LA DONNA IDEALE
di Andrea Simeone
Accadde così. Io le guardai dritto in mezzo alle tette. E rimasi piacevolmente colpito da quello che avevo visto. Mi sconvolse il suo modo morbido di porgerle al mondo, di mostrarle, di viverle. Aveva la pelle che mi ricordava il petalo carnoso di un tulipano.
Certo, non avevo mai visto tulipani grossi come due meloni. E adesso che ci penso bene, non ho mai visto un tulipano. È solo una romantica idea.
Ero al bar e lei mi si era avvicinata un attimo, strusciandosi addosso. Lo so che in realtà il locale era stretto, stracolmo di gente, e lei non aveva spazio per passare; ma mi andava benissimo quella mia personale versione del fatto.
Naturalmente al bancone c’erano solo uomini, tutti a caccia di una femmina; e ovviamente le femmine erano esasperate dalle continue occhiate dei maschi. È una storia americana, quella di trovarsi le tipe che ti avvicinano al bar. In realtà, in Italia, si siedono a coppiette, si guardano in giro, si aggiustano il trucco, bevono qualcosa, e sperano di essere avvicinate. E se qualcuno si avvicina, loro si comportano come se fossero infastidite. È come la storia delle donne belle che si lamentano dei fischi che ricevono per strada, e che quando diventano cessi si lamentano che non ricevono fischi.
Ma prima di uscire la sera, nell’eventualità di una scopata, una passata di antiruggine sulla fica se la dovrebbero fare! Sicuro. Potrebbero far prendere il tetano al povero malcapitato. Comunque, questa tipa era passata affianco a me. Il suo alone mi permeava la pelle. Le guardai il seno, mentre si intrufolava nella folla. Era candida come un confetto sciolto fra le mani. Il caldo del locale era presente in ogni boccata di sigaretta. Io la guardai allontanarsi e girarsi un attimo prima di sedersi.
Se c’è una cosa che non so fare, è proprio l’avvicinamento da bar. Non ci riesco. E molto spesso le mie performance si riducono in voli radenti alla torre, e un pacchetto di sigarette pigiate nei polmoni, e la testa che ronza per i troppi drink: molto spesso bevuti solo per non rimanere con le mani vuote –che alla fine non sai mai dove mettere.
Ma invece eccomi avvicinarmi alla tipa; era seduta da sola, in un angolo di un lungo divanetto. Le mie gambe andavano, la mia giacca strideva, i capelli cadevano.
La guardo. Panico da vuoto. Cosa dire.
Posso offrirti da bere?
Posso parlarti del mio essere adolescente in una famiglia di sole donne?
Posso raccontarti di come ho fatto sesso la prima volta, a ventiquattro anni, con un trans di piazza Garibaldi?
O del mio primo grande successo sul lavoro? Dico: uno scarico di dodici tonnellate di noccioline tutto da solo sul muletto! Mica cazzi!
Oppure della delusione provata a scoprire che le donne sono diverse da come decantano poesie e romanzi?
O dei miei sogni di grandezza?
Lei mi guardò e mosse le labbra. “Ciao.”
Scaricai una dozzina di pinte di birra da sotto le ascelle. Sudai in un istante tutto quello che avevo bevuto nei tre mesi precedenti. E, zuppo, mi sentii per un attimo quasi infreddolito.
“Ciao.” Sorrisi io.
Bella situazione, in questo locale. Bella gente. Bella musica. Non ti senti aggredito. Non c’è nessuno fuori di testa. Non ci sono molti cafoni. Io ci vengo spesso, adoro il jazz.
Di solito, quelle erano le cazzate che si dicevano in una sera di maggio per attaccare bottone.
“Io sono Tania.” Disse. Le sue labbra erano morbide e bianche, come tutto il resto del suo corpo.
“Sei la superficie morbida di un confetto sciolto fra le mani.” Feci serio.
Lei mi guardò un istante. “Non ho capito.”
Scoppiai a ridere. Questo la fece mettere a suo agio. “Scusa, ma certe volte mi escono così.”
Lei fece ondeggiare le labbra morbide, e mi sorrise un invito a continuare.
“Ho guardato prima il tuo decolleté e…” mi presi un istante per sorridere e allontanarmi all’indietro, per caricare di importanza quello che il mio cervello aveva deciso di far sfornare alla mia bocca. “…mi è sembrato la cosa più candida e morbida di questa terra. Sai, come quando eri bambino e tenevi in mano i confetti per un po’. Alla fine, lo zucchero sciolto ricopriva il tutto con un diafano, morbido velo patinato.”
Il suo seno mi mandava fuori di testa. Lo volevo a tutti i costi.
Lei mi sorrise ancora. Poi si alzò, sgattaiolando sinuosamente dal tavolino. “Devo andare.” Mi disse.
Rimasi a lungo impalato lì, come un coglione. Con lei che sfilava alle mie spalle. Non vidi dove era andata.
Merda.
Ancora in piedi decisi di defilarmi, magari con una strategica pisciata.
Scendendo le scale, me la ritrovai di fronte. Stava parlando al telefonino, e non aveva una faccia molto serena. Si teneva una mano premuta sull’altro orecchio.
“Ma che cazzo significa…” Urlava.
Pisciai, e quando uscii me la ritrovai seduta su un tavolino fuori dal cesso, con il cellulare fra le mani, giunte sulle gambe. Mi avvicinai. “Ma perché non lo spegni, questo telefonino.”
Lei alzò lo sguardo. Aveva gli occhi umidi. Forse si aspettava un altro.
“Sì, sono sempre io, il maniaco confettoso.” Le feci.
Le scappò una risata.
“Magari potrei dire che non meriti una persona in grado di far piangere un confetto come te.”
“Preterizione.”
Io scossi il capo. “Come?”
“Preterizione. È la figura metaforica che hai appena composto.” Si asciugò sotto un occhio, e mi guardò ancora. “Affermi di non voler dire una cosa, ma invece la racconti.”
Non avevo capito un emerito, ma andava bene così.
Le porsi un fazzolettino, e lei sorrise ancora.
Cazzo, non era giusto. È facile conquistare una ragazza che piange.
Lo afferrò in bocca, coprendo i denti con le labbra. Si spostava i capelli di lato e mi fissava con gli occhi socchiusi. E mugugnava.
“Oh, Tania.” Mormorai. Forse quel nome di cazzo non era stato attribuito al corpo plasticoso di una bambola?
Spostò ancora i capelli con un colpo di collo, e mi afferrò l’asta con tutte e due le mani. Aveva le unghie a mezzaluna, che qualcuno chiamava french manicure, ma non ho mai capito perché.
Ogni volta che sfilava la cappella dalla bocca, giocava con le sue labbra sui bordi del mio prepuzio. Intravedevo la mia violacea passione, il suo morbido desiderio e le piegoline delle labbra, la saliva. E intanto con le mani si aiutava, massaggiando sopra e sotto, spingendo, stringendo, tirando.
Poi prese a passare le labbra, piegandole all’infuori, lungo tutta la circonferenza del glande. Muoveva la testa. Spingeva il mio pene. Una cosa che mi faceva impazzire: la sua autonomia e la decisione con cui me lo muoveva.
Si spostò in una posizione comoda, e si mise cavalcioni su una mia gamba. Sentii le sue mutande bagnate, questo mi eccitò ancora di più. Diedi una spinta, strizzandomi la prostata, e sentii il sangue gonfiarmi il cazzo dentro la sua bocca.
Poi si alzò, passandosi un anulare sulle labbra, con la mano aperta a raggiera per poter protendere quel dito difficile, e si asciugò sbavature. Si alzò e si sfilò le mutandine davanti a me. Il letto dondolava. Il suo corpo piegato davanti a me mi sconvolgeva. Era candida e morbida.
Mi tirò gli slip in faccia, e potei sentirne il profumo. E quello di lei.
Si piegò verso di me.
Il suo seno era atrocemente bello. Rabbiosamente sensuale. Era qualcosa che avrei voluto disperatamente possedere. Sodo e morbido. Con i capezzoli decisi e scuri, puntuti in avanti, a indicare il cielo. Le curve sotto le ascelle erano sinuose, fatte per essere carezzate, mentre si accarezzano i seni, prendendola da dietro.
Ci infilai in mezzo il mio cazzo. Il viola e il bianco candido erano un connubio sconvolgente. Ebbi un brivido lungo la schiena, che mi fece piegare la testa all’indietro. Poi rialzai il capo e i miei gomiti tremarono un attimo.
Non strusciava con le tette contro la pelle del mio cazzo, anzi: se lo faceva scivolare in mezzo. Il tutto era bagnato fradicio, e filava via come in un fodero. Si aiutava con le mani, spingendo le mammelle contro di me. Poi prese a muoversi tanto, fino a farselo capitare ogni tanto sulle labbra.
Si staccò, si alzò e si spinse verso di me. Aveva le labbra frementi, e le affondò dentro le mie. La sua lingua fresca mi lambì il palato, poi i denti, la lingua, le labbra.
Afferrò il cazzo con una mano, continuando a baciarmi, e se lo ficcò dentro. Lentamente.
Sentii il calore riempirmi la spina dorsale.
Lei cominciò a muoversi in un modo assurdo; era come se basculasse, spingendoselo dentro.
Mi spingeva dentro, sentivo l’asta premermi sulla prostata. Avevo singulti e spasmi, simili a quando eiaculo.
…
E alla fine venni.
L’esplosione fu forte, possente, immane. Mi fece piegare le dita contro la sua schiena, inarcarmi, e mordermi le labbra. La sensazione di averle riempito la vagina di sperma mi fece rabbrividire di nuovo.
Lavoro come mulettista, cioè addetto allo scarico e carico di una società di trasporti di frutta secca. Guido un muletto.
Le mie mani. Sono grosse e nodose. Dita lunghe e affusolate. Qualcuno dice che ho le mani da bassista, o da pianista. Guardo le mie palme in continuazione: sono la fonte del mio piacere, strumento di lavoro, sonde con cui conquistare il piacere di un capezzolo turgido.
E sono forti. Riesco a stringere senza problemi fino a lasciare profondi lividi. Le mie dita affondano agilmente.
Del resto, sono uno scaricatore-mulettista certificato.
Guardai le mie mani, levandole dalla schiena di Tania. Lei si stava accasciando contro di me. La fermai con la destra, mentre con la sinistra prendevo un po’ di spazio.
Poi le tirai un cazzotto potente alla gola, frantumandole la trachea.
Si afferrò il collo con le mani, e strabuzzò gli occhi.
Tirandosi indietro, mi piegò con la fica il cazzo ancora abbastanza duro.
“Merda!” imprecai, estraendolo. Le tirai sul suo viso un bel pugno pieno. Cazzo, mi feci male alle nocche.
Mi girai, e me la misi sotto, bloccandola col peso del mio corpo.
Lei intanto stava boccheggiando.
Con la destra si artigliò la pelle della gola, e continuò a graffiarsi fino al cuore.
Le presi la mano e la storsi all’indietro. Sentii scricchiolare un po’ di ossa, e lo scafoide.
“Puttana, mi rovini il seno.” Sibilai.
Poi un altro paio di cazzotti, ma giusto per divertirmi. Poi le piazzai una mano sulla bocca, tappandole con il pollice il naso. Con l’altra le bloccai le mani.
La vidi strabuzzare ancora gli occhi.
Non mi piacevano i suoi occhi. Erano troppo tondi. Troppo morbidi. Troppo classici.
Finalmente smise di respirare.
Mi alzai dal letto, grattandomi attentamente i testicoli. Presi una sigaretta e un sorso da una lattina posata accanto al letto. Era calda. Troppo zuccherosa.
Andai alla finestra. Che bella giornata.
Mi spostai all’armadio di ferro, nella veranda. Lo aprii con la chiave che tenevo nascosta dietro la cassa dello stereo. C’erano un paio di seghetti piccoli, una sega toracica, due trapani, una tronchesina, due pharabeffe, tre nastriformi, una valva, un po’ di bisturi.
Guardai il boccione di acido cloridrico. Cazzo, era quasi vuoto. Mentre di formaldeide ne avevo ancora: il barattolo giallo ambra era lì, ancora pieno. Forse dovevo passare alla paraffina, per la conservazione dei pezzi: era limpida e chiara, a differenza della formaldeide; ma non mi piaceva quell’odore da idrocarburi tipico della paraffina.
I barattoli, sopra l’armadio, mi osservavano in silenzio. Le mani di Rosaria, lunghe e belle come le mie. La bocca di Rosanna, morbida e succosa. Le arcate dentarie di Bice; ma con lei c’era stato un casino, e avevo spaccato l’arcata superiore, e un paio di denti se n’erano caduti. La vagina di Antonella, bella stretta e gonfia. Il cervello di Jacqueline; peccato che però vi avevo affondato dentro un dito, e si vedeva bene in evidenza un buco profondo nella sostanza molliccia, dalla consistenza della plastilina.
Salutai le mie donne. Presi i bisturi.
Afferrai anche una cerata bella grossa.
Trascinai Tania nel cesso.
Volevo le sue tette.
Mi svegliai urlando. Ero piegato in posizione fetale, e quindi l’urlo mi contorse in modo strano.
Accesi subito la luce, e mi guardai in giro. Ancora quel sogno del cazzo. Merda.
Aprii le tende. Era una bella domenica fresca. Mi lavai in fretta nella vasca da bagno. Notai una macchia marrone vicino al rubinetto; la grattai via con l’unghia. Sul bordo della vasca c’era un barattolo. Lo presi in mano, era acido cloridrico. Lo misi a posto, uscendo dal bagno.
Mi vestii ed andai al parco. Volevo solo leggermi un libro, sentire il sole asciugare i miei polmoni, farmi accarezzare dal vento, e stare un po’ fuori casa. Niente di più, niente di meno.
Presi il mio Quel che resta del giorno, e un pacchetto di sigarette. Afferrai anche il walkman, e una cassetta con i Dire Straits.
Mi ero messo in un posto lontano, quasi nascosto. Non c’erano vialetti, non c’era gente. Ero solo. E così volevo rimanere. Ma ecco che mi si avvicina una tipa, con un paio di occhiali grossi quanto lo schermo di un cinema. Aveva un cane. E naturalmente il cane mi salta addosso, cominciando a leccare.
Tutti amano gli animali, quando sono vicini ad una ragazza. Solo che nessuno li accarezza, nessuno li tocca, nessuno si fa leccare. È esattamente come quando dicono di adorare i bambini. Tutti adorano i bambini, sì, ma quelli degli altri: semplicemente begli oggetti animati. Ma giocare –divertendosi- con un bambino era una cosa da pochi.
E altrettanto con un animale.
Afferrando il cane da sotto la pancia, rotolai con lui. Era una specie di spinone, con i baffetti pelosi, e il pelo ispido. Giocherellone e sveglio. Mi alzai, e feci due scatti come per afferrarlo, e il cane arretrò. Rimase in attesa. Ad un mio cenno, scartò, prese a schivarmi. Poi ripartì in una lunga corsa, con una serie illimitati di scarti e cambi di direzione. Scoppiai a ridere e guardai la tipa.
Era vestita grunge, con un cappottone di stoffa che le nascondeva il corpo. Mi fissava sorridendo.
Lei si alzò con la mano i grossi occhiali da sole, facendo un gesto che aveva studiato migliaia di volte davanti allo specchio.
Mentre si sollevava gli occhi, apriva leggermente la bocca, imperlata e lucida. I suoi occhi scintillarono.
Mi sorrise. Aveva un taglio di occhi mai visto. Le riempivano il viso, come se una farfalla le si fosse posata addosso. Erano avvolgenti come un abbraccio, profondi come una immersione nell’oblio, sicuri come frecce scagliate, limpidi come quel cielo di maggio.
Si era tolta gli occhiali perché sapeva di avere degli occhi da favola.
“Ehem... scusa.” Le feci, indicando il cane, che continuava a girarmi intorno, ansimando e mugolando piccoli latrati.
“No, no, continuate pure.” Rispose lei ridendo. La risata le riempì di energia lo sguardo. Mi stava guardando in mezzo alle gambe.
“No, è che… sai… sono cresciuto in una famiglia di sole donne, e nessuno voleva un cane.” Mi espressi in un sorriso finto timido.
La guardai meglio. La fissai dritto.
Bene -mi dissi-, avevo trovato anche gli occhi.
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