può vederlo salire in gola, il cuore.
Lei sa. Sulla bambina, no, non puoi crederlo. Ma Lei sa.
“Ho fatto tardi” dici. E Lei, che ha venduto i libri di scuola per farti il suo primo regalo da fidanzatini, dice: “Ci siamo accorte” La luce della cucina fa schifo. Sembra un neon strappato da un’insegna di cinesi. Lei sta mangiando poco, lentamente. Sta disperdendo tortiglioni. Sta facendo quattro squadre. Sta lanciando punti interrogativi grossi come ami contro la tua persona. Lei si è accorta che hai già saltato due operazioni propedeutiche alla cena: l’affronto blasfemo alla preghiera e il lavaggio accurato delle mani.
Avvicini la forchetta alla bocca. Insieme alla fragranza impareggiabile dei prodotti bio le tue narici sono aggredite da una zaffata. Le mutande sudate di lei, quando se le è tolte sulla tua scrivania. Quando ti è apparso in mezzo alle carte formato A4 un culo poroso, caldo, ricoperto di piccoli peli. E di qualche foruncolo in rilievo. Non è stato come immaginavi. E non è stato nemmeno come vi eravate più e più volte raccontati, quel pomeriggio di noia al catasto.
Otto mesi fa, quando lei è stata trasferita al tuo ufficio, a Lei ha detto: “Mi hanno messo insieme a questa stronza che spero la trasferiscano al più presto…” E Lei ti ha detto di non criticare.
In mezzo al sugo stanno via via comparendo dei piccoli peli. E scavando nel piatto per scartare il basilico sono comparse due natiche gonfie e porose. Forse la forchetta stessa è scanalata di foruncoli in eruzione. Insieme al fumo che ci ha reso invisibili al mondo esterno, si sta sollevando un greve odore di merda. Forse perché lei prima di farselo sbattere dentro aveva cacato nel bagno grande dell’ufficio.
Non somigliava a niente di tutto quello che vi eravate detti in quei mesi di solitudine. Quando la convivenza si era ammalata di perversione. Lei giocava al Cosa mi faresti e tu glielo dicevi. Ogni giorno di più rimanevi avvolto nella sua vecchia rete di pescatrice di uomini, lasciandoti umiliare da quei tentativi di spogliarello amatoriale. Ti chiamava con una scusa. Tu staccavi gli occhi dalle mappe, ti voltavi e lei teneva un seno in una mano. Rideva, demone, con la sigaretta ficcata in un vuoto. Ti si avvicinava, solo per farti cadere la matita contro il cavallo dei pantaloni. Faceva di tutto per riprendersela. Arrivava in ufficio vestita da impiegata, ma appena chiusa la porta aveva sempre troppo caldo per non spalancare camicette e sollevare gonne. Aveva sempre la pancia troppo piena per non sbottonare pantaloni.
Sta salendo verso il crocifisso, il fumo greve di odore. Non hai coraggio di guardarLa, né di guardare tua figlia, né di guardare quell’uomo seminudo sulla croce che sta facendo ogni cosa per farsi notare. Hai quasi terminato il primo. C’è una valanga di pollo e patate pronto a sommergerti. Ma senti che non potrà bastare, per rimettere il cuore al suo posto. Lei ha capito tutto. Tu hai riconosciuto una sensazione che hai sempre contenuto. Devi chiederLe scusa adesso, o il tizio seminudo si ingigantirà fino a riempire la cucina e spaccare i vetri, rovesciare i tavoli.
“Scusa, va bene?” gridi. La bambina solleva la testa dal piatto e sorride, basilico e carie.
“Hai visto mamma? Se n’è ricordato” Parlano dell’anniversario. E della scommessa sulla tua dimenticanza. Chi ha vinto? Chi ha perso? Lei ancora non ti ha perdonato. Allora non sapeva. Forse.
I tortiglioni sembrano impastati a merda di donna. Li senti cadere orizzontali contro la trachea, in una versione malefica di tetris che sta accelerando il tuo soffocamento.
Devi cacciarli in fondo, insieme al suo culo, insieme alla sua puzza di piedi che fino a pochi minuti fa stavi leccando. Controvoglia, ma senza potertene staccare. Hai ingoiato un piede un seno una natica. E Lei ha preparato l’insalata di mais, pomodori, mozzarella, quella che quindici anni prima aveva fatto da aperitivo alla sua deflorazione selvaggia, nella casa al mare dei suoi genitori medioborghesi. Non puoi rifiutare. La prenderebbe come un’offesa, come un’autoaccusa. Puoi sempre mescolarla al pollo e cacciartela in gola direttamente col cucchiaio da portata, sperando che l’olio lubrifichi a dovere gli interstizi rimasti fra cibo e parete interna.
Ti stanno guardando, loro. Mentre nel piatto è caduto un chiodo. Eccolo, lui. Fa di tutto per farsi notare.
Ingoialo prima che se ne accorgano. Fa lo stesso con l’altro. E con quello che gli teneva uniti i piedi sul legno. Falli sparire. Bravo, così. Con la testa contro il piatto, non sollevarti, non fissare gli artefici della tua morte. I chiodi stanno creando un innesto spontaneo contro il femore del pollo. Forse uno di loro è riuscito a perforare perché hai aggiunto del sangue al tuo caleidoscopio di sapori.
Pensavi che il corpo soffice della mozzarella avrebbe alleggerito il carico, mentre si è presentato al tuo esofago come un cappello invadente che impedisce all’olio di aiutare la discesa verso lo stomaco.
Lei ha preparato anche la tua torta preferita. È venuta dura e secca. Lei fa quattro fette. Una per sé. Una per tua figlia. Una per il crocifisso. Una per te. Enorme.
E tu, che Le hai sempre fatto capire quanto fosse di un livello eccezionalmente superiore la torta alle mele rispetto a qualunque altra, non puoi dirLe di no. Spezzettarla in piccole dosi non ti agevolerà. Meglio raggiungere il prima possibile un qualunque posto compreso fra cielo e terra.
Il crocifisso intanto è sparito dal muro. Come il suo occupante. Piccole schegge scure di legno fradicio cadono come zucchero a velo.
Temi di perdere i tuoi occhi fra le macchie della tovaglia. Temi che il cervello non sopporti più il ponteggio malefico che fa pum pum pam a un passo dal piloro.
Lei ha poggiato una scatola di plastica lucida. Dovrebbe contenere un paio di gemelli.
Dice: “Auguri” Ma tu hai già allentato i lacci delle scarpe per non scoppiare sulla sedia.
Il sangue allaga il volto. Sarà una mano d’uomo a salvarti. Tu che avevi sempre creduto di essere l’unico difensore delle donne di casa, tu che prendevi i pacchi pesanti, tu che consideravi umiliante perdere uno scontro un sorpasso una scomessa con un altro uomo davanti a loro, sarai salvato da uno sconosciuto con le mani grosse e sanguinanti che le tue donne saluteranno come il salvatore.
Mani grosse e sanguinanti. Trovano quel che ne rimane di una fetta di torta crivellata di spicchi di mela tagliati sottili come solo lei sa fare. Mani che stassellano, sponteggiano. Salta via la mozzarella, intera. Rondelle di pomodoro partono come frisbee sulla tovaglia. Cetrioli carichi di semi, cipolle non sminuzzate, ossa di pollo piccole cosce di pollo parti di petti di pollo e finalmente i primi tortiglioni stracarichi di sugo e di altre cipolle non sminuzzate. Ma il rossore che ti avvampa le tempie svanirà solo nel momento esatto in cui caccerai fuori quel paio di mutandine bianche umide e vellutate di peli.
La stanza che galleggiava si è improvvisamente fermata. Anche la scatoletta portagemelli si è acquietata. E le tende hanno smesso di veleggiare. Sul piatto la tua confessione muta. Lei piange. Tua figlia chiede ancora della torta.
L’uomo che ti ha salvato, ha fatto di tutto per farsi notare. Poi è ritornato piccolo e docile sulla sua croce. Tutto è riscrivibile, tutto si può riacciuffare, finchè c’è aria. Anche per te che per decenni hai vissuto senza nemmeno considerarla, l’aria.
In vendita l’antologia di Books Brothers
Frammenti di cose volgari
AA.VV. 539 pp - 2009
ISBN: 978 88 9650 200 6
* * *
Ogni mese Books Brothers cura la rubrica SRL - Si Raccomanda di Leggere sul periodico Nota Bene.
| |
- Bomba Carta
- Carmilla on Line
- I delfini
- Il Manifesto
- Il Primo Amore
- Il Sole 24 ore
- Mangialibri
- Nazione Indiana
- Repubblica
- Sparladeipescicani
- Vibrisse



