CANTICO DEL DEMONIO MERIDIANO
di Antonio Gurrado
Quindi mi fu rivolta di nuovo questa parola dal Signore: “Che cosa vedi?”.
Risposi: “Vedo una caldaia sul fuoco inclinata verso settentrione.”
Il Signore mi disse: “Dal settentrione si rovescerà la sventura su tutti gli abitanti del paese.
Poiché, ecco, io sto per chiamare tutti i regni del settentrione. Oracolo del Signore!
(…) Tu dunque cingiti i fianchi, alzati e di’ loro tutto ciò che ti ordinerò;
non spaventarti alla loro vista, altrimenti ti farò temere davanti a loro.”
(GEREMIA 1, 11-17)
Affissa alla bell’e meglio al muro esterno dell’edificio barocco, invero un po’ sbrecciato, ed esposta essa stessa ad ogni sorta d’intemperie, la locandina invita in elegante tinta arancione la cittadinanza tutta alla conferenza/presentazione; ma giunta quest’ora di sera è quasi illeggibile a chi non passeggi munito di torcia elettrica e soltanto il titolo generale dell’intero ciclo di incontri è distinguibile a occhio nudo, recitando in ampio e svolazzante grassetto corsivo: Ad esempio, a me piace il Sud. Non stupisce che la locandina medesima sortisca su chi rallenti il passo per considerarla attentamente l’effetto esclusivo di lasciare che la cittadinanza tutta fugga a gambe levate.
Al temerario che faccia il proprio ingresso potrebbe a prima vista sembrare di star partecipando non già a una regolare conferenza/presentazione, come infinite ve ne sono di questa stagione per tutta la città benché piccola, bensì di essere capitato sul palco di una commedia dell’assurdo essendo la platea interamente composta da sedie vuote e scalcagnate. La massiccia partecipazione della cittadinanza tutta si rivela solo a uno sguardo più perspicuo: le prime tre file sono infatti lasciate rispettosamente vuote in attesa dell’arrivo delle principali autorità civili, religiose e militari, che tuttavia tardano a comparire. La quarta e ultima fila ospita invece un meraviglioso pubblico, attento come sempre alle nuove tendenze della cultura letteraria. Da sinistra a destra notiamo: un giovanotto che ha pubblicato un unico racconto, dal quale ha tratto l’indebita conclusione di essere la futura speranza delle patrie lettere; la sua signorina fidanzata, sbadigliante, in abito da gran sera; una professoressa di letteratura italiana contemporanea presso la locale Università, ateneo prestigioso benché non ricchissimo; un signore col naso aquilino e la barbaccia incolta pendente fino al pube che inganna l’attesa leggendo il volume pro-strunz dell’Enciclopedia Treccani e facendo al contempo danzare le dita della mano mancina su un game boy portatile; la consueta mussulmana no-global; il padre dell’autore; una piccola studentessa in filosofia con MacBook che, incurante dell’intensa attività culturale che le ferve attorno, ha eletto la platea deserta quale rifugio adatto alla composizione di una tesina (o più propriamente tesi di laurea breve, post D.M.509/99) circa i rapporti intercorrenti fra Theodor Wiesengrund Adorno (1903-1969) e Franco Battiato (1945- ); un cane di pezza dalla testa snodata che pare perciò annuire smodatamente a ogni nonnulla; un signore calvo con papillon verde convinto di star per assistere a un concerto per clavicembalo ed ottavino ma prossimo a scoprire di avere tragicamente sbagliato data e luogo, senza tuttavia avere il coraggio di alzarsi e andare via.
Nessuno di loro si è reso conto dell’ingresso dell’autore il quale, per darsi un contegno, sta bevendo un bicchiere e poi un altro ed altri ancora dalla bottiglia di acqua moderatamente frizzante lasciatagli in omaggio sul tavolo, generosamente compresa nel computo del rimborso spese. Si diffonde una sensazione di sotterraneo disagio poiché ciascuno dei nove astanti crede, e lo comunica al proprio vicino con un cenno o uno sguardo, che un decimo ultimo venuto stia avendo il cattivo gusto di pascersi dell’acqua messa a disposizione dagli organizzatori della serata, sempre così attenti benché, trattenuti da altri impegni, non abbiano potuto essere presenti. Particolarmente contrariato appare il signore calvo col papillon verde, sdegnato dall’indebito contegno, incrollabilmente convinto che il tavolo sia un clavicembalo e la bottiglia un ottavino. Un attimo prima di venire aggredito dalla congrega inferocita l’autore, rassegnato, sistema la propria seggiola trascinandola sul pavimento coi maggiori rumore e fastidio possibili quindi esordisce:
“Gentili signore e signori, sono costretto a presentarmi da solo in quanto l’amico e collega che avrebbe dovuto introdurmi mi ha appena telefonato per comunicarmi di essere stato repentinamente colpito da malaria e febbre quartana. Come molti di voi avranno intuito, se è capitato loro di leggere la locandina arancione che mi reclamizza, mi chiamo Girolamo Lagrima e sono il giovane scrittore meridionale.”
Nessuno applaude. Il celebre Girolamo Lagrima non indossa giacca e cravatta ma un maglioncino blu e dei calzoni in fustagno marrone, nonché stivaletti anfibi antineve in previsione del surriscaldamento globale. Fra il pubblico riavutosi dall’iniziale shock il letterato giovanotto batte tre volte le mani, sempre più piano in quanto zittito dallo sguardo severo che la sua signorina fidanzata gli lancia seminascosta da ombretto a etti. Per una curiosa circostanza, anche il fidanzato scrittore è truccato, ma giusto un pochettino e solo intorno agli occhi.
“Che dire? Vengo da Genzano Lucano, provincia di Potenza, e ho quarantacinque anni. Ecco. Dovete credere che per me è difficile esordire di fronte a un pubblico tanto competente, visto che non sono un grande parlatore né tantomeno un conferenziere di professione. Dunque. Vi chiederete perché sono qui, immagino.”
Il cane di pezza annuisce istericamente. Il signore col papillon si produce nel più largo dei suoi sorrisi, che sottende il pensiero: per sonare il clavicembalo ovvero l’ottavino, senza meno. Il padre del conferenziere si scopre fino ad allora convinto che Genzano Lucano fosse in provincia di Matera. È comunque palpabile un serpeggiante scetticismo, iconizzato nel risolino superiore della professoressa della locale Università, ateneo prestigioso benché non antichissimo.
“Infatti sulle prime non volevo partecipare. Poi ho considerato l’enorme opportunità che per me costituiva parlare di fronte a un pubblico tanto competente” (sospira) “ e così…ecco. Permettete un momento?”
Nello stupore e nello scandalo circostanti il giovane scrittore meridionale si leva il maglione, scomparendo per un attimo come avesse nascosto la testa in un sacco. Dopo essersi dimenato per liberarsi dalla morsa dell’indumento, correndo il rischio di far volare verso il pubblico la vitrea bottiglia d’acqua moderatamente frizzante, trae un sospiro di sollievo riemergendo vestito di una maglietta color giallo paglierino riproducente un ritratto giovanile di Fidel Castro. Appare così a proprio maggior agio, e riprende:
“La prima cosa da dire è che, nonostante sia un periodo in cui fortunatamente la narrativa meridionale stia godendo di inusitata attenzione da parte delle grandi case editrici - che, manco a dirlo, sono quasi tutte vive ed operanti al nord - non si può propriamente parlare di ‘nouvelle vague mediterranée’ o di ‘scrittura meridiana’ (per parafrasare Albert Camus), nel senso stretto di una scuola unitaria.”
All’atto di sentir nominare il ragguardevole filosofo algerino nonché discreto portiere di calcio, la piccola studentessa in filosofia smette tutt’uno di smanettare sul MacBook e sfodera il più seducente e intenso dei propri sguardi, per quel che le riesce. Curiosamente nel medesimo istante il signore barbuto e, rincresce dirlo, un po’ puzzolente, il quale finora non ha perso una singola virgola della prolusione del giovane scrittore meridionale, china il capo e riprende a occuparsi del game boy, che da quest’istante fino alla fine lancerà in sottofondo fischi e lazzi da far stringere il cuore.
“Ecco, a proposito di Camus: mi rendo conto che non è mia competenza specifica, ma ricordo di aver letto al liceo una frase che da allora (e sono passati più di vent’anni - ho conseguito infatti il diploma di perito industriale quand’ero appena ventiquattrenne) m’è rimasta impressa. Si può pensare soltanto per immagini, annota Camus in un quaderno. Se vuoi fare il filosofo, scrivi i romanzi. Già, già: penso proprio che fosse Camus. O era Lello Arena? Comunque, quello che voglio dire è che ciascuno di noi, con la propria scrittura, porta un messaggio intimo che raggiunge il cuore del pubblico che legge i nostri romanzi.”
Suona alta una pernacchia. Nel folto pubblico s’instaura una ragnatela di sguardi reciproci che richiama quando nel giuoco dello schiaffo del soldato (tuttora in voga presso ampi ed insospettabili strati sociali) qualche bel mattacchione colpisce la mano del bendato con la suola di una scarpa chiodata, così che la vittima si contorca al suolo fra spasmi inenarrabili incapace di riconoscere la mano che l’ha colpito. La piccola filosofa scoppia in pianto dirotto e ne inonda la tastiera dello smussato MacBook. Imperterrito il giovane scrittore meridionale prosegue già aduso a simili reazioni:
“Come vi ho detto non c’è una scuola di autori meridionali, ma può essere facilmente identificato un filone di giovanotti che abbiano le stesse caratteristiche essenziali, e cioè: avere meno di cinquant’anni ed essere nati o magari anche vissuti a Sud di Roma. Insomma, è lo sguardo esterno che crea un popolo (se mi è consentito usare questa parola tanto impegnativa), dicevo che crea un popolo che non ha una precisa identità, individuando alcune caratteristiche quali minimo comun denominatore. Ad esempio, la coscienza unitaria palestinese è stata creata, diciamo così, dallo sguardo degli Israeliani” (la mussulmana no-global sventola minacciosa una kefyyah bisunta) “e così, per fare un esempio più vicino a noi, gli stilnovisti non sapevano di essere tali finché, morti tutti, Dante non fece cenno al dolce stil novo ch’io odio.”
Il lapsus è accolto con viva soddisfazione dalla professoressa della locale Università, ateneo prestigioso benché non affollatissimo, la quale del pari esprime con lo sguardo che usa per guardarsi allo specchio la consapevolezza di essere in grado di esprimere lo stesso concetto con un maggior numero di parole. Forse psicologicamente oberato da tutto ciò, il giovane scrittore meridionale prende a grattarsi furiosamente sulle più recondite porzioni di cute, risvegliando così nel signore calvo col papillon verde la speranza che questo esercizio di scratching preluda a una performance musicale; ma Girolamo Lagrima lo delude riprendendo a dire:
“Per lo stesso motivo la mosca che si trovasse, speriamo di no, all’interno di questa bottiglia di acqua moderatamente frizzante non conoscerebbe la forma della medesima a differenza di noi che, fortunatamente, siamo al di fuori della medesima.” (Il tono teoreticheggiante assunto dal discorso cessa il pianto della piccola filosofa, la quale s’asciuga le gote nelle pagine di una recente ristampa della Dialettica dell’Illuminismo) “A farla breve, posso dirvi sinceramente di non sapere se io e quelli che possono essere i miei amichetti, i soliti, apparteniamo tutti a un’unica corrente letteraria, loro beninteso essendo meglio di me. Ma quando capita di incontrarci ci sembra di scrivere cose talmente diverse fra noi: chi fa satira, chi fa noir, chi fa avanguardia, chi mischia il latino al dialetto, chi produce testi alla Carver, e così via.”
Il fugace riferimento a Carver, che va di gran voga da quand’è morto, eccita sessualmente il giovanotto letterato nel pubblico tanto da spingerlo a lanciarsi sulla propria legittima fidanzata strappandole l’abito da gran sera al grido di: In girum imus nocte et consumimur igni! Girolamo Lagrima finge di non vedere e chiosa:
“Vi chiederete inoltre perché un giovane come me si metta a scrivere. Penso che ciò derivi da esperienze e magari frustrazioni risalenti a chissà quando nell’infanzia, quando invece di scendere in istrada eravamo costretti a giocare da soli con le bambole, o a inventarci storie astruse; o quando i nostri genitori ci consentivano un quarto d’ora di calcio in cortile, sotto il sole della controra, tempo durante il quale venivamo irrimediabilmente messi in porta, come Camus d’altronde, e irrisi per tutto il tempo: allora ci figuravamo situazioni in cui il nostro valore sarebbe stato, prima o poi, universalmente riconosciuto ed apprezzato. O ancora quando impiegavamo mesi e mesi per attaccare disinvolti bottoni con qualche sviluppata compagnuccia delle medie, per scoprire repentinamente che costei già da tempo intratteneva rapporti contro natura con esponenti della malavita organizzata talvolta anche sposati, così che eravamo costretti a sfogare le nostre più che legittime pretese ormonali correndo nei recessi degli anfratti e lì profondendoci in… Chiedo scusa.”
L’accorato laio del giovane scrittore meridionale viene interrotto, per la gioia del signore calvo, dall’esecuzione integrale della celebre 1812 Ouverture di Petr Iliç Tchaikovski, durata un quarto d’ora circa, comprensiva di campane, cannoncini da concerto e ripresa del tema della Marsigliese. Si tratta della suoneria polifonica del recentemente acquistato telefono cellulare, con funzioni opzionali di macchina fotografica, tostapane e mitragliatrice, del buon Girolamo Lagrima il quale, dapprima ostentando indifferenza quindi, all’insistere dell’infernale suoneria, frugando convulsamente nelle tasche del proprio soprabito più e più volte nella circostanza arrovesciatosi sul nudo pavimento e infine coprendo vergognosamente con la mano la bocca accostata alla cornetta dell’apparecchio, nell’erronea convinzione che il pubblico non oda, mormora mentre nel parterre la fidanzata della futura promessa della letteratura italiana giace denudata mostrando lividi freschi:
“Eh?… Sì…. No, non ce la faccio a tornare in giornata… Sì, ci sta un sacco di gente… No, non mi hanno pagato ancora… Speriamo domani mattina… Certo che mi fanno mangiare, mamma, ci mancherebbe… Sì, l’ho presa quella cosa… E dai, non mi far parlare… Non è che mi vergogno… Come sono tutto mio padre?… No, dai, che figura mi fai fare?… Lo so che non c’è niente di male, certo, certo, è naturale… Va bene, mamma, l’ho presa, la supposta… Contenta, mo?… Dai, fammi chiudere che ancora la conferenza sto facendo… Sì, ci stanno assai persone… Ciao… Sì, dopo ti chiamo io… Me’.”
Vivo interesse viene espresso dal pubblico; il cane di pezza annuisce con rinnovata intensità; il padre dell’autore finge di non conoscerlo. Girolamo Lagrima pare imbarazzato e non sa donde ricominciare:
“Cosa dicevo? Immagino che abbiate capito perché un giovane scrive, penso di essermi spiegato abbastanza. Abbiamo storie da raccontare, no?, quindi è questo che interessa le case editrici, no? La gente vuole storie, no?, non vuoti esercizi di stile. Allora voi direte: perché scelgono i giovani meridionali, allora? Forse che a Piacenza si scrive peggio che a Salerno? Io potrei rispondere di sì, no?, ma se lo facessi verrei tacciato di razzismo al contrario, no? e magari va a finire che domani mattina mi trovo sbertucciato su La Libertà, no?, che come tutti voi sapete è il quotidiano di, dov’è che era, di Piacenza. Scusate se tossisco. Io penso che il rinnovato interesse per la letteratura meridionale sia un effetto a lunga scadenza dell’operato di Ferdinando IV di Borbone nientemeno.”
L’indiscriminato utilizzo della parola “Borbone”, invisa ai più ragionevoli, spinge la mussulmana no-global ad estrarre dalla borsetta multicolore una ghigliottina portatile nel foro della quale, in nome dei valori comuni della resistenza e della repubblica, infila la testa del cane di pezza che ha proditoriamente annuito alle sconsiderate parole del giovane scrittore meridionale. Dopo di che, recitate rapide formule in arabo e francese frammisti e indistinguibili, sfila lo spago che lascia cadere la lama, zàcchete, sul collo del cane la cui testa rotola a balzi irregolari fino alla pila di opere di Adorno che la piccola studentessa in filosofia s’è procurata per i propri nobili studi; urtando contro il dorso rigido dei Minima Moralia, essa testa canina ricade sul pavimento col naso verso il soffitto, che freme e continua ad annuire parossisticamente. Poi muore.
“Ferdinando di Borbone era il quarto Re di Napoli e il terzo Re di Palermo. Un giorno riunì le due corone che portava sul capo, riconoscendo così di possedere un’unica testa, sebbene i soliti maldicenti giurassero che non ne avesse nessuna. La cosa ebbe un effetto personale, che lo portò a diventare Ferdinando I Re delle Due Sicilie, e un effetto macroscopico, poiché in quella circostanza venne inventato il Sud e venne posta meno distanza fra Napoli, Palermo e Bari di quanta se ne potesse misurare, che so io, fra Pavia ed Alessandria.”
Mormorii.
“Ora, prima di procedere al dibattito, vi prego di considerare che l’Italia è una delle due nazioni lunghe che la seconda guerra mondiale abbia lasciato sul suolo europeo. Per nazione lunga intendo una nazione il cui territorio si sviluppi in verticale e che congiunga da capo a pie’ differenti culture, stili e convinzioni.”
Malumori. Girolamo Lagrima si passa una mano fra i capelli bisunti.
“Ad esempio non considero nazione lunga la Svezia, i cui abitanti sono biondi al circolo polare tanto quanto sopra alla Danimarca. L’altra nazione lunga presente in Europa, con le stesse caratteristiche dell’Italia, era la Jug…Ci siamo capiti. Diamo pure inizio al dibattito.”
Arriva alfine il momento di gloria della professoressa della locale Università, ateneo prestigioso benché non pubblicizzatissimo: costei alza la mano inanellata e, premettendo di non aver giammai letto i libri del giovane scrittore meridionale, al quale comunque chiederà un autografo a scopo cautelativo, promettendo altresì di essere rapida ed indolore, tiene una concione riguardo allo smodato utilizzo dell’indefinito negativo (“nessuno mai”, “quant’altri mai”) in Gabriele d’Annunzio e in Niccolò Ammaniti, con particolarmente apprezzati riferimenti ai Giovani Vociani che ci rallegrano dall’inizio del secolo scorso. Giusto quando costei, con ampio gesto della mano inanellata, rivela di star giungendo alla conclusione del proprio breve intervento, al termine del quale porrà al giovane scrittore meridionale una domanda di carattere privato e pruriginoso oltre ogni limite della decenza, la mussulmana no-global rivela inarrivabile presenza di spirito lasciandosi esplodere a universale sterminio, così che sui resti della letteratura meridionale rimangano solo brandelli e filamenti di hamburger del McDonald’s e sparse macchie di ketchup (con l’accento sull’ultima sillaba).
Dopo di che, un’autorevole voce in filodiffusione annunzia che il successivo appuntamento del ciclo consisterà di un concerto di ossessionante pizzica tarantata, con degustazione di friselle e schioppi di lupara, nel corso del quale è prevista la partecipazione straordinaria di Diego Armando Maradona, Pulcinella e San Gennaro - così il pubblico del nord ha la coscienza a posto ed è contento.
fatto a Napoli nel marzo 2004
aggiustato a Gravina in Puglia nell’agosto 2005
Di Gurrado su BB leggi Satana in turnèe .
In vendita l’antologia di Books Brothers
Frammenti di cose volgari
AA.VV. 539 pp - 2009
ISBN: 978 88 9650 200 6
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